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La Verona che vorrei, otto punti per risolvere alcune criticità

Un contributo agli 11 tavoli di lavoro avviati dal centrosinistra per formulare il programma elettorale delle amministrative 2022

Manifestazione per il Parco allo Scalo. 2016-10-22, Piazza Bra, Verona
Manifestazione per il Parco allo Scalo. 2016-10-22, Piazza Bra, Verona

Damiano Tommasi, Flavio Tosi e probabilmente Federico Sboarina, in rigoroso ordine alfabetico, sono i candidati più accreditati per la carica di sindaco del comune di Verona per il quinquennio 2022 – 2027.

Le due forti candidature nel centrodestra e quella altrettanto robusta del civico Tommasi per il centrosinistra, escludono la possibilità che un candidato possa vincere al primo turno, rimandando la scelta del nuovo sindaco al ballottaggio.

Non posseggo la sfera di cristallo ma, considerata la divisione nel centrodestra, è molto probabile che il candidato del centrosinistra arrivi al secondo turno, per poi confrontarsi con uno dei due del centrodestra.  A quel punto tutto sarà possibile, anche la vittoria di Tommasi,  in una città a maggioranza di centrodestra.

Per evitare che l’eventuale vittoria di Tommasi possa concludersi come è stato per l’unica esperienza di amministrazione del centrosinistra tra il 2002 e il 2007, sarà necessario che l’eventuale futuro sindaco si attorni di esperti preparati e obiettivi, ma soprattutto che con la sua lista riesca a portare in Consiglio una nutrita e fedele pattuglia di persone competenti, che rispondano direttamente a lui, per non rischiare di rimanere bloccato nelle scelte amministrative. E sarà essenziale che le forze politiche del centrosinistra che lo stanno sostenendo, siano fedeli ai contenuti del programma. 

Programma che si sta preparando negli 11 tavoli, composti da parecchie persone competenti e che, oltre a toccare i punti critici della nostra città, dovrà essere facilmente leggibile e comprensibile, soprattutto realizzabile per i tempi, per i costi e per i meccanismi burocratici.

Gli elettori dovranno essere in grado di distinguere due visioni diverse e alternative del futuro di Verona: quella del centrodestra, anche sulla base di quanto fatto in questi ultimi 15 anni, e quella del centrosinistra.

Dopo tre amministrazioni di centrodestra, Verona si è rinchiusa in se stessa, mancando importanti opportunità di sviluppo e favorendo la decadenza delle proprie eccellenze.

L’aeroporto Catullo è diventato la succursale di quello di Venezia. La Fondazione Arena ha rischiato di fallire e solo in questi ultimi 5 anni ha dato segni di ripresa. La Fiera sta soffrendo e corre il pericolo di essere cannibalizzata da Milano. Le  nostre due principali banche cittadine, la Cassa di Risparmio e la Banca Mutua Popolare sono state assorbite da Istituti bancari più potenti. Cattolica assicurazioni è stata acquisita dalle Generali… tutto questo ha provocato la retrocessione del ruolo finanziario di Verona a favore di Milano.   

Gran parte dei palazzi storici, che il comune di Verona aveva avuto in eredità, sono stati venduti invece di valorizzarli e inserirli nella pianificazione urbanistica, perdendo così importanti opportunità.

Mentre altre città limitrofe portavano a termine i loro piani di sviluppo, Verona non è riuscita a coinvolgere i vicini territori veneti, lombardi e trentini, che a livello logistico, economico e culturale sono interdipendenti con la nostra città.

In queste carenze si sono inseriti alcuni soggetti privati esterni che hanno condizionato pesantemente le scelte d’uso del territorio, spesso sostituendosi agli stessi amministratori eletti favorendo, ovviamente, i loro interessi anziché  quelli della collettività.

A livello urbanistico, le recenti amministrazioni hanno scelto di puntare sulla realizzazione di alberghi, di centri commerciali e direzionali.  Ma non si è capito su quali analisi tecnico-scientifiche è stato deciso che erano quelle le destinazioni d’uso di cui la nostra città aveva bisogno.

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Verona, ZAI – Ex manifattura tabacchi – Viale della Fiera

Ragionando su quanto conseguito, su quanto promesso e non ottenuto e su quanto tralasciato dalle diverse giunte di centrodestra, mi auguro che il programma di Tommasi sia ben diverso e, a tale riguardo, mi permetto di suggerire alcuni problemi che reputo necessario risolvere per il bene  della nostra città.

