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Interviste

Apriamo le porte ai circuiti internazionali dell’arte contemporanea

INTERVISTA – Francesco Ronzon, direttore dell’Accademia Cignaroli: «Bene i grandi eventi come ArtVerona ma va superata la logica puramente commerciale. Verona è in grado di proporre un’offerta multisettoriale nell’ambito artistico e culturale ma lavora con una fetta limitata delle sue potenzialità»

Accademia Belle Arti Gian Bettino Cignaroli, Verona
Accademia Belle Arti Gian Bettino Cignaroli, Verona

INTERVISTA – L’Accademia di Belle Arti di Verona, fondata nel 1764 dal pittore Gian Bettino Cignaroli a cui è intitolata, è una delle cinque accademie storiche d’Italia, insieme a quelle di Bergamo, Genova, Perugia e Ravenna, legalmente riconosciuta e finanziata dagli Enti locali. Oltre alle attività didattiche e di ricerca, quest’istituzione ha tra gli obiettivi principali la valorizzazione della conoscenza e la produzione artistico-culturale, da perseguire in relazione con il circostante contesto sociale ed economico. Per saperne di più sul mondo dell’arte calato nel veronese e conoscere gli impulsi che l’Accademia intende lanciare alla città scaligera, abbiamo intervistato il suo direttore, Francesco Ronzon.

Francesco Ronzon

Francesco Ronzon

– Ronzon, quali sono le principali problematiche del mondo dell’arte a Verona?

Ronzon. «Verona, strutturalmente, ha pochissime relazioni con i circuiti dell’arte più grandi. Dunque, pur disponendo di un ambiente tranquillo, che consente di operare in maniera creativa, non riesce ad agganciarsi alle filiere principali del panorama internazionale».

– ArtVerona?

Ronzon. «ArtVerona è una grossa fiera dell’arte, ma non è così connessa al mondo dell’arte contemporanea. Si lega soprattutto all’aspetto commerciale, intrattenendo rapporti con i compratori standard o le gallerie, meno con le mostre o i musei che contano».

– C’è chi individua nell’assenza di rete tra istituzioni pubbliche e private una limitazione per l’arte a Verona…

Ronzon. «Non penso sia questo il problema. Avere un certo tipo di gallerie o di utenza va oltre il rapporto tra pubblico e privato. L’aiuto delle istituzioni pubbliche è sempre gradito, ma a Verona manca proprio una cultura d’avanguardia: il mondo dell’arte contemporanea internazionale non è tradizionalista».

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– Da direttore dell’Accademia di Belle Arti, quali proposte culturali si sente di avanzare alla neo-assessora Ugolini?

Ronzon. «Rispondo attraverso una considerazione. Da anni noto, a Verona come nel resto d’Italia, un enorme aumento dei vincoli per intraprendere attività culturali, tanto che solo un’istituzione ricca di risorse, umane ed economiche, può permettersi di gestire l’aspetto burocratico legato alle singole attività. In un contesto simile l’innovazione risulta totalmente bloccata».

– Cosa intende nello specifico?

Ronzon. «L’innovazione parte dai giovani che, per quanto creativi e talentuosi, non dispongono né dei mezzi né delle strutture idonee per superare i paletti della burocrazia. E quindi non riescono a far emergere i loro progetti».

– Quanto pesa questo macigno burocratico per l’Accademia?

Ronzon. «Pesa per noi e per altre realtà, come il Conservatorio o l’Università. In generale è difficile realizzare le iniziative pensate perché non ci sono le condizioni per farlo: la quantità di carte da compilare, i tempi e l’investimento di soldi richiesti per i permessi relativi al singolo progetto richiedono personale specificatamente dedicato che pochi si possono concedere».

– Sareste disponibili a sedervi a tavolino con le altre istituzioni culturali di Verona per sondare eventuali sinergie?

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Ronzon. «Certo. Ma in realtà i tavolini già ci sono. Solo che vengono fatti dentro al bar e quello che si dice rimane lì, proprio a causa del labirintico iter burocratico che si è costretti ad affrontare per iniziative magari di un solo giorno».

Francesco Ronzon

Francesco Ronzon

– In che rapporti siete con la Galleria d’Arte Moderna Achille Forti?

Ronzon. «Con la Gam abbiamo relazioni e interscambi, ma ci rivolgiamo a target diversi. La Gam, per la storia di ciò che contiene, non è centrata sull’arte contemporanea, mentre uno studente che esce dall’Accademia, essendo nel presente, è un contemporaneo giocoforza».

– Crede che la Gam dovrebbe allargare il suo target?

Ronzon. «È un’istituzione che nasce con un certo tipo di visione, dettata dal suo bagaglio artistico. Piuttosto Verona dovrebbe allargare gli orizzonti: potenzialmente è una città in grado di proporre un’offerta multisettoriale nell’ambito artistico e culturale, invece lavora con una fetta molto limitata delle potenzialità di cui dispone, focalizzandosi sul passato senza investire sul nuovo. L’uno non esclude l’altro: questo dovrebbe essere l’approccio delle politiche culturali».

