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La violenza contro le donne e il male profondo che ci attraversa

Un caos emotivo che porta a uccidere non solo chi non si è riusciti a trattenere ma si giunge anche a rivolgere la punizione contro se stessi

Scarpe rosse simbolo delle vittime di femminicidio

Che dire della furia dei femminicidi che divampa dall’inizio dell’anno in Europa e colpisce in particolare il nostro Paese? I numeri parlano: 89 vittime di cui 69 solo in Italia dai primi dell’anno. Terribile. Sconcerto, indignazione, rabbia, dolore, ogni parola non basta più a rendere il tumulto dei sentimenti che agita il cuore di noi tutte, come donne, sorelle, compagne di sventura, persone esterrefatte di fronte a questa tempesta di eventi insanguinati.

Forse solo l’urlo di Munch è simbolicamente il più adatto a raffigurare lo schianto dell’anima, la disperazione che ci pervade leggendo le cronache. È una strage in cui anche i figli/e non vengono risparmiati. Ormai ogni giorno, ogni due giorni, cade una donna per mano violenta, omicida di un maschio. Senza trascurare la continua catena di molestie, stalking, minacce, sparizioni e abusi in ambito domestico e lavorativo che solo casualmente buca la cronaca.

Come si racconta, sono spesso donne colpevoli di aver detto basta, di aver rifiutato uomini violenti, di essersi ribellate ai loro soprusi, aver tentato, andandosene, di sottrarre i figli/e alle angherie di un padre padrone aggressivo. Vittime coraggiose che spesso hanno anche provato a denunciare le violenze subite, ma senza ottenere dalle leggi, dalle istituzioni protezioni adeguate. Anzi, si è tristemente constatato che talvolta è stato peggio perché le denunce hanno di fatto contribuito ad esacerbare le già difficili situazioni esistenti.

Lo Stato, la legge non stanno funzionando. Il femminicidio è una piaga dilagante, complessa nelle sue articolazioni e da troppo tempo segna il nostro destino di donna. Proviamo a riflettere. Sicuramente alla base del fenomeno continua a lavorare quell’atavico patriarcato che solo apparentemente, a livello culturale, è stato superato dal progresso di una società che dagli anni ’50 ha significato emancipazione femminile per crescita di consapevolezza, istruzione e autonomia economica.

Guadagni che hanno attribuito alla donna, nuove libertà e ruoli sociali. Conquiste di diritti di scelta che, nella struttura familiare, hanno prodotto una sorta di sommovimento tellurico. Sul teatro della storia ha infatti voluto dire per noi riprendere voce, rivendicare cambiamenti di costume, assumere potere decisionale.

Tutte istanze insopportabili per l’uomo che da millenni detiene lo scettro del comando nella gerarchia sociale imponendo in famiglia il suo status di potere sul possesso del corpo dell’altra. Dunque la violenza come estrema difesa della sua posizione nel mondo.

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Ma forse i retaggi culturali della nostra lunga tradizione non bastano a giustificare l’efferatezza di atti tragici in cui anche l’omicida metta in conto fin dall’inizio di uccidersi. Forse occorre allora considerare che, più a monte, ci sia un’anima malata che non riesce più a governare i propri impulsi più reconditi, a tener a bada quel corpo selvaggio delle emozioni che per natura nel profondo ci abita.

Freud teorizzava in proposito la necessità di una sublimazione delle pulsioni. La società ha del resto sempre provveduto, per mantenere il suo ordine, ad organizzare, incanalare queste forze psichiche orientandole al positivo attraverso l’arte, lo sport, il lavoro. Ma nell’epoca contemporanea, con la velocizzazione dei cambiamenti promossi dalla potenza dei mezzi tecnologici disponibili, emergono nuove contraddizioni.

Da una parte si assiste infatti all’ipertrofia di un io sempre più sollecitato dalla smania di affermazione e dal soddisfacimento di bisogni indotti dal mercato, dall’altra c’è però tutta la fragilità dello stesso io allorché si mostra incapace di reggere le tensioni che imprevedibili e traumatici eventi gli impongono. A metterlo in crisi ed affliggerlo sono le perdite, le sconfitte, gli abbandoni.

Dunque in gioco è la figura drammatica di un io in bilico tra manie di grandezza e inconfessate debolezze, un’anima tormentata che, per incapacità di accettare le frustrazioni, implode lasciando che la parte più antica, ancestrale di sé liberi tutta la sua violenta energia.

E, all’interno di questo caos emotivo, si arriva così ad uccidere non solo chi non si è riusciti a trattenere, ma si giunge anche a rivolgere la punizione contro se stessi. Quasi una riproposizione della tragedia greca.

Corinna Albolino

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Written By

Originaria di Mantova, vive e lavora a Verona. Laureata in Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è poi specializzata in scrittura autobiografica con un corso triennale presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo). In continuità con questa formazione conduce da tempo laboratori di scrittura di sé, gruppi di lettura e conversazioni filosofiche nella città. Dal 2009 collabora con il giornale Verona In. corinna.paolo@tin.it

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