Il primo problema da affrontare dovrà essere quello della mobilità. Pur ritenendo il progetto del filobus, così come è stato progettato, non adatto a risolvere le difficoltà viabilistiche di Verona, sarà doveroso ultimarlo al più presto, ma con il percorso modificato.  Considerando che  i mezzi, per le loro dimensioni, non sono adatti a percorrere il centro storico, sarebbe opportuno che seguissero il perimetro delle mura magistrali.  Un servizio di minibus elettrici porterebbe gli utenti in centro.

Sarebbe doveroso rivedere e potenziare la rete dei percorsi ciclabili e, una volta realizzati i parcheggi scambiatori, si dovrà attuare la pedonalizzazione del centro storico, mentre Borgo Trento, Cittadella, Valverde, San Bernardino e San Zeno potrebbero diventare Zone a Traffico Limitato.   

Per tentare di risolvere il congestionamento del tratto tra borgo Venezia e porta San Giorgio, si potrebbe valutare la costruzione di un traforo breve per sole automobili, che colleghi i due estremi, con entrata nelle vicinanze di Porta Vescovo e uscita in via Mameli.

Il secondo è relativo al centro storico. Non si è fatto nulla per interrompere la continua diminuzione dei residenti. Un centro storico privato degli abitanti, anche se attrezzato di centri polifunzionali, di musei, negozi, ristoranti e alberghi, toglierebbe a  Verona e ai veronesi la loro vera identità. 

Il terzo è relativo al sistema del verde e dei parchi mai realizzati, che potrebbero collegare organicamente le diverse parti del territorio cittadino.

Il quarto sono le periferie. La città non deve più espandersi e il consumo del suolo cessare. Anziché costruire nuovi volumi è necessario ristrutturare l’esistente e bonificare il territorio dalle strutture edilizie obsolete e inutilizzate, riportandolo a verde. La periferia ha perduto la propria identità e gli abitanti hanno smarrito parte del loro senso di appartenenza a una comunità.

Le aree periferiche, e tra queste comprendo anche alcuni rioni del centro storico, offrono la possibilità di progettare delle porzioni di città che non siano destinate a soddisfare gli interessi della speculazione immobiliare, ma quelli delle comunità che ci vivono.

Castelvecchio, Verona (foto Sailko)

Castelvecchio, Verona (foto Sailko)

Il quinto riguarda il sistema culturale-museale. Sarà doveroso rivoluzionare il ruolo dei musei. Il territorio, con le sue eccellenze culturali, dovrà essere inteso come un grande museo diffuso.

In quest’ottica, risulta necessario realizzare un Grande Museo di Castelvecchio, fulcro dell’intero sistema, ampliato anche negli spazi ora occupati dal Circolo Ufficiali.

Il sesto riguarda gli enti partecipati. Gli enti pubblici non possono essere ancora utilizzati come “camere di compensazione” per personaggi fedeli, per creditori di favori o per politici “trombati”. Inoltre, sarebbe doveroso ridurre il numero dei componenti dei consigli di amministrazione, optando per membri competenti e capaci.

Dovrebbero essere riviste le competenze delle diverse aziende ed enti pubblici, accorpandole quando possibile, e diminuendo in tal modo i CdA e i conseguenti costi per la collettività.

Il settimo è relativo alle opere incompiute. L’impianto di riciclaggio dei rifiuti a Ca’ del Bue; il recupero dell’Arsenale; le scelte d’uso sull’area della Marangona, il parco urbano allo Scalo merci della Ferrovia; il recupero naturalistico delle cave dismesse e la valorizzazione culturale delle strutture militari austriache, non possono essere ancora rimandati.

L’ottavo riguarda i progetti da bloccare. I Magazzini della Cultura al forte Santa Caterina al Pestrino; il master plan del presunto parco allo Scalo Merci della Ferrovia;  il centro congressi, l’hotel e la spa del piano Folin per il centro storico; e le eccessive destinazioni alberghiere, direzionali e commerciali previste nel recupero delle aree dismesse dovrebbero essere fermati. Purtroppo, credo sia impossibile intervenire sulla destinazione commerciale dell’area relativa all’ex cupolone dei Magazzini Generali per riprendere l’originale ipotesi di un auditorium e di spazi culturali; così come bloccare quello che rimane da costruire del progetto dell’ex BAM in via Mameli; o la riconsiderazione del Borgo degli Ulivi a Quinzano; o il blocco di altri progetti impattanti che hanno ottenuto tutte le autorizzazioni pubbliche.

Mi limito a questi otto punti, ben sapendo che ne ho tralasciati molti altri, che i diversi tavoli di lavoro dovranno trattare.

Concludo auspicando una notevole diminuzione delle consulenze esterne, costose e spesso inutili. e un controllo efficace dell’operato di coloro che gestiscono le aziende pubbliche, non di rado oggetto di spese gravose e non comprensibili.     

Giorgio Massignan
VeronaPolis

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Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

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