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Cultura

La foto che fanno la storia, da Leon Méhédin a Moritz Lotze

Il legame tra la fotografia e il Risorgimento nel libro del villafranchese Maurizio Grazia. Dai primi fotografi dell’Ottocento alle immagini del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj

Forte Ca Bellina, Mattarana, Verona Est (Eduard Moritz Lotze)
Forte Ca' Bellina, Mattarana, Verona Est (Eduard Moritz Lotze)

Bisogna imparare a leggere le foto e le immagini come documenti. Per esempio quelle del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelenskyj, ripreso sabato 26 febbraio, terzo giorno di guerra, in un video che è insieme cronaca e storia. Il luogo non è casuale, la Casa delle Chimere, sede del governo ucraino, costruito in stile liberty tra il 1901 e 1902 dall’architetto polacco Vladislav Gorodeckij.

Tutti gli ucraini riconoscono il palazzo, capiscono che il presidente non è fuggito e che il suo governo è ancora in piedi. Zelenskyj ha la barba lunga, si capisce che non deve aver avuto una notte tranquilla, né il tempo per radersi.

Guardiamo ora con l’occhio dello storico la foto di Leon Méhédin scattata nel 1859 e pubblicata da Maurizio Grazia nel volume Dagli albori della fotografia. Antologia di immagini nel periodo del Risorgimento italiano (Sometti Editoriale, Mantova, 2021, 159 pagine, 18 euro). Nel libro l’autore, medico e collezionista villafranchese, insegna proprio a leggere la fotografia come documento storico.

Grazia, sin da giovane studente, è appassionato di storia militare e uniformologia e negli anni ha incentrato il suo interesse culturale sul periodo napoleonico e su quello risorgimentale, cercando anche di collezionare materiale documentale e stampe originali dell’epoca.

La foto di Méhédin pubblicata nel libro di Grazia raffigura il corso principale di Villafranca, detto allora via di Mezzo, con a destra in primo piano l’albergo Tre Corone: si riconoscono le tre corone sopra un’insegna prima dell’ingresso. Lì, la mattina dell’8 luglio 1859, come se il nome della locanda contenesse un presagio, si incontrarono i capi di stato maggiore di tre monarchie – Austria, Francia e Piemonte – per firmare l’armistizio di Villafranca che pose le premesse per la fine della Seconda guerra di indipendenza.

La foto, scattata nei giorni immediatamente successivi all’incontro, è stata fatta di primo mattino, per evitare che la calura estiva compromettesse l’impressione della lastra, che avveniva nella camera fotografica coperta da una tenda oscura.

Sullo sfondo si vede il castello, ancora senza orologio né merli, né scale per salire sulla torre. La foto fu scattata da Méhédin che, chiamato da Napoleone, giunse a Villafranca da Parigi dopo la battaglia di Solferino per realizzare un reportage di foto sulla campagna napoleonica d’Italia. L’albergo, non più esistente dagli inizi del Novecento, è attualmente sede del negozio Oviesse.

Cimitero di Melegnano, 1859 (autore ignoto)

Cimitero di Melegnano (MI) 1859 (autore ignoto)

«Durante la seconda guerra d’Indipendenza italiana (1859) tra austriaci e franco-sardi – spiega Grazia – si susseguono in pochi giorni diverse battaglie, tra cui quelle di Magenta e Melegnano. Di quest’ultima abbiamo una testimonianza fotografica di un autore ignoto francese, in cui si vede l’interno del cimitero di Melegnano il giorno successivo lo scontro per la presa del paese, avvenuta l’8 giugno 1859.

È la prima volta che viene rappresentata la realtà della guerra mostrando cadaveri di soldati uccisi. L’immagine è stata stampata in due visuali leggermente diverse: osservandole con il visore stereografico si ha una veduta tridimensionale».

Ha realizzato questo libro durante il periodo di restrizioni pandemiche tra il 2020 e il 2021, ha tenuto conferenze nelle scuole e collabora con il Comune di Villafranca anche nel nuovo progetto per il Museo diffuso del Risorgimento. Nel centro storico di Villafranca, nella galleria ex-Metropol, ha contribuito a realizzare, nel 2016, un murale dedicato alle battaglie del Quadrilatero, con l’aiuto degli studenti del liceo artistico Carlo Anti di Villafranca.

I precursori della fotografia, che si dedicarono allo studio di tecniche per produrre immagini, erano numerosi già negli anni Venti dell’Ottocento, ma è solo nella prima metà del ventesimo secolo che si sviluppa, in Francia, la tecnica iniziata nel 1826 da Joseph Nicéphoré Daguerre.

Il procedimento, subito brevettato, prese il nome di dagherrotipo. Una lastra di rame ricoperta da un sottile foglio d’argento sensibilizzato alla luce con vapori di iodio viene posto in fondo a una camera oscura; aperto l’obiettivo, l’immagine capovolta dell’esterno resta impressa sulla lastra.

Molti fotografi erano di formazione pittorica (la camera oscura, ancora senza lastra fotosensibile, era impiegata dai paesaggisti fin dal Rinascimento). Dalla possibilità di catturare un paesaggio su lastra, i primi fotografi passarono ben presto agli altri soggetti che già erano dei pittori: i ritratti, la vita quotidiana, le scene militari.

