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Chiesa e politica a Verona, quando è carente la lezione della storia

È necessario un rapporto riconciliato con la politica per costruire con fatica e coraggio mediazioni alla ricerca del maggior bene possibile.

Il rapporto tra Chiesa e politica, che registra in Italia evidenti difficoltà, assume a Verona alcuni aspetti particolari che ne accentuano gli elementi di crisi.

In generale il rapporto Chiesa e politica nel nostro Paese vive oggi una fase di separazione che coincide con la crisi di entrambi i soggetti in questione. La Chiesa interpreta negativamente la politica attuale, che considera principalmente dedita alla conquista del potere fine a se stesso, che la rende inadeguata di fronte alle mutate e più complesse esigenze del bene comune, e, nello stesso tempo, la considera elemento di divisione tra il popolo cattolico.

Un giudizio complessivamente negativo, frutto anche di posizioni di disinteresse e di distacco di gran parte della gerarchia ecclesiastica, e che, se si escludono alcune prese di posizioni critiche in materia di bioetica e di famiglia – come ultimamente è avvenuto con il fine vita, e il Ddl Zan – determina carenze di comprensione e di giudizio sull’insieme della qualità della politica, e che lascia il popolo cattolico spesso disarmato di fronte ad un utilizzo propagandistico e strumentale della fede religiosa, finalizzato alla cattura del consenso, soprattutto da parte della destra politica.

Così la politica, spesso priva di adeguati stimoli e sollecitazioni morali, tende a esprimere il peggio di sé su una serie di temi di vitale importanza per il presente e il futuro del Paese. In questo contesto la stessa fede religiosa, oltre a essere usata come elemento di presunta ortodossia cattolica in politica, viene ridotta e snaturata a semplice tradizione da preservare come tale, ma che rimane largamente ininfluente nelle scelte politiche.

Venerdì 10 aprile 2020, mons. Giuseppe Zenti e il sindaco Federico Sboarina in Piazza Bra

Venerdì 10 aprile 2020, mons. Giuseppe Zenti e il sindaco Federico Sboarina in Piazza Bra

A Verona tale rapporto di separazione appare ancora più vistoso, nonostante i tentativi del nostro Vescovo mons. Giuseppe Zenti di instaurare un rapporto di collaborazione acritica con chi governa la città. Al di là delle buone intenzioni, il suo rapporto con la politica è spesso problematico e talvolta oggetto di critiche e discussioni piuttosto accese.

Basta ricordare il suo passato e tanto discusso rapporto ravvicinato e collaborativo con il sindaco di allora Flavio Tosi, la sua presa di posizione a sostegno elettorale di una candidata leghista in Consiglio regionale, e, più recentemente, l’invito ai parroci a non inserire uomini politici nei consigli pastorali parrocchiali perché la politica è divisiva tra il popolo cristiano, e per evitare situazioni di anomala propaganda politica.

Credo che nel rapporto tra Chiesa e politica abbia un certo rilievo anche il problema del potere, per cui un rapporto positivo tra autorità politica e religiosa, che continua anche con l’attuale sindaco di Verona Federico Sboarina, determina una sorta di valorizzazione reciproca.

Per spiegare meglio i caratteri di questo rapporto adopero un intervento dello stesso vescovo sul giornale L’Arena del 4 luglio, riportato a margine e in forma scarsamente rispettosa, accanto alle lettere dei lettori. Il tema affrontato è quello dei partiti nella nostra società, e rivela un modo deduttivo e astorico di affrontare problemi complessi che lo porta spesso lontano dalla realtà.

Nel suddetto articolo il vescovo, mentre riconosce la funzione dei partiti nella società democratica e, appellandosi alla radice linguistica, indica il loro ruolo di parte che partecipa e contribuisce all’esito del tutto che è appunto il bene comune, pur facendo parte di maggioranza e opposizione. Questa impostazione lo porta a individuare il governo ideale in quello di unità nazionale che meglio risponde alla esigenza di costruire il bene comune. Ovvio, perciò sia il sostegno a Draghi, sia l’auspicio che in tutti i partiti maturi il senso del Paese comune. Una analisi dettata dal buon senso, che accontenta tutti ma che è lontana dalla vita concreta dei partiti di oggi e non aiuta a migliorare la loro situazione.

Verona, Interno Duomo ©SASSI

In realtà oggi i partiti sono in crisi da tempo. Essi rimangono parte, ma si ritengono, specie se portatori di una ideologia, interpreti pressoché esclusivi dei problemi e delle soluzioni valide per l’intero Paese. La loro vita interna è democraticamente povera, spesso molto personalizzata sul ruolo di un leader che usa in modo spregiudicato la forza dei social facendo coincidere il mezzo con il messaggio politico. Nei loro rapporti predomina il conflitto, e le mediazioni sono sempre più difficili, non solo tra maggioranza e opposizione ma anche all’interno delle coalizioni di parte.

Il problema per la Chiesa, gerarchia e comunità cristiana, è allora di esprimere sulla politica giudizi e sollecitazioni all’altezza della sua natura di organizzazione della speranza e di forma più esigente di carità, ma partendo da una consapevolezza della realtà odierna nelle sue diverse sfaccettature. Avendo presente che sulla necessità del discernimento della realtà temporale come mezzo per rendere più efficace la comunicazione della Parola nel nostro mondo secolarizzato si è giocata una parte rilevante del Concilio Vaticano II, una lezione oggi largamente dimenticata.

Il problema della Chiesa veronese e non solo, rimane quella di ricostruire un rapporto riconciliato con la politica che nasca da una rinnovata capacità di lettura della sua realtà di crisi, pur considerando la sua insostituibile funzione. Per il cristiano, come ci ha ricordato il filosofo francese Emmanuel Mounier, la politica è la sintesi tra il polo politico e il polo profetico, tra i mezzi realisti e i fini strategici. Una partita da giocare quasi sempre in condizioni di minoranza tra posizioni diverse, vissuta con la fatica e il coraggio di costruire mediazioni alla ricerca del maggior bene possibile.

Nella Chiesa veronese tale consapevolezza dovrebbe essere viva, e fondata sulla capacità di sintesi tra i valori del Vangelo e il discernimento della vita e della storia di oggi, per cui è difficile arrivare a giudizi definitivi e a soluzioni di valore universale. Questa, a mio avviso, rimane anche la strada per una rinnovata presenza protagonista dei cattolici in politica, oggi in condizioni di estrema marginalità di ruolo e di testimonianza attiva dei valori dei quali dovrebbero essere portatori.

Luigi Viviani

Written By

Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

2 Comments

2 Comments

  1. Marcello Toffalini

    28/07/2021 at 18:37

    Grazie Viviani di questa sua presa di posizione sul rapporto tra Chiesa e Politica, veronese ed italiana. Ritiene infatti importante e necessaria “una rinnovata presenza protagonista dei cattolici in politica”, attraverso una “testimonianza attiva dei valori” evangelici, senza alcuna necessità di generiche ammucchiate, di fronti civici o di “collaborazione acritica con chi governa la città”. Ho capito bene?
    Marcello Toffalini.

  2. ODC

    29/07/2021 at 11:07

    Il dramma a livello locale è che vi è una infinità di micro leader, rappresentanti di singole realtà.
    L’obiettivo non è certamente il bene comune ma il singolo posto o più da tenere occupati.
    Parlare di mediazione o, peggio, di visione di insieme, è semplicemente un oltraggio e una offesa alla intelligenza.
    Per il festival shakesperiano: “C’è del marcio nel regno di Danimarca”.
    Amleto

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