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Lettere

La solitudine nei giovani porta frustrazione e aggressività

Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? Non riusciamo più a riconoscerli. C’è chi si imbottisce di ansiolitici e chi si butta dalla finestra, chi con gli amici o le amiche aggredisce le persone e le picchia. Qualcuno si infligge delle ferite di nascosto, altri bevono alcolici che non potrebbero nemmeno acquistare, data l’età.

La gente sui social legge le notizie e commenta: se fossero figli miei …, no i g’ha voja de far gnente, ghe vol la naja! Ghe vol un daspo… Insomma, si invocano le maniere forti.

In effetti è facile, quando i problemi diventano grossi, risolverli alzando la voce. Con i nostri figli invece dobbiamo reagire in altro modo, perché spesso alla base delle loro ribellioni c’è anche il nostro comportamento di adulti.

I nostri giovani non hanno un luogo dove andare che non sia la scuola o la casa. Non c’è nessun posto per loro nei nostri quartieri, a meno che non sia a pagamento, per fare sport, per giocare insieme, per fare due chiacchiere. Anche quando vanno al parco giochi e utilizzano i vari attrezzi sono spesso cacciati via perché sporcano e “rompono le cose” dei più piccoli. Anche se ci giocano e basta.

Gli adulti hanno poco tempo per loro: i genitori devono lavorare, gli insegnanti devono riempire papiri su papiri, preparare l’Invalsi e finire l’ennesimo progetto che renda la scuola moderna. Quando mai trovano il tempo per una bella chiacchierata tutti insieme (ovviamente sono ironica)? Gli amministratori e i politici spesso non hanno tempo per organizzare qualcosa per le esigenze di questa fascia di età. Gli interessi principali sono altri.

A questa età c’è bisogno estremo di un ascolto attento, partecipato e continuo, perché è tempo di grandi ribellioni e contrasti con gli adulti per misurare le proprie forze. Bussano, a volte malamente, e trovano la porta chiusa! Non ci vogliono mezzi forti con loro, servono ascolto, vicinanza, un po’ di complicità a volte, sostegni socio-affettivi adeguati. E pure qualche risata.

Piuttosto che a mettere Daspo, pensiamo a formare degli educatori di strada che intercettino i bisogni dei giovani e li incanalino nella giusta direzione.

Impariamo ad USARE la pedagogia che ci insegna come prevenire i comportamenti pericolosi. L’Italia è ricca di pedagogisti eccezionali. Pensiamo a Maria Montessori, a Don Milani, alle sorelle Agazzi. A noi spesso piace citarli ma poi facciamo davvero ciò che ci hanno insegnato? No. Poco. Altrimenti non saremmo qui a chiederci perché.

Paola Lorenzetti

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4 Comments

4 Comments

  1. Marcello

    14/05/2022 at 18:01

    Bella l’idea degli “educatori di strada”, che trovino antenne attente, un po’ complici magari, con questi giovani, un po’ svitati e tentati dalle maniere forti. I genitori certamente dovranno fare la loro parte, non c’è dubbio e, magari, pure la Scuola e l’oratorio, per quanto possibile e di competenza. L’assenza della “tradizione” (che spesso supportava le persone più aperte al dialogo con questi giovani) non aiuta ma qualcosa forse potrebbe venire dai gruppi politici più aperti, sempre che si voglia tentare realmente di aprire quelle antenne, e soprattutto nei quartieri periferici della Città. Quella “solitudine” potrebbe trasformarsi in una risorsa. Una grande idea, Paola.

    • Paola Lorenzetti

      15/05/2022 at 12:09

      In molte realtà del sud, minate da grossi problemi anche di criminalità sono quelli che hanno fatto la differenza.

  2. Michelangelo

    14/05/2022 at 16:07

    Gentilissima sig.ra Paola Lorenzetti, mi permetto di segnalarle che ci sono diversi presidi che lottano contro la dispersione scolastica in aree difficili del nostro paese. La professoressa Eugenia Carfora, dirigente dell’istituto Morano a Caivano, vicino a Napoli, è stata insignita del titolo di miglior preside del 202o per il suo impegno in un territorio in cui la delinquenza minorile dilaga. In questi giorni si è tenuto a Sorrento il Forum per il Mezzogiorno con l’idea di spendere fondi per ristrutturare le scuole del Sud .Auspichiamo che non siano solo parole per far bella figura davanti ai vertici di Confindustria, ma l’inizio di una rivoluzione culturale come quella auspicata da Tullio De Mauro, che proprio sulla scia di Don Lorenzo Milani proponeva un ritorno ad un’educazione popolare partendo dagli adulti. Enrico Galliano, un professore friulano popolare tra i ragazzi, ha affermato che non si usa più una parola semplice ma fondamentale: empatia. I ragazzi, dopo due anni di pandemia, pongono domande e si interrogano, anche sulle conseguenze nefaste della guerra, che riguarda il loro futuro. Invece, una volta rientrati a settembre, i professori non hanno fatto altro che ragionare di Piano Offerta Formativa ed altre questioni burocratiche, indegne eredità di riforme neoliberiste.
    Un caro saluto.
    Michelangelo.

    • Paola Lorenzetti

      15/05/2022 at 12:14

      Sono a conoscenza delle splendide e valide esperienze di cui mi parla. Purtroppo, restano ancora casi singoli di fronte a un disagio sempre più ampio. Spero che i futuri amministratori ne terranno il dovuto conto e mi impegno, se sarò eletta in Consiglio Comunale, a fare tutto il possibile per favorire un’adeguata prevenzione.

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