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Interviste

La Resistenza come valore per un progetto culturale diffuso

INTERVISTA – Il Presidente dell’IVRR Federico Melotto: «Se ci fosse la possibilità di creare un tavolo permanente tra le varie istituzioni culturali di Verona noi saremmo molto disponibili a partecipare»

Resistenza
25 aprile, Festa della Liberazione

INTERVISTA – L’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ivrr), nato sul finire degli anni Ottanta dello scorso secolo, è un centro di ricerca storica animato dall’attività dei soci volontari e affiliato all’Istituto Nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli). Si muove sul fronte della didattica, promuovendo attività formative nelle scuole di ogni ordine e grado, nel campo della divulgazione, proponendo pubblicazioni, mostre e convegni, e anche sul versante della conservazione della memoria, disponendo di una biblioteca e di un archivio. Per conoscere meglio le attività e i prossimi obiettivi di questa istituzione culturale, abbiamo intervistato il neo-presidente, lo storico Federico Melotto.

Federico Melotto

Federico Melotto

– Melotto, quali attività svolge il vostro Istituto a Verona?

Melotto. «Siamo un’associazione volontaria di ricerca storica e, come le altre in giro per l’Italia, cerchiamo di promuovere la storia e la memoria della Resistenza. A questo abbiamo però aggiunto la dicitura “dell’età contemporanea”: l’epoca che va dal periodo risorgimentale in poi è tutta di nostro interesse e la trattiamo attraverso pubblicazioni, conferenze ed eventi divulgativi in generale».

– Per esempio?

Melotto. «Esempi recenti sono la serie di incontri dedicata alla marcia su Roma, di cui cade il centenario, la mostra sull’occupazione italiana della Libia con corso di formazione per gli insegnati annesso, oppure l’esposizione su alcuni deportati veronesi, che a metà novembre verrà portata qui all’Istituto».

– In sintesi dunque qual è il vostro stato di salute?

Melotto. «Buono. Il Covid ci ha costretto a due anni di inattività ma stiamo ripartendo bene. La risposta della gente alle nostre ultime iniziative è stata positiva e ora l’obiettivo è quello di avvicinare anche i più giovani alle nostre attività».

– E a livello di bilancio come state?

Melotto. «L’abbiamo sempre gestito in maniera oculata. Perciò, anche se le quote associative sono diminuite a causa del cambio generazionale che va un po’ a rilento, i soldi per organizzare quello che serve ci sono. Visti i tempi che corrono, potremmo anche partecipare a piccoli bandi per incrementare il nostro tesoretto».

– Com’è promuovere iniziative inerenti alla Resistenza nel contesto veronese?

Melotto. «Chi frequenta l’Istituto fa parte di un mondo ristretto in confronto a quello che vive la collettività generale. Per questo, in passato qualche tensione si è verificata: con la precedente Amministrazione, per esempio, non esistevano rapporti, se non quelli istituzionali dettati dal calendario».

– È risaputo che a Verona militano frange di estrema destra. Avete mai riscontrato problemi in questo senso?

Melotto. «L’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) è l’associazione più esposta politicamente e ha subito qualche episodio in più, ma fortunatamente in maniera contenuta. Per quanto riguarda noi invece, che ci occupiamo di storia e non solo di Resistenza, tensioni politiche di questo genere sono molto laterali».

– Il sottotitolo del libro di Berizzi, È gradita la camicia nera, recita: “Verona, la città laboratorio dell’estrema destra”. Lei che ne pensa?

Melotto. «Berizzi, a partire da alcuni dati corretti, ha costruito un teorema che rischia di essere troppo rigido. È vero che a Verona c’è una militanza di estrema destra ben radicata, ma esiste pure un mondo del volontariato, anche di ispirazione cattolica, altrettanto rilevante. La vera pancia di Verona è quella moderata e conservatrice, che però non si lega immediatamente agli ambienti estremisti. Da storico posso dire che non si può ridurre tutto a uno slogan».