Il legame della fotografia con la storia del Risorgimento attraversa diverse tappe. Tra il 1848 e il 1849 vengono rappresentate tanto le rivoluzioni europee e i moti principali nelle grandi capitali europee, quanto le vicende italiane. Soprattutto vengono documentate, con una ricchezza di fotografie e stampe, la formazione della Repubblica Romana e l’assedio di Roma del 1849 con la raffigurazione dettagliata delle truppe francesi che attaccano le mura vaticane di Porta Pertusa il 30 aprile 1849.

Durante la guerra di Crimea (1853-1856) si trovano al fronte fotografi provenienti da ogni nazione europea. In particolare gli inglesi e i francesi sono pionieri con la presenza di Carol Popp De Szathmary (1812-1887) e Roger Fenton (1819-1869), sbarcato in Crimea nel 1855 su incarico della Royal Photography Society di Londra per realizzare un vasto reportage sulle posizioni delle armate alleate nel porto di Balaclava. Ammalatosi di colera, non ha potuto testimoniare lo scontro cruciale di Sebastopoli. In questi anni combatterono in Crimea 18.000 soldati piemontesi, che perirono in battaglia o di colera, tra cui il generale Alessandro La Marmora.

La fotografia assume un ruolo chiave alla corte di Napoleone III in Francia. L’imperatore voleva modernizzare il suo regno, riprendendo il destino di grandeur che era stato del suo più illustre zio favorendo il progresso scientifico, sociale, industriale ed artistico.

Per tale scopo Napoleone III (1808-1873) diffuse la sua immagine ricorrendo alla fotografia, oltre che ai mezzi artistici tradizionali. Tra i suoi fotografi di corte ci sono Gustav Le Gray (1820-1882) e Leon Méhédin (1828-1905), presente nelle vicende della Seconda guerra d’indipendenza italiana del 1859.

L’Italia si affaccia con maggiore difficoltà al progresso rispetto alle grandi nazioni europee, quindi non ci sono fotografi italiani rilevanti nell’Ottocento europeo. I fotografi italiani hanno avuto invece fortuna in Asia, dove furono pionieri della tecnica fotografica.

Il veneziano Felice Beato (1832-1909) fu con molta probabilità il primo fotografo di guerra a scattare immagini storiche in Asia Orientale, documentando la Guerra di liberazione dell’India (1857) e la Seconda guerra dell’oppio in Cina (1856-1860) tra Impero inglese e dinastia Qing. Dopo la partenza di Fenton sarà lui a documentare, nel 1855, la caduta di Sebastopoli, scattando più di 60 fotografie.

Ufficiali Austriaci davanti Palazzo Carli (Eduard Moritz Lotze)

Ufficiali Austriaci davanti Palazzo Carli (Eduard Moritz Lotze)

Per Verona invece è fondamentale il fotografo tedesco Eduard Moritz Lotze (1809-1890), che documentò la Terza guerra d’indipendenza del 1866: il Quadrato di Villafranca, Bezzecca della battaglia capitanata da Garibaldi e la flotta italiana sconfitta a Lissa.

Ma la celebrità di Lotze si lega agli scatti che documentarono Verona a partire dal 1857. Divenne titolare di uno dei più importanti laboratori fotografici della città durante la dominazione asburgica, riproducendo delle splendide vedute di Verona anche negli anni successivi all’unificazione italiana.

Lotze fotografò, tra le tante cose, la costruzione del canale Camuzzoni e i forti Santa Caterina e Dossobuono. All’agosto del 1866 risale il ritratto degli ufficiali austriaci nel cortile di Palazzo Carli, allora come oggi sede di comando militare, attorno all’arciduca Albrech che guidò l’armata austriaca contro gli italiani nella battaglia di Custoza assieme al feldmaresciallo Franz John. Anche qui, come nel caso nostro contemporaneo di Zelenskyj, la barba dice qualcosa: tutti gli ufficiali austriaci ostentano gran mustacchi e basettoni, ma hanno invece il mento ben rasato: volontà dell’imperatore Francesco Giuseppe, guai assomigliare al barbuto Garibaldi!

Michelangelo Piccin

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2 Comments

2 Comments

  1. Marcello Toffalini

    06/03/2022 at 19:04

    Bravo Piccin per queste foto, che sono parte della storia della nostra città e del nostro Risorgimento. Rimangono fuori, come spesso accade, le immagini dei semplici soldati che hanno dovuto farle le guerre d’Indipendenza, e delle donne che, a casa e da casa, hanno permesso durante quei conflitti di tenere in vita le famiglie dei soldati (anziani, bambini e malati). Potremmo averne di queste immagini? Chissà.

    • Maurizio Grazia

      07/03/2022 at 15:56

      Nel volume recensito vi sono quasi 220 foto e non poche di queste mostrano alcuni ritratti anche di semplici soldati. Di veri e propri ritratti ve ne sarebbero molti di uomini e donne noti e meno noti del risorgimento, ma occorrerebbe un volume apposito a parte.

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