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Il Vangelo

Impara l’arte di ascoltare e non finirai mai di stupirti

Purtroppo viviamo in una società in cui ci sentiamo più maestri che allievi, in particolare in questi tempi di crisi per la pandemia, dove tutti pretendono di avere la verità in tasca.

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Marco 7, 31-37

Come sono avvenuti i miracoli non lo sapremo mai. Sono racconti teologici, non facili da interpretare, ma che ci regalano sempre dei grandi insegnamenti per imparare a vivere.
Oggi Marco ci offre una pagina di grande attualità. Non sappiamo più ascoltare. Pensiamo alle polemiche che stiamo vivendo sui vaccini, il green pass, i no-vax.
Il sordomuto del Vangelo rappresenta ognuno di noi. Siamo tutti un po’ sordi e un po’ muti.
Facciamo fatica ad ascoltare. Per ascoltare bisogna essere capaci di fare silenzio. Non è facile mettersi in ascolto di chi non la pensa come noi.
“In principio, dice il filosofo Martin Buber, è la relazione e ogni vita autentica è incontro. Senza ascolto non c’è relazione. E senza relazione nessuno può vivere”. È l’egoismo e la solitudine il dramma dei nostri tempi.

Ma purtroppo non solo siamo sordi, spesso siamo anche “muti”.
Quante volte rimaniamo in silenzio di fronte a situazioni in cui invece dovremmo parlare, anzi urlare. Succede a tutti di far finta di niente per paura, per viltà, per comodità. Come si è comportato Gesù? «Gli pose le dita sugli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua». Lo tocca con le sue mani. Gli dà qualche cosa di “suo”. Sembra quasi un gesto superstizioso. È invece un gesto di grande delicatezza. Voleva esprimergli il suo affetto e la sua vicinanza. Non potendo parlargli, in quanto era sordo, poteva comunicare soltanto toccandolo.

Quante volte anche noi ci troviamo in situazioni dove più che delle parole c’è bisogno di piccoli gesti. Talvolta basta uno sguardo per capire che uno ti è vicino.
In certi momenti il silenzio, un sorriso, una carezza, una stretta di mano, valgono molto di più di inutili discorsi.
«Emise un sospiro e disse: “Effatà”, cioè “Apriti!”»
Questo è il vero miracolo: uscire dal nostro egoismo per “aprirsi” all’ascolto dell’altro. Quell’invito: “Effatà-Apriti” è anche per noi. Dobbiamo uscire dal nostro egoismo per avere il coraggio di liberare la bellezza che c’è in ognuno di noi.

Purtroppo viviamo in una società in cui ci sentiamo più maestri che allievi, in particolare in questi tempi di crisi per la pandemia, dove tutti pretendono di avere la verità in tasca.
Pochi sono disposti a tacere e ad ascoltare. Solo quando sapremo “aprirci” all’altro, non ci sentiremo più soli e potremo scoprire la bellezza dell’amicizia, dell’incontro, del dialogo.

Roberto Vinco

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Don Roberto Vinco è parroco a San Nicolò all'Arena (Verona). roberto.vinco@tin.it

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