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La guerra e la politica italiana: un centrodestra in frantumi?

La Lega perde consensi, Forza Italia si barcamena, Fratelli d’Italia è diventato il nuovo baricentro politico della coalizione mentre si complica la vita del Governo Draghi

Giorgia Meloni

La radicalità della guerra russo-ucraina, sta determinando una serie di conseguenze anche sul sistema politico italiano e, tra queste, in particolare sulla coalizione di centrodestra che sta vivendo una fase di logoramento nei rapporti tra i tre partiti che la compongono, proiettando non poche incertezze sul suo futuro.

Giunti ormai verso la fine della legislatura, forse la peggiore della storia della Repubblica, nata dal voto del 2018, con una forte ed estesa affermazione del populismo, che ha dato luogo a due governi di segno politico opposto e strutturalmente precari e a una sorta di commissariamento successivo con il governo Draghi, ora il centrodestra, che si è sempre ritenuto la vera maggioranza del Paese, si ritrova in serio pericolo di lacerazione.

La scelta di stare comunque uniti, indipendentemente dalle differenze politiche, perché conviene a tutti, e finora ha consentito quasi sempre di vincere, sta trovando impreviste difficoltà a funzionare. Appare perciò utile cercare di capire meglio cosa sta succedendo per riflettere sul possibile futuro.

Matteo Salvini, Lorenzo Fontana

Matteo Salvini, Lorenzo Fontana

La prima evidente novità è che l’identità politica della coalizione risulta nettamente spostata a destra, con FdI e Lega sempre più determinanti e Forza Italia sempre più marginale, specie nelle decisioni che contano.

Un secondo aspetto altrettanto evidente è che i rapporti di forza tra i tre partiti sono mutati in coerenza con lo spostamento complessivo del baricentro politico della coalizione.

In particolare, è proseguito il processo di trasferimento del consenso dalla Lega a Fratelli d’Italia, tanto che i sondaggi certificano tra i due ormai un divario, a favore di FdI, di circa 4-5 punti percentuali, mentre FI fatica ad arrivare all’8%.

Approfondendo la realtà dei singoli partiti dobbiamo constatare che il vero vincitore di questo processo risulta Fratelli d’Italia, spesso indicato anche come primo partito italiano in termini di consenso raccolto.

Un risultato frutto di un impegno concorde dei suoi militanti e di una certa spregiudicatezza nelle scelte operate avendo, accanto a una certa coerenza di destra, il tornaconto elettorale come vero punto di riferimento.

Obbediscono a tale criterio la scelta dell’opposizione al governo Draghi con il salto al voto favorevole sulle spese militari e il tentativo di avventurarsi su alcune ipotetiche critiche all’operato di Mussolini sulle leggi razziali, guardandosi bene dal criticare, e tanto meno condannare, Forza Nuova e CasaPound, che rimangono soggetti contigui a FdI.

Anche per la Meloni conta il principio che le svolte che valgono sono quelle che costano, non quelle tese solo a guadagnare consenso. Più contraddittoria è la situazione della Lega salviniana, quantitativamente ridimensionata dal 35% del voto alle europee del 2019 all’attuale 17% dei sondaggi.

In questi ultimi anni il Capitano ha voluto intestarsi iniziative, battaglie e scontri in tutte le direzioni, tanto in politica interna che internazionale, inanellando una serie di brutte figure, contraddizioni e sconfitte che hanno minato la sua credibilità politica.

Con noncuranza e spregiudicatezza ha fatto di tutto e il suo contrario, mettendo ripetutamente la Lega in seria difficoltà. Basterebbe ricordare le sue disavventure al Papeete dell’estate 2020, i processi sui migranti, l’accordo con il partito di Putin nel 2017, le posizioni antieuropee e la disavventura in Polonia alcune settimane fa, fino alla battaglia corporativa in corso contro la riforma del catasto. 

Un florilegio di sostanziali sconfitte che ha indotto il parlamentare di un partito alleato a ricordargli il detto di Confucio: “Se insegui due lepri, corri il rischio di perderle entrambe”.

Oggi la Lega è bloccata al quarto posto tra i partiti italiani per entità dei consensi previsti e, nonostante tutti i tentativi (falliti) di Salvini di costruire una federazione, o comunque un rapporto privilegiato con FI, il Carroccio ha perso il diritto di leadership della coalizione.

Forza Italia, navigando a un terzo dei consensi di FdI rimane l’anello debole del centrodestra, nei voti e nella politica. Gli ultimi tentativi di Berlusconi di tenere comunque in vita la coalizione, per un ipotetico prestigio personale, si scontrano con i ministri Brunetta e Carfagna, pienamente inseriti nella politica del Governo Draghi, per cui in futuro la cosiddetta maggioranza Ursula potrebbe ritornare di attualità.

Intanto però, con il centrodestra in queste condizioni politiche e organizzative, e il centrosinistra pure in difficoltà per la confusa, contraddittoria ricerca di una introvabile identità politica dei 5 Stelle con l’inesperta guida di Conte, si complica non poco il cammino del governo Draghi, alle prese con i drammatici problemi della guerra e della crisi energetica.

Questo ulteriore degrado del sistema politico italiano rende l’appuntamento delle elezioni politiche del 2023 denso di pericoli perché, allo stato, non si intravede una possibile maggioranza in grado di conferire al governo la necessaria stabilità. Credo perciò sia necessario determinare fin d’ora le condizioni di minor rischio possibile per la nostra democrazia.

Due mi paiono le questioni urgenti sulle quali operare: la legge elettorale e il ruolo di Draghi. Sulla base del principio di precauzione, meglio optare per una legge elettorale proporzionale, dove ogni partito mantiene direttamente la sua forza in relazione ai voti conquistati, e affronta la costruzione della maggioranza di governo senza intese precostituite. Un percorso più difficile per arrivare a un governo stabile ma con minori rischi.

In secondo luogo, data la classe dirigente di governo che si profila, credo che Draghi debba rimanere della partita. Non tanto alla testa di un suo partito, scelta negativa e impraticabile, ma come uomo di governo, probabilmente per continuare la sua leadership, anche per completare il Pnrr. La gravità della situazione del Paese richiede coraggio e responsabilità per superare questo passaggio tanto difficile quanto decisivo.

Luigi Viviani

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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

2 Comments

2 Comments

  1. Maurizio Danzi

    06/04/2022 at 16:22

    Fontana, quello sopra ritratto, tempo addietro spiegò teologicamente che la novella del buon samaritano era riferita al prossimo più prossimo, traducendo dal confuso politichese del Nostro: prima gli Italiani, meglio se del Nord. E’ stato ministro della famiglia ma della sua esperienza ministeriale si sono perse le tracce anche nel suo quartiere. Ora è il responsabile esteri della Lega. Particolari esperienze? Viaggia. Fa il paio con De Maio. Con questi l’avvenire è assicurato. Il loro avvenire. Sono l’esempio lampante che tutti possono farcela. Come il promotore finanziario Borghi o gli impiegati Toninelli e Lezzi. Avanti c’è posto

  2. Marcello Toffalini

    04/04/2022 at 11:20

    Occorre più coraggio a livello nazionale per discutere, senza intese precostituite, la formazione di un nuovo governo: meno bloccato sugli USA in politica estera e più vicino agli interessi degli strati popolari. Altro che governo Draghi!

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