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Vangelo

La bellezza del chinarsi per aiutare l’altro a rialzarsi

Eucarestia non vuol dire fare un rito religioso magico, ma imparare, come Elia, a non lasciarci mai vincere dallo scoraggiamento

L'adorazione dei magi, tempera e oro su tavola, Gentile da Fabriano, 1423 (Galleria degli Uffizi, Firenze)
L'adorazione dei magi, tempera e oro su tavola, Gentile da Fabriano, 1423 (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Dal primo libro dei Re 19,4-8
In quei giorni, Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. (…) Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Dal Vangelo di Giovanni
 In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Giovanni  6,41-51

Di solito mi limito a commentare il brano del Vangelo della domenica. La liturgia di oggi, nella prima lettura, ci offre una delle pagine più belle dell’Antico Testamento. È un episodio della vita di Elia, il più grande dei profeti. Elia era perseguitato dalla regina Gesabele. È costretto a fuggire nel deserto per aver salva la vita. È stanco, non ce la fa più. È disperato. Arriva a dire: Signore, ora basta. Voglio morire.

La storia di Elia rappresenta la vita di ognuno di noi.
Quante volte anche noi, come Elia, in certi momenti difficili, abbiamo detto: non ne posso più. Sono disperato. È meglio farla finita. Il Dio della Bibbia è il Dio che non abbandona mai. Come con Elia, non mi risolve i problemi con un miracolo. Non mi toglie la fatica o il dolore.

Mi dona invece pane e acqua, le cose essenziali per poter riprendere a camminare. Dio interviene attraverso la tenerezza di un “angelo”. Nella Bibbia gli angeli hanno “volti” umani. Ricordo quando nei primi anni di Teologia un mio bravissimo professore di Sacra Scrittura, padre Pio Fedrizzi, mi mise in crisi dicendo in classe: “Ragazzi gli angeli con le ali non esistono.

Gli angeli siamo noi”. L’angelo rappresenta un amico, un’amica, un famigliare, uno sconosciuto, un incontro occasionale. Angelo è una persona che ti accoglie, ti capisce, ti scuote. Una persona che ti ridona la forza di ri-partire. Ti regala la voglia di vivere.

Il racconto di Elia ci aiuta a capire il brano piuttosto difficile del Vangelo di Giovanni. È il racconto della moltiplicazione dei pani presentato come una grade Eucarestia celebrata su un prato.

Alcune espressioni di Gesù scandalizzano i Giudei.
«Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Chi crede ha la vita eterna».

Collegando queste frasi all’episodio di Elia potremmo dire che Gesù con il suo Vangelo è il pane e l’acqua che ti dà la forza e il coraggio di affrontare le difficoltà della vita. Gesù non dice: “chi crede avrà…” nel futuro come premio la vita eterna. Dice invece: “chi crede ha (adesso) la vita eterna”.
“Vita eterna”
nel senso evangelico non è l’aldilà, ma è trovare il senso della vita qui ed ora.

Allora possiamo dire che celebrare l’Eucarestia, non vuol dire fare un rito religioso magico, ma vuol dire invece, imparare, come Elia, a non lasciarci mai vincere dallo scoraggiamento, ma cercare sempre anche noi di accogliere l’altro come un “angelo” di Dio. Non solo, ma anche imparare a diventare noi pane, a diventare noi “angeli” per gli altri. 

Un parrocchiano di don Primo Mazzolari diceva: “bastava guardarlo, e vederlo passare: per noi era pane”.

Don Roberto Vinco
Domenica 8 agosto 2021

“Non c’è in una intera vita cosa più importante
che chinarsi perché un altro,
cingendoti il collo, possa rialzarsi”.
Luigi Pintor, Servabo: memoria di fine secolo.

 

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Don Roberto Vinco, docente di filosofia allo Studio Teologico San Zeno e all'Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona, è collaboratore nella parrocchia di Novaglie. roberto.vinco@tin.it

1 Comment

1 Comment

  1. ODC

    12/08/2021 at 15:46

    Che saggezza!

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