– Approcci differenti, quello dello storico e quello del giornalista…

Melotto. «Berizzi ha fatto le sue inchieste, poi forse qualche dettaglio del libro andava curato con qualche attenzione in più. In ogni caso, se il suo lavoro contribuisce a dare vitalità al dibattito portando attenzione su certi temi, ben venga».

– A inizio anno, in occasione del Giorno del Ricordo, si è verificato anche il caso Eric Gobetti, che non ha partecipato all’incontro organizzato dalle scuole Copernico e Pasoli. Che idea si è fatto?

Melotto. «Gobetti è un ottimo storico. Purtroppo è etichettato a priori come un revisionista e, qualsiasi cosa dica, è soggetto a un certo tipo di strumentalizzazione politica. Bisognerebbe prima leggerlo: il suo ultimo libro, E allora le foibe?, è un sunto delle ricerche più accreditate sulle vicende del fronte orientale».

– Ricorrenze come il Giorno del Ricordo o la Festa della Liberazione sono spesso soggette a strumentalizzazioni politiche. Come dovrebbe approcciarle un assessorato alla Cultura?

Melotto. «La classe politica deve rendersi conto che anche quando si parla di storia e di memoria ci sono dei professionisti accreditati, non presso la destra o la sinistra, ma nel mondo accademico. Su temi come il Ricordo o la Liberazione, che sono quelli di cui ci occupiamo noi, l’assessorato deve individuare degli interlocutori professionali, affidandosi a Istituti come il nostro. Per questo ho già incontrato l’assessora Ugolini».

– Cosa vi siete detti?

Melotto. «È stato perlopiù un incontro conoscitivo, ma una proposta concreta l’ho avanzata. Castelvecchio, tra il 43 e il 44, è stato sede della fondazione del partito fascista repubblicano e del processo ai gerarchi fascisti che avevano votato la sfiducia a Mussolini. Tuttavia oggi, in quel luogo, non c’è niente che ricordi questi importanti avvenimenti al visitatore. Dunque ci siamo resi disponibili a colmare il vuoto attuale».

– C’è qualche altro spunto che vuole fornire all’assessora?

Melotto. «Penso allo sviluppo della cinta muraria o anche a un altro progetto in cui siamo coinvolti, il Museo diffuso del Risorgimento».

–Di che cosa si tratta?

Melotto. «È un’iniziativa che punta a mettere assieme i territori che sono stati teatro del Risorgimento italiano, ovvero la parte più a est della provincia di Mantova e quella più a ovest della provincia di Verona. Il progetto intende connettere musei, campi di battaglia e monumenti dell’epoca, creando dei percorsi dedicati, anche turistici. A questo contribuiscono Istituti di ricerca storica come il nostro, i musei veri e propri e i Comuni».

– Si può realizzare qualcosa di simile a Verona?

Melotto. «Verona, essendo la piazza principale del Quadrilatero, sarà necessariamente coinvolta. E dispone di una serie di strutture più che appropriate per un progetto del genere: la provianda di Santa Marta, in cui facevano le razioni per l’esercito austriaco, il bastione delle Maddalene, che, come tanti altri chilometri di mura potenzialmente fruibili dai turisti, può essere sfruttato, o anche l’ospedale militare Santo Spirito».

– A proposito di luoghi che la cultura può valorizzare, cosa dice sull’Arsenale?

Melotto. «Dal punto di vista storico, il nostro è il secondo arsenale più importante dell’impero austriaco dopo quello di Vienna. Ha un grandissimo potenziale, anche perché potrebbe essere fruito dalle schiere di turisti provenienti dai territori germanofoni che di solito affollano il lago di Garda. Non si capisce perché Verona fatichi a costruire una proposta adeguata relativa al Risorgimento, pur essendo stato un luogo centrale per quest’epoca. Anche su questo tema il nostro Istituto vorrebbe lavorare con l’Amministrazione».

