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Piazza Erbe, Verona
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Inchieste

Nel turismo la crisi da pandemia si contrasta con il lavoro nero

Assunzioni a termine e fuori busta che in caso di Cassa Integrazione però non si conteggia. Meglio il reddito di cittadinanza

INCHIESTA – Finti part time, nessun giorno di riposo, straordinari pagati in nero. Molti lavoratori stagionali del turismo da anni vivono questa condizione e la pandemia sembra non aver cambiato le regole di un settore che ora lamenta carenza di personale. 

Il connubio tra città storica, attrazione lacustre e bellezze della Lessinia ha reso Verona una delle principali realtà turistiche, in grado di assorbire con facilità variegate schiere di lavoratori, soprattutto nei settori della ristorazione e della ricettività. Con la pandemia però il meccanismo pare essersi inceppato: dopo il brusco rallentamento del 2020 anche nel 2021 gli ingranaggi della stagionalità sembrano non girare più come prima. L’incertezza e i ritardi provocati dal virus sono la sola causa? Oppure l’offerta lavorativa nel settore turistico non è davvero allettante e all’altezza di un territorio che ha costruito le sue fortune sui multiformi viavai di visitatori?

L’appeal turistico del territorio scaligero è fuori discussione e sono i dati a confermarlo: secondo il rapporto Il turismo a Verona redatto nel 2020 dalla Camera di Commercio di Verona, la nostra provincia nel 2019 è stata la quinta in Italia per presenze turistiche, collezionando 5.130.428 arrivi e 18.011.840 presenze complessive, concentrate perlopiù sulle sponde del lago di Garda, che ha attratto il 74,8 % dei flussi turistici veronesi, contro il 15,2% della città e il 9,9% degli altri comuni. A livello regionale questi numeri si traducono in una soddisfazione della domanda turistica totale del Veneto pari al 25,3%, percentuale seconda soltanto alla provincia di Venezia, che vanta il 53,3% e primeggia anche nella suddetta classifica nazionale.

Quest’abbondanza di presenze comporta nel concreto una nutrita offerta di servizi turistici: i dati ISTAT del 2019 contano 12.213 strutture ricettive nel veronese, delle quali il 94,6% è costituito da esercizi all’aperto (villaggi turistici e campeggi) e complementari (alloggi privati, agriturismi, bed and breakfast), mentre il restante 5,4% è rappresentato dalle strutture alberghiere. Ma è proprio analizzando queste ultime che ci si rende conto dell’attrattività di Verona, perché quel 5,4% equivale a 664 alberghi, ovvero poco meno del 23% degli esercizi alberghieri complessivi presenti in Veneto (2945), prima regione per posti letto in Italia nel 2019, con il 15,4% del totale nazionale.

Non si possono poi dimenticare le attività di ristorazione, che nella provincia scaligera scandiscono i propri ritmi in base ai flussi di visitatori e sono presenti in maniera massiccia: basti pensare che delle 7.453 imprese del settore turistico iscritte al 31 dicembre 2019 alla Camera di Commercio il 79,2% svolgeva servizi di ristorazione (ristoranti, bar, catering).

Sono dunque questi due settori, ricettività e ristorazione, ad animare il mercato del lavoro veronese e nel quinquennio precedente al 2020 pandemico lo hanno fatto crescendo con una certa costanza dal punto di vista delle assunzioni: secondo il portale Veneto Lavoro, si è passati dai 15.895 assunti del 2014 ai 25.530 del 2019, che corrispondono al 13% degli assunti totali a Verona in ogni settore (195.770) nell’arco dell’anno. Dal punto di vista contrattuale emerge invece una preventivabile instabilità, considerando la forte stagionalità che caratterizza il territorio scaligero: di quei 25.530 assunti, 20.700 sono a tempo determinato, 2320 a tempo indeterminato e 2510 con un contratto di apprendistato. L’andamento degli anni precedenti è proporzionato a quello del 2019, con una percentuale di contratti a tempo determinato nei settori ristorazione e ricettività che si aggira sempre tra il 70% e l’83% nel periodo 2014-2018.

Giuio Cavara, presidente dell’Associazione Albergatori di Verona

Il 2020 invece è stato un anno particolare, i cui dati sono stati sconvolti dalla crisi pandemica che era ancora un punto interrogativo. Perciò è più opportuno paragonare il 2021 alle tendenze del 2019 e, da questa comparazione, ci si rende conto che, nonostante il via libera alle riaperture, l’agognata normalità è ancora una chimera. L’allarme l’aveva già lanciato Giulio Cavara, presidente dell’Associazione Albergatori di Verona e vicepresidente vicario di FederAlberghi Veneto, intervistato da Verona In prima dell’inizio della stagione: «Il settore ricettivo sta faticando a trovare personale. Se è vero che i giovani e le famiglie hanno fame di lavoro, allora la nostra ricerca dovrebbe essere soddisfatta… in realtà non è così». E i numeri gli danno ragione: l’Osservatorio di Veneto Lavoro relativo ad aprile 2021 segnala come nei primi quattro mesi dell’anno la domanda d’impiego nei servizi turistici a livello regionale abbia subito una drastica flessione rispetto al 2019 (-78%). Più nello specifico, gli assunti tra gennaio ed aprile 2019 sono stati 51.101, contro gli 11.284 dello stesso quadrimestre del 2021.

