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Cultura

Kafka a Verona, ma la foto in via Stella è un falso storico

È documentato che nel 1913 l’autore de Il Processo fosse al cinema Calzoni ma l’immagine pubblicata da L’Arena nel 2016 non collima con quella stampata sul libro di Hanns Zischler “Kafka geht ins Kin”

La testa di Kafka, opera di David Černý (foto prague.eu)
La testa di Kafka a Praga, opera di David Černý (foto prague.eu)

Franz Kafka è stato per me una presenza costante. Mi ha sempre affascinato, in primo luogo, la sua vita. Il difficile rapporto con il lavoro, con i genitori e con le donne. Gli insuccessi letterari, sino a dopo la morte. Le migliaia di lettere bellissime indirizzate agli amici, alle poche fidanzate (per così dire), agli editori. L’enigmatico diario. I rapporti scritti in ambito professionale, dove si occupava di sicurezza sul lavoro. La malattia, che provava a combattere attraverso frequenti quanto disorganizzate incursioni nella vita sana e in diete particolari.

Eppure da tutto questo, come dalla cupezza dei suoi romanzi, riusciva spesso ad emergere come un “angelo meticoloso e leggero” (Pietro Citati). Molti fra coloro che lo frequentavano o lo amavano, affascinati e quasi rapiti senza capire il perché, pensavano che lui, soltanto lui, sapesse qualcosa, sul mondo e sulla vita, che a tutti gli altri era precluso.

Realismo magico. Poi mi colpisce il suo modo insieme magico e realistico di scrivere. Quante volte, per esempio, abbiamo riflettuto su come siano intime e insieme effimere le lettere d’amore? Franz lo spiegava così: “Scrivere lettere significa denudarsi davanti ai fantasmi che ciò attendono avidamente. Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi lungo il tragitto”.

Franz Kafka

Franz Kafka

E quel suo modo di fare domande, che interrogano senza pietà il cuore e la mente di ogni lettore. “Come una luce che si accenda improvvisa, si spalancarono le imposte di una finestra, un uomo, debole e sottile per la distanza e l’altezza, si sporse d’un tratto e tese le braccia ancora più in fuori. Chi era? Un amico? Una persona buona? Uno che partecipava? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C’era ancora un aiuto? C’erano obiezioni che erano state dimenticate?”. (Il processo). Per molto tempo ho sognato di imparare il tedesco – senza mai avere il coraggio di provarci davvero – per sentir risuonare queste parole nella lingua originale.

Kafka e il diritto. Infine mi ha sempre interessato la dimensione in qualche modo giuridica dei romanzi di Kafka, che descrivono “l’orrore di equivoci misteriosi e di colpe involontarie di cui gli uomini si sarebbero macchiati” (Milena Jesenskà). La drammatica vicenda de Il processo, condotto contro un uomo che pensava troppo a quello che gli poteva accadere e troppo poco a se stesso, si conclude in uno scenario di calma irreale (“Dappertutto il chiaro di luna, con quella naturalezza e quiete che nessun’altra luce possiede”). Qui però i boia (“i signori”), “appoggiati guancia a guancia, … scrutavano il momento risolutivo”. Momento soltanto ritardato dalla lunghezza della procedura, che si svolge davanti ad un Tribunale non tanto severo quanto indifferente (“Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”), e perciò implacabile.

Kafka al cinema a Verona. Kafka venne a Verona, e andò al cinema. Ne parla lo stesso scrittore praghese in una cartolina spedita a Felice, una delle sue fidanzate, con la quale si consumò una duplice e tragica rottura di fronte ad una sorta di grottesco tribunale familiare.

La cartolina è del settembre 1913, e in essa Kafka informa di essere andato al cinema a Verona e di essersi commosso, come non gli capitava da tempo (Hanns Zischler, Kafka geht ins Kino [Kafka va al cinema], di cui ho potuto visionare la traduzione spagnola).

Probabilmente, spiega Zischler, si trattava del primo cinema aperto a Verona nel 1907, il Calzoni di via Stella, dove nel periodo in questione veniva proiettato un film drammatico, Poveri bambini, come attesta il quotidiano L’Arena del 20 settembre 2013.

Fin qui i fatti. Ma una foto pubblicata dal quotidiano locale qualche anno fa nasconde qualcosa che con i fatti non ha nulla a che vedere. La foto di Kafka che esce dal cinema Calzoni – pubblicata da L’Arena nel 2016 – è in realtà un’immagine non conforme all’originale.

Il 27 novembre 2016 L’Arena si occupa di un libro su Kafka da poco uscito nella traduzione italiana (Reiner Stach, Questo è Kafka? Adelphi, 2016). Si tratta di un volume contenente alcuni episodi e curiosità “minori” riguardanti la vita dello scrittore. Nonostante questo testo non parli della visita di Kafka a Verona, né tanto meno del cinema, L’Arena ne approfitta per pubblicare una foto nella quale si vede lo scrittore praghese, nel momento in cui – apparentemente – esce dal cinema Calzoni.

Che strano, che fortunata coincidenza. Kafka nel 1913 certamente non aveva, come scrittore, una notorietà internazionale tale da giustificare la presenza di paparazzi fuori dai luoghi che frequentava. Era conosciuto e rispettato in una ristretta cerchia di scrittori e di amici, ma del tutto ignoto al grande pubblico persino in patria, figuriamoci in Italia.

La foto pubblicata dal quotidiano locale in realtà non pare conforme all’originale. Infatti, se noi apriamo la traduzione spagnola del libro di Zischler, Kafka va al cinema, che ho sopra menzionato, troviamo a p. 164 la stessa foto, ma … senza Kafka. Più precisamente, la persona che esce dal cinema (e che nella foto dell’Arena è Kafka) ha un viso e una postura completamente diversi. Insomma, la foto originale – che appartiene all’archivio personale di Zischler – non ritrae Kafka, ma un altro giovane uomo.

Evidentemente qualcuno – considerato che Kafka era davvero andato al cinema Calzoni – si era divertito, chissà quando, ad inserire nella foto l’immagine dello scrittore. Ed in effetti, a guardar bene, si nota un alone strano intorno alla sua immagine: i segni di forbici e colla, probabilmente.

Sono cose che possono accadere nel giornalismo, in questo caso ovviamente non particolarmente gravi. Quanto a me, per una volta nella vita, ho potuto divertirmi a compiere un’indagine “storica” (la parola è grossa, ovviamente). E mi fa comunque piacere ricordare che il mio scrittore preferito conosceva Verona.

Luciano Butti

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2 Comments

2 Comments

  1. Maurizio Danzi

    30/07/2022 at 16:49

    Con Kafka ho condiviso la medesima data, ovviamente in anni diversi, di assunzione presso la stessa compagnia di assicurazione: 2 Ottobre. Quell’esperienza lo portò a scrivere pagine sublimi. Mi accontento di leggerlo immmaginandolo. Quasi una fiaba in traluce.

  2. Giulio Andreetta

    30/07/2022 at 16:10

    Al di là dell’autenticità fotografica, è interessante scoprire di un viaggio dello scrittore praghese in Italia… Negli stessi anni a Trieste era attivo un altro grande scrittore, Italo Svevo… Due personalità che si possono mettere di certo in relazione, considerata la comune radice culturale mitteleuropea.

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