– Sulla gestione del sistema museale di Verona invece? Si parla di creare una fondazione…

Melotto. «L’offerta museale a Verona è molto complessa, le sue varie componenti andrebbero prima di tutto fatte dialogare tra loro. Serve una regia unificata per realizzare un sistema integrato e una fondazione può essere una risposta a questa esigenza. Ma bisogna prestare attenzione a non creare una sovrastruttura malfunzionante che serve solo a elargire qualche stipendio in più».

– Altra questione è quella delle sinergie che le istituzioni culturali veronesi faticano a trovare. Voi siete disponibili?

Melotto. «Quello delle sinergie è un tema fondamentale che, forse per gelosia, o forse per individualismo, noi esponenti della cultura non abbiamo ancora attuato a pieno. In ogni caso l’Istituto c’è: se ci fosse la possibilità di creare un tavolo permanente tra le varie istituzioni culturali, noi saremmo assolutamente disponibili».

– C’è qualche figura importante della Resistenza veronese che è stata dimenticata?

Melotto. «Il regista Gianfranco De Bosio, appartenente all’ultimo Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) per la Democrazia Cristiana. Vittore Bocchetta, Francesco Viviani e, in generale, tutto il secondo CLN di cui facevano parte, poi deportato in Germania. Ma non sono figure dimenticate: gli strumenti per studiarle ci sono, se qualcuno non le conosce vuol dire che non si è avvicinato abbastanza alle tematiche della Resistenza».

– Come si può allora attrarre un pubblico più folto, in particolare giovanile, attorno a questi personaggi?

Melotto. «La storia sembra essere una disciplina che la gente scopre quando è più avanti con l’età. Forse per attrarre i più giovani sarebbe il caso di ragionare meno per grandi sistemi storiografici, e coinvolgerli attraverso narrazioni rigorose relative alla storia e ai suoi fatti».

– Raccontare la storia attraverso le storie…

Melotto. «Esatto. Gli storici che hanno più successo, come Alessandro Barbero, accompagnano chiunque nel racconto storico tramite grandi capacità narrative. Una possibile soluzione che mi viene in mente anche per noi è quella di realizzare brevi podcast per raccontare le storie delle figure emblematiche della Resistenza, da divulgare poi sui social».

– Cosa contiene invece la vostra biblioteca?

Melotto. «Per il 90% contiene libri a tema resistenziale. Si tratta di una scelta dettata dagli spazi, che purtroppo non ci consentono di ospitare la storia contemporanea per intero. Ma sulla Resistenza a Verona e nel Veneto c’è praticamente tutto. A questo si aggiunge il nostro archivio, riconosciuto come d’interesse locale dalla soprintendenza archivistica e composto da vario materiale lasciato da ex soci».

– In conclusione, altri obiettivi della sua presidenza?

Melotto. «Trovare una sede più consona per l’Istituto. Quella attuale è datata, difficilmente riscaldabile e non ha più spazio per accogliere ulteriori libri. Mi impegnerò con l’Amministrazione comunale per trovare una struttura che si addica di più a un centro di ricerca come il nostro, in contatto frequente con le Università di Verona e Padova e con il mondo dell’associazionismo».

Gregorio Maroso

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Gregorio Maroso è laureato in Filosofia, Editoria e giornalismo all'Università di Verona. Da sempre si interroga sulla vita e spera che indagare e raccontare i suoi aspetti nascosti possa fornirgli le risposte che cerca. gregoriomaroso@gmail.com

1 Comment

1 Comment

  1. Marcello Toffalini

    09/11/2022 at 18:21

    Altro bel colpo Gregorio. Cercare di portare a livello popolare la Resistenza al fascismo, che ci fu anche a Verona, è cosa quanto mai utile e necessaria. Soprattutto qui da noi e nelle Scuole.

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