Verona rispecchia perfettamente la tendenza: nel primo trimestre dell’anno i settori della ricettività e della ristorazione hanno conteggiato 1.365 assunzioni, evidenziando una netta differenza in confronto alle 7.710 del 2018 o alle 5.995 del 2019 nello stesso periodo. Ovviamente queste cifre sono giustificate dai dubbi che circolavano sul regolare svolgimento della stagione nei variopinti mesi di coprifuoco, tant’è che l’iniezione decisiva di reclutamenti è avvenuta tra maggio e soprattutto giugno, ma comunque non è bastata per ritornare alle vette pre-pandemiche: scrutando ancora i dati regionali, emerge come le assunzioni nel secondo trimestre del 2019 siano state 57.089, nel 2021 solo 45.541.

Come si spiega una simile carenza di personale nei servizi turistici proprio nell’estate che ai suoi albori prometteva normalità e vacanze per tutti? Cavara non ha dubbi: «Manca la propensione al sacrificio. Non mi si dica che lo stipendio di un cameriere è basso o che si lavora senza contratto, la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore sono assunti regolarmente nei quadri appropriati con stipendi adeguati e diritti garantiti». In realtà, approfondendo la questione, la situazione appare più complessa di così.

Andrea Lovisetto

Andrea Lovisetto

«Gli stagionali hanno dovuto modificare i propri criteri di ricerca del lavoro» afferma Andrea Lovisetto, segretario generale di FILCAMS (Federazione Italiana Lavoratori del Commercio, Alberghi, Mense e Servizi) CGIL Verona. «Percependo una parte di stipendio in busta paga e un’altra fuori, si sono resi conto che il pezzo fuori non viene coperto dalla cassa integrazione e quindi hanno cominciato a fiutare occasioni in grado di garantire più stabilità. Questo processo è stato agevolato anche dal ritardo con cui i ristoratori hanno cominciato ad assumere».

Giosue Rossi (al centro)

Giosue Rossi (al centro)

Giosuè Rossi, segretario generale di FISASCAT (Federazione Italiana Sindacati Addetti Servizi Commerciali, Affini e del Turismo) CISL Verona, aggiunge invece altri elementi al dibattito: «Alcuni lavoratori, usufruendo del reddito di cittadinanza o di altri redditi di emergenza, si sono fatti due conti e hanno ritenuto più conveniente restare a casa. Diversamente, altri hanno rifiutato proposte da aziende che, per risparmiare, avrebbero voluto pagarli in nero: il rischio di non ricevere un compenso adeguato alle ore lavorate in questi casi è molto elevato».

Sembrano allora molteplici i fattori che hanno condotto all’inaspettata carenza di personale ma, a prescindere dalle motivazioni, ciò che preoccupa adesso sono le ripercussioni che questa problematica sta provocando in un settore già notoriamente stressato durante l’estate. «In questo periodo le condizioni sono molto pesanti» confessa Rossi. «Essendoci poco personale, quelli che ci sono vengono abbastanza sfruttati: si trovano costretti a regalare ore vista la grande mole di lavoro da svolgere, lo fanno a ritmi molto sostenuti e a volte le modalità di pagamento non sono così eque e trasparenti».

Lazise, Lago di Garda

Lazise, Lago di Garda

Spiega infatti Enrico, aiuto cuoco in un ristorante di Pacengo di Lazise: «Ho sempre lavorato come stagionale sul lago di Garda e dopo un anno di stop, in cui ho fatto il muratore, ho deciso di ritornare a lavorare in cucina ma giuro che questa è l’ultima volta e l’anno prossimo ritornerò a fare il muratore. Con il Covid, nel turismo e nella ristorazione le cose sono peggiorate: le paghe sono intorno agli 8 euro lordi, di cui solo una parte in busta paga e il resto in nero. Nessun giorno libero e gli straordinari non vengono pagati. Lavorare nel turismo non conviene più.”

La situazione appare chiara: alcuni dei diritti basilari che andrebbero garantiti ai lavoratori si trovano a scricchiolare ora più che mai. Non è certo una novità durante la stagione estiva, ma in questi mesi di tensione particolare vale la pena considerare gli strumenti che i dipendenti hanno a disposizione per tutelarsi, quali i sindacati e l’annessa possibilità di aprire vertenze nei confronti delle aziende in caso di mancato rispetto delle regole o di violazione dei diritti inderogabili. «Molto spesso i lavoratori non si impegnano in questo senso» rivela Lovisetto. «Quando vengono ad effettuare la domanda di disoccupazione dopo il licenziamento, noi chiediamo le motivazioni e a volte scopriamo delle situazioni limite. Se però proponiamo loro di fare vertenza, di solito si rifiutano. Hanno paura: sanno che i datori di lavoro si parlano tra di loro e temono di crearsi terra bruciata attorno».