– Grandi mostre e grandi eventi sembrano soddisfare il palato turistico. Ma quello culturale?

Ronzon. «È giusto che ci siano le grandi mostre e i grandi eventi. Il problema si pone quando fagocitano l’intero budget destinato alla cultura, lasciando isolato il versante meno turistico».

– Cosa ne pensa della mostra dedicata a Caroto?

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Ronzon. «È l’argenteria di casa, l’ordinaria amministrazione dei pregi che Verona già possiede. Non c’è niente di male in tutto questo, ma manca una proposta più innovativa e fuori schema rispetto a questa dimensione già consolidata».

– Ci sono tendenze, aspetti o figure del panorama artistico locale che Verona non sta valorizzando?

Ronzon. «La valorizzazione dell’arte non passa più dalle scene locali. Quello che deve fare Verona è creare collegamenti con gli epicentri che hanno rilevanza internazionale e creare un clima fecondo e stimolante, in cui sia possibile crescere e sperimentare».

– Una Verona che fa rete. Ma con quali centri? Milano, Roma?

Ronzon. «Gli scenari artistici assolutamente rilevanti non sono più nazionali. Milano è un nodo importante della rete, ma non è il nodo finale. Verona potrebbe però pensare di stabilire anche contatti diretti con i centri più d’avanguardia. Che sono cambiati: ora, per esempio, Nairobi si sta imponendo come un grosso hub dell’arte contemporanea».

– Sull’arte contemporanea, più soggettiva e concettuale rispetto a quella classica, il sentore comune è che tutto possa essere etichettato come artistico. È davvero così?

Ronzon. «È una questione culturale. L’educazione in Italia è di stampo classico e dunque i criteri che si usano per valutare gli oggetti d’arte vanno tendenzialmente in questo senso tradizionale. L’arte contemporanea è poco presente nei nostri sistemi educativi e mancano i riferimenti culturali, quindi non disponiamo degli strumenti per gustarla a pieno. In America è diverso: hanno meno passato e sono più attenti al contemporaneo».

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– Tornando all’Accademia, come sta a livello di bilancio?

Ronzon. «L’Accademia è davvero in salute. Negli ultimi anni abbiamo registrato un importante incremento di studenti e attività. Inoltre, da gennaio 2023 entreremo nel novero delle Accademie statali, potendo contare su un un’ulteriore solidità. Il problema è che non disponiamo di spazi sufficienti per accogliere i nostri iscritti».

– Nel 2018 l’Amministrazione Sboarina annunciava Ars District, progetto di riqualificazione dell’Arsenale che prevedeva per l’Accademia una nuova sede nella Corte Ovest. A che punto siamo?

Ronzon. «Sono all’Accademia da oltre 15 anni e di possibili progetti di trasferimento ne ho visti più d’uno. Finché non metto piede in una nuova sede resto abbastanza scettico».

– Ma non sapete niente dello stato attuale del progetto?

Ronzon. «Sappiamo che in pentola qualcosa stia bollendo ma, trattandosi di un progetto che punta in avanti nel tempo e che richiede lavori non indifferenti, è difficile capire se andrà a compimento».

– Le piace così com’è concepito Ars District? Metterebbe insieme, oltre a voi, anche un mercato, attività di ristorazione, delle biblioteche…

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Ronzon. «Posso parlare di ciò che è di mia competenza, cioè degli aspetti legati all’Accademia. Mi piacerebbe che questo progetto andasse nella direzione europea delle cittadelle dell’arte».

– Ovvero?

Ronzon. «Si tratta di un modello proveniente dal nord Europa per cui i luoghi di cultura, come le accademie, ma anche i conservatori o le scuole di teatro, non sono chiusi alla cittadinanza. Anzi, sono lì per la cittadinanza e non solo per chi ci studia dentro: in questo modo si può pensare di congiungere anche lo svago alla cultura».

–L’Accademia si sente isolata?

Ronzon. «Non solo l’Accademia. In Italia quasi tutte le realtà di questo tipo sono isolate».

– È vero che chi intraprende un percorso artistico poi non trova lavoro?

Ronzon. «All’inizio anch’io avevo questa idea dell’Accademia come nicchia riservata agli artisti. Tuttavia, con l’intasamento di richieste per i vari lavori sicuri e l’esplosione di internet si sono aperte nuove frontiere lavorative che hanno tutte a che fare con la comunicazione e l’organizzazione estetica di contenuti e prodotti. Perciò, chi frequenta l’Accademia, anche i corsi più espressivi e non specificatamente inquadrati come design o restauro, si trova ad avere delle opportunità a cui forse non avrebbe mai pensato».

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Gregorio Maroso

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Gregorio Maroso è laureato in Filosofia, Editoria e giornalismo all'Università di Verona. Da sempre si interroga sulla vita e spera che indagare e raccontare i suoi aspetti nascosti possa fornirgli le risposte che cerca. gregoriomaroso@gmail.com

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