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Il terrorismo non si vince con la guerra e la democrazia non è una merce

Gli USA e le forze della NATO, tra cui l’Italia, hanno lasciato l’Afghanistan. Era ora, per quanto tempo ancora dovevano rimanere? L’esercito Afghano ha dato campo libero ai Talebani senza sparare un colpo. Meno male, e perché mai avrebbe dovuto combattere quando gli stessi USA, già da un anno a Doha nei colloqui con i Talebani, avevano preso accordi di abbandonare l’Afghanistan e riconsegnare loro il Paese? 

Ed ora siamo punto a capo, purtroppo dopo una guerra durata vent’anni costata 174.000 morti di cui 3.586 tra soldati americani ed alleati (tra questi 53 militari italiani), 72.000 tra militari Afghani e contractors, 51.000 Talebani, 47.245 civili, 444 operatori umanitari e 72 giornalisti. Una guerra costata agli USA 2.261 miliardi di dollari (ma sarà molto di più alla fine) ed all’Italia 8,7 miliardi di euro. 

L’invasione dell’Afghanistan era nata come risposta al terrorismo dell’11 settembre 2001, ovvero per punire Bin Laden, organizzatore con Al Quaeda dell’attentato delle torri gemelle, protetto in quel Paese dai Talebani, ed ucciso nel 2011 con una operazione militare in Pakistan. L’occupazione militare dell’Afghanistan, tuttavia, è continuata altri dieci anni, evidentemente per altre ragioni diverse dalla lotta al terrorismo, probabilmente geo-strategiche, anche se spacciate per democrazia e libertà.

Sono due gli errori capitali commessi dalla potenza USA: il primo è stato quello di illudersi che si potesse vincere il terrorismo con le forze armate convenzionali. Non si combatte il terrorismo con bombardamenti aerei e carri armati, ma eventualmente con operazioni di intelligence. Ancor prima però bisognava riflettere sulle origini di tali atti, le ragioni storiche, sociali, i colonialismi, gli imperialismi economici e militari, perché un attentato come quella delle torri gemelle, così come i successivi in Europa, sono solo l’ultimo anello di una catena di odio covato e accumulato negli anni. Ed allora i Presidenti americani, ed i loro generali, ma anche i nostri politici, dovrebbero acculturarsi in Storia prima che in giurisprudenza o strategie militari.   

Il secondo grave errore è stato quello di considerare la democrazia una merce. La democrazia non si esporta come una merce e tanto meno la si può imporre con la forza delle armi. La democrazia e la libertà sono il frutto tormentato e contrastato della crescita culturale e sociale di un popolo, che anche nel nostro mondo occidentale ha attraversato rivoluzioni, conflitti, eroismi e sangue. La democrazia e la libertà che oggi diamo  per scontate sono in realtà un frutto recente, maturato nella seconda metà del novecento dopo il ventennio fascista e due tragiche guerre mondiali precedute da altri sanguinosi conflitti ed insurrezioni risorgimentali.

Ora in Afghanistan sono tornati i Talebani con la Sharia ed un regime teocratico chiuso e rigido che colpisce soprattutto le donne relegate a comparse, nel migliore dei casi, se non a schiave. Sarà un periodo durissimo anche per le vendette ed i regolamenti di conti, esecrabili ma inevitabili. Tuttavia questi vent’anni in cui il popolo afghano è venuto in contatto, seppur nel peggiore dei modi, con le libertà ed i diritti dell’occidente, hanno acceso, soprattutto nei giovani, un bisogno di libertà, che continuerà favorito anche dai sistemi di comunicazione di massa e dai social media.  

Il bisogno di libertà diventa insopprimibile una volta innescato, ma sarà il popolo afghano che dovrà trovare la strada e la forza di conquistare democrazia e libertà e non sarà facile. Noi occidentali dovremo trovare modi nuovi e adeguati per aiutarli in questo percorso, a cominciare intanto dall’accoglienza empatica verso chi ora è costretto a fuggire.

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

3 Comments

3 Comments

  1. Dino POLI

    24/08/2021 at 15:56

    Bravo Claudio, direi che l’analisi è pertinente e valida, anche completa nella sua brevità, e lo scenario è tragico. Bisogna riprendere la diplomazia e l’approfondimento della religione e delle spiritualità, che in Italia e in Occidente è iniziato da molto (diciamo con Lutero, nel 1500), mentre nell’Islam ancora non si intravede.

  2. M.

    26/08/2021 at 13:30

    Signor Toffalini, salve. Diciamo una cosa importante circa la religione cristiana e musulmana. Il cristianesimo ha subito una sorta di “annacquamento” diciamo così, per motivazioni storiche. Con l’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento, le capacità dell’uomo sono state lette e interpretate tramite una cultura laica. Galileo Galilei ha introdotto il metodo scientifico che ha offuscato sia ciò che rimaneva della tradizione metafisica pagana, che quanto il cristianesimo aveva influito sin dal quarto secolo dell’era volgare. La scienza dal 1600 in poi ha influenzato tutte le scelte degli stati occidentali, dalla politica all’economia influenzando la religione. L’Illuminismo ha creato un “fideismo” scientifico, la fede è passata in secondo piano. L’Islam invece tali conflitti culturali non li ha mai conosciuti, si ragiona in termini di metafisica e spiritualità per parlare di guerra. Il vizio di noi occidentali è volere dapprima imporre la nostra cultura militare, poi non vedere quanto di obsoleto esiste all’interno dei nostri confini nazionali. Per portare un esempio concreto, abbiamo abolito il matrimonio riparatore solo nel 1981. Temi come il divorzio, l’aborto, sono battaglie ottenute alla fine del secolo scorso, magari frutto di una lenta mentalità avviata al cambiamento dai secoli precedenti. Certo, giustamente ci indigniamo e proviamo orrore nel sapere che le donne in Afghanistan verranno confinate in casa e dovranno portare un velo, ma la mentalità culturale di un Paese diverso, con un’altra mentalità, di certo impiegherà il suo tempo per adattarsi ed evolvere.
    M.

  3. giuseppe abbate

    26/08/2021 at 19:23

    Condivido e mi associo anch’io ai complimenti di Dino, fatti a Claudio per l’analisi esauriente sulla guerra e ritiro delle truppe USA e della Nato, dall’Agfanistan.
    Oltre ad una seria autocritica degli errori compiuti, ora serve coordinare le menti e le forze, per un’accoglienza adeguata ai rifugiati, e riprendere la diplomazia ed i contatti con il Paese.

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