Esistono però delle eccezioni: è il caso di Marcello, cuoco con diverse esperienze nel campo della ristorazione e che ha deciso di intentare una causa nei confronti del locale in via Mameli per cui lavorava. «Nel primo mese e mezzo non ho avuto nemmeno un giorno di riposo» ci racconta Marcello. «Prendevo 1300 euro, ma lavorando molte ore in più non dichiarate e non pagate. Poi, di punto in bianco, il mio ex datore di lavoro ha deciso di lasciarmi a casa perché si facevano pochi coperti, seppure il mio contratto non lo prevedesse. Esaurito dalla situazione, mi sono rivolto ai sindacati assieme ad un mio collega, avanzando una denuncia: il procedimento è ancora in corso ma grazie a questa interazione con le realtà sindacali mi sono stati spiegati alcuni cavilli contrattuali che prima non comprendevo e ora mi sento più tutelato».

Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, come spiega lo stesso Marcello: «Ora lavoro sulle Torricelle, vengo trattato con trasparenza, i turni sono ben stabiliti e qui non mi sognerei mai di rivolgermi ad un sindacato se dovesse nascere qualche piccolo disguido: il mondo della ristorazione nel periodo estivo porta tutti allo stremo, prosciuga il tempo libero e capita di fare più ore di quante ne preveda il contratto, che poi per fortuna recupero d’inverno. Mi vengono pagate ma chiaramente al di fuori della busta paga».

Anche da questa testimonianza si intuisce la difficoltà a reperire dati certi e precisi per quanto riguarda una questione fin qui solo sfiorata, ovvero gli stipendi dei lavoratori nei servizi turistici. Del resto, la pratica del pagamento in nero è ben rodata ed impedisce di ricavare un quadro completo ed esaustivo. Tuttavia, insinuandosi nei meandri degli studi ISTAT, affiorano alcune indicazioni relative al 2017: in quell’anno, a livello nazionale, la retribuzione lorda oraria degli impiegati nei servizi di alloggio e ristorazione si attestava in media sugli 11,47 euro, la più bassa in confronto agli altri impieghi professionali se si esclude la voce “altre attività di servizi”, con la sua media di solo 10 euro lordi all’ora. Invece un veronese nel 2017 guadagnava mediamente 14,37 euro lordi in un’ora: l’essere al di sotto di quest’asticella da parte del settore su cui Verona fonda le proprie fortune è un segnale che fa riflettere.

Nonostante questo paragone possa risultare inficiato dalle oscure modalità di pagamento sopra citate, e non sia freschissimo dal punto di vista cronologico, trova comunque una certa analogia con quanto ci ha raccontato Gianmarco, ex receptionist di un noto hotel situato in zona Fiera: «Ho lavorato per due anni e mezzo in questo hotel con un contratto di apprendistato. Svolgevo turni di otto ore che erano sempre rispettati al minuto e percepivo tutto in regola, ma la paga di 1200 euro non mi soddisfaceva del tutto, perché non mi offriva grandi spiragli di crescita. Ho deciso allora di cambiare lavoro: l’esperienza della reception l’ho vissuta come una fase transitoria».

Parole che offrono un ultimo spunto: anche laddove le condizioni appaiono favorevoli ed in grado di garantire una certa stabilità, il lavoro nei settori della ristorazione e della ricettività sembra essere percepito come una tappa provvisoria, nella quale non rimanere arenati per troppo tempo anche per le scarse opportunità di crescita che concede. Perciò, molto spesso, più che di mancanza di voglia, si tratta di assenza di prospettive: un peccato mortale per un territorio che fa del turismo la sua linfa vitale e che ora, con un ragionamento comune più che con una preghiera generale, deve pensare come espiarlo.

Gregorio Maroso

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Gregorio Maroso, veronese, laureato in Filosofia all'Università di Verona e studente in Editoria e Giornalismo nello stesso ateneo. Da sempre si interroga sulla vita e spera che indagare e raccontare i suoi aspetti nascosti possa fornirgli le risposte che cerca. gregoriomaroso@gmail.com

1 Comment

1 Comment

  1. M.

    20/08/2021 at 16:14

    E’ vero, mancano molte prospettive. Soprattutto mancano molti presupposti. Questi dovrebbero venire dalle istituzioni, molto spesso sorde nei confronti delle garanzie e delle tutele. Il turismo unito alla crisi pandemica ha portato molti problemi. Ci faccia riflettere la morte della giovane operaia marocchina morta in provincia di Modena, non formata adeguatamente al lavoro presso le macchine alimentari legata a una realtà in cui erano assenti i controlli dell’ispettorato. Stando così le cose, sempre ragionando per via generale, è meglio il reddito di cittadinanza o una prospettiva contingente ? Certo, per il curriculum può andare bene l’esperienza lavorativa, ma l’essere umano è frutto di una somma molteplice di esigenze tra questi la dignità e l’integrità, aspetti non negoziabili del tutto dalle esigenze di mercato.
    M.

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