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Covid19, considerazioni sulla conferenza di aggiornamento

La curva dei positivi al Covid-test decresce al crescere parallelo di quella dei vaccinati. In terapia intensiva continuano a finire prevalentemente soggetti anziani, anche se l’età media è inferiore ai 60 anni.

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Si è tenuta stamattina la conferenza stampa di aggiornamento sulla gestione della pandemia nel territorio della AUSL Scaligera. È intervenuto il Direttore Generale dott. Pietro Girardi coadiuvato dal Direttore della Pediatria del Territorio, dott. Francesco Soffiati, e dal Direttore del Dipartimento materno-infantile che maggiormente afferisce all’Ospedale, dott. Mauro Cinquetti, anche se è stata ribadita l’importanza strategica della stretta sinergia tra queste due dimensioni operative della sanità.
L’incipit non poteva che essere l’efficacia della vaccinazione che si aggira intorno al 95%, cioè una percentuale in linea con il dato atteso delle istituzioni scientifiche nazionali ed internazionali.

Questo 5% di inefficacia si traduce in una maggioranza di soggetti scarsamente sintomatici o asintomatici ed in una minoranza di ospedalizzati. Per meglio comprendere la portata dell’impatto della vaccinazione, dei 72 pazienti ospedalizzati i 4/5 non sono vaccinati e quasi tutti i casi che hanno avuto necessità di terapia intensiva parimenti non lo sono. Si è inoltre osservato come I soggetti ospedalizzati nonostante il vaccino siano comunque pazienti portatori di patologie impegnative che comportano di default un indebolimento più o meno marcato delle difese immunitarie.

Questo dato atteso, sulla base degli studi campionari che hanno consentito la validazione del vaccino, viene ora confermato dall’osservazione di popolazione su ampia scala. La curva dei positivi al Covid-test decresce al crescere parallelo di quella dei vaccinati, quindi con un saldo progressivamente negativo per effetto del calo dei soggetti affetti da Covid. In terapia intensiva continuano a finire prevalentemente soggetti anziani, anche se l’età media è inferiore ai 60 anni.

Il meccanismo del contagio è semplice: i giovani più esposti al contatto sociale diventano veicolo d’infezione per gli adulti che possiedono un sistema immunitario meno dotato. Però attenzione, perché i giovani non sono completamente esenti dal rischio di contrarre la malattia, compresi quelli che si trovano in età pediatrica in cui si sono osservati sia casi, seppur rari, d’infiammazione multi-organo che hanno esitato in miocardite, sia forme di cosiddetto “long Covid”, cioè sindromi caratterizzate da stanchezza, febbricola e soprattutto facilità a contrarre altre diverse infezioni, causate da una persistenza del virus nell’organismo anche a guarigione raggiunta della forma acuta. Si tratta di casi rari, ma incomparabilmente più frequenti degli effetti collaterali della vaccinazione.

Per tutto questo si sta puntando sulla vaccinazione dei soggetti in età scolare che ha ormai raggiunto il 50%, sia attraverso il coinvolgimento operativo dei pediatri di famiglia, indifferentemente nel proprio studio o in strutture pubbliche dedicate, dando seguito ad accordi regionali tra le parti già raggiunti, sia con azioni mirate rivolte a target specifici di soggetti a maggior rischio di contatti fisici, quali coloro che si dedicano alle attività sportive.

Alla mia domanda sulla eventuale differenza tra le motivazioni addotte dai renitenti alla vaccinazione rispetto a sé stessi nel confronto con quelle avanzate in quanto genitori che temono per i propri figli, si è risposto che le prime si collocano al di fuori di ogni argomentazione logica e quindi sono governate completamente dall’irrazionalità, le seconde invece sono più articolate perché si rivolgono agli effetti a lungo termine che non sono ovviamente ancora stati valutati, né sui piccoli che sui grandi numeri. Qui la comunicazione deve fare uno sforzo ulteriore per guadagnare l’adesione di obiezioni non peregrine. Si tratta quindi di spiegare, alla luce di tutte le conoscenze disponibili, storiche ed attuali, la ragione per cui si può essere confidenti del risultato atteso.

Infine la questione del personale sanitario no-vax, un vero e proprio ossimoro che però resiste, benché gli oltre 800 sanitari non vaccinati in Veneto si siano ora ridotti di 10 volte. Soltanto 52 sono coloro che si sono formalmente opposti ai provvedimenti sanzionatori che prevedono la sospensione dal lavoro con perdita dello stipendio.
Su questo il Direttore Generale Girardi, pur accettando la possibilità di un diverso punto di vista sulla questione, non ritiene accettabile che il dissenso possa tradursi in un danno per la salute della comunità.

In chiusura, si è ribadito come l’esempio delle istituzioni , e quindi di coloro che le rappresentano, sia fondamentale per ottenere il consenso dei cittadini, non solo rispetto ai sani stili di vita, ma – dico io – per tante altre questioni su cui le istituzioni si sono purtroppo giocate la propria credibilità.
Dopo un esordio decisamente complicato, che ha visto autorevoli esperti di settore mostrare opinioni contrapposte, in vero anche sollecitate ad arte da qualche anchormen della comunicazione mediatica, le posizioni si sono progressivamente allineate. Permangono sì delle differenze, ma sostanzialmente quantitative rispetto alle misure prudenziali da assumere. Nessuno afferma più che il virus è clinicamente morto, oppure che la vaccinazione è inutile o che addirittura siamo punto e a capo con la pandemia.

In direzione opposta si sono invece mosse le scienze umanistiche, generalmente più lungimiranti e riflessive, anche se, va detto, in una minoranza ristretta di casi. Il riferimento è ai filosofi Giorgio Agamben e Massimo Cacciari (a parte qualche loro patetica caricatura) che, negando la rilevanza del rischio pandemico e la pertinenza delle conseguenti misure di prevenzione adottate, nonché enfatizzando viceversa l’incertezza scientifica della sicurezza vaccinale, ritengono pericolose per la stessa democrazia le limitazioni delle libertà individuali introdotte con il green pass. Non è di certo un buon servizio reso alla Prevenzione, di cui i vaccini storicamente hanno rappresentato una parte non irrilevante, anche se indubbiamente non esclusiva come invece la cura dell’ambiente che ci ospita richiederebbe.

Paolo Ricci
medico epidemiologo

 

 

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Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

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