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Vincere o convincere, a Sezano nuovi paradigmi di convivenza

Occorre ricostruire l’unità del mondo, ma senza la pretesa di farlo a nostra misura. Per una pluralità di culture in cammino su strade anche diverse ma dialoganti

Monastero del Bene Comune - Sezano
Monastero del Bene Comune, Sezano (Verona)

Gli incontri del 2, 3, e 4 gennaio scorsi a Sezano sono stati un’occasione per tentare di capire dove sta andandando l’umanità. Molti e stimolanti gli ospiti a cominciare da mons. Domenico Pompili vescovo di Verona, Enrico Peyretti, Raniero La Valle e poi ancora Achille Rossi, Cesare Marcotto, Francesco Comina e Rita Falezza.

Due le domande che hanno caratterizzato il convegno. La prima: «dov’é la vittoria?». Una frase che ricalca un passaggio del nostro inno nazionale, purtroppo fra i più bellicosi, stridente per un Paese come l’Italia che nella sua costituzione ripudia la guerra. Ma “vittoria” è anche lo slogan ossessivamente ripetuto in questa tremenda guerra ucraina. La seconda domanda, che si collega alla prima: «la guerra… e poi?». Una domanda che non lascia molto spazio alla speranza quando l’unico obiettivo è la vittoria. Forse solo sete di vendetta ed un’altra guerra.

«La guerra e poi, e poi… non lo sappiamo». Così ha esordito Raniero La Valle, a causa della irrazionalità, imprevedibilità ed empietà di questo conflitto. È una guerra che non va banalizzata pensando che tanto le guerre ci sono sempre state, che sono fatte dai cattivi, che Vladimir Putin è prepotente e dobbiamo distruggerlo. Questa è una maniera banale, triviale e sbagliata di pensare. Questa è una guerra che dà poche speranze e toglie il futuro all’umanità ed ai giovani. Lo toglie alla stessa maniera con cui una certa politica racconta che tanto non vale la pena di prendere una laurea se poi il futuro è fare il cameriere, e che ci si deve adattare a qualsiasi lavoro e condizione, anche se non è il futuro che si sarebbe voluto costruire.

Intanto in Ucraina il negoziato è stato proibito per legge. Tentare un negoziato è un crimine. Ma allora l’uno o l’altro dei contendenti non può che essere sconfitto. E ragionevole? E se lo sconfitto è l’America? E’ se invece fosse la Russia? Sono ipotesi nemmeno immaginabili, e allora com’è possibile uscire dalla guerra in questo modo?

È questo un periodo storico in cui si sta rompendo l’unità del mondo. Ricorda La Valle che nemmeno nel periodo della guerra fredda si parlava con tanta leggerezza di annientare il nemico. C’era sì un confronto militare, ma anche la consapevolezza che data la potenza degli armamenti convenzionali e nucleari reciprocamente in gioco, la sconfitta dell’uno sarebbe stata anche la fine dell’altro. Ed accanto alla minaccia c’era di fatto un appello alla ragione dell’avversario, un riconoscimento, ed era un fatto politico. Erano due blocchi contrapposti ma con qualcosa che li univa.

Raniero La Valle

Raniero La Valle a Sezano

Oggi si parla invece di eliminazione, come fosse un torneo di calcio. Oggi la semifinale con la Russia e domani la finale contro la Cina? Il negoziare sembra bandito, mentre la parola d’ordine è di isolare, escludere, eliminare, scartare. E’ un linguaggio questo non solo riguardante i conflitti fra nazioni e la politica, ma anche l’economia globale che, come dice papa Francesco, sempre più sembra reggersi sullo scarto. Lo sfruttamento del lavoro che diventa esclusione dal lavoro, ed è come se una parte dell’umanità non dovesse più nemmeno esistere.

Dice Raniero La Valle che bisogna ricostruire l’unità del mondo, che tuttavia non può consistere nell’allargamento del nostro modello occidentale. Non dobbiamo avere la pretesa di costruire l’unità del mondo a nostra misura, quasi a nostra immagine e somiglianza. Al di là della insostenibilità a livello globale del modello di sviluppo occidentale, l’idea stessa di mono culturalismo è sbagliata e pericolosa. Dobbiamo ragionare invece in termini di pluralità di culture, ciascuna con la propria dignità, in cammino su strade anche diverse ma dialoganti.

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Va ribaltato il principio dell’esclusione con quello del prendersi cura. A tale proposito Raniero La Valle ha ricordato la missione Pellicano dell’Esercito Italiano. L’Albania dopo il crollo del regime comunista era in una situazione disperata, letteralmente alla fame e con un esodo di proporzioni bibliche verso l’Italia e l’Europa. Tra il 1991 e il 1993 i militari italiani approdarono in Albania, disarmati, portando viveri e medicinali essenziali fino sulle montagne e nei luoghi più sperduti del Paese. Questa fu vera gloria dei militari italiani, più di tante retoriche e talvolta poco edificanti vicende belliche.

Prendersi cura, portare soccorso e vita a popolazione stremate, questo vuol dire tentare di ricostruire l’unità del mondo.

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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