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I dati sui redditi a Verona, disuguaglianza e qualità dello sviluppo

Il benessere del nostro territorio spesso è solo un’immagine retorica diffusa per legittimare chi governa la società.

L’Agenzia delle Entrate ha reso noti, per la prima volta, i redditi relativi all’Irpef dei singoli territori, per l’anno 2019, denunciati nel 2020, secondo l’ambito dei Cap (Codice di avviamento postale). Pur tenendo conto che si tratta di dati al netto dell’evasione fiscale, una classificazione del genere consente di avere a disposizione i redditi per territorio provinciale che si prestano ad alcune considerazioni.

La tabella sopra riportata presenta i dati relativi alla provincia di Verona, estratti dalla tabella generale. I valori in percentuale rappresentano rispettivamente la distribuzione dei contribuenti per fascia di reddito e l’incidenza percentuale dell’ammontare del gettito di ogni singola fascia di reddito sul gettito complessivo.

Esaminando questi dati appaiono alcuni elementi di tutta evidenza sui quali è necessario riflettere. Il 35% dei contribuenti veronesi si trova entro le fasce di reddito fino a 15.000 euro annui e il loro apporto in termini di gettito rappresenta circa il 10% di quello complessivo. Va tenuto presente che in queste fasce ci sono normalmente contribuenti a reddito fisso con tassi di evasione pressoché nulli, e che questi redditi son relativi al periodo pre-Covid per cui la situazione successiva è sicuramente peggiorata.

La povertà a Verona rappresenta quindi un fatto reale ed esteso che getta una luce non positiva sulla qualità del nostro sviluppo e rende evidente che il benessere diviene sempre più un traguardo riservato a un numero decrescente di veronesi.

Una seconda considerazione riguarda la fascia intermedia del 56% dei contribuenti, compresa tra 15 mila e i 55 mila euro, che rappresenta il cosiddetto ceto medio. La loro concentrazione prevalente (30% dei contribuenti complessivi) nella fascia più bassa fino ai 26 mila euro con un apporto del loro reddito pari a circa il 24%, testimonia la presenza di un processo di impoverimento di significativa entità.

Infine, le tre fasce medio-alte, che dai 55 mila euro arrivano fino a oltre i 120 mila euro, che complessivamente non superano il 7,5% dei contribuenti ma arrivano al 31,67% dell’ammontare del gettito, mentre soltanto l’1,5% denuncia un reddito superiore ai 120 mila euro rappresentando il 14% del gettito. Dati che mettono in evidenza come la ricchezza consolidata sia un traguardo riservato a pochi privilegiati e che le disuguaglianze di reddito siano ancora una realtà che attraversa la nostra società.

Nel complesso un quadro del livello complessivo dei redditi (il reddito medio complessivo risulta pari a 26.232€) e della loro distribuzione che dimostra come il benessere del nostro territorio sia spesso un’immagine retorica diffusa per legittimare chi in diversi modi governa la società, ma trova una serie di evidenti contraddizioni nella realtà.

Certo, sui dati relativi alla denuncia dei redditi è fin troppo facile abbandonarsi a superficiali critiche sulla loro realtà che sarebbe falsata dal mai corretto vizio dell’evasione fiscale, per cui, alla fine, si tratterebbe di una sorta di camuffato elenco dei poveri. Anche se tale giudizio avesse un qualche legame con la realtà, il problema non cambierebbe perché saremmo di fronte a una più grave realtà di una diffusa fuga dalla responsabilità sociale del nostro popolo che proietterebbe una luce ancora più fosca sul nostro futuro.

Meglio quindi prendere sul serio questi dati continuando a perseguire, con crescente efficacia, gli evasori. Questa realtà non si ferma alla struttura dei redditi ma porta a valutare la realtà del nostro modello di sviluppo che negli ultimi decenni si è progressivamente spostato da una manifattura montante, potenzialmente portatrice di cultura industriale e competitività sul mercato, a un terziario commerciale-turistico cresciuto senza alcun progetto politico e povero di risorse e prospettive, tendenzialmente propenso al sostegno pubblico.

Gli effetti sul lavoro sono stati di progressivo abbassamento del livello professionale e dei salari e di pericolosa estensione della precarietà. Lo sviluppo futuro si giocherà attorno ai comparti dell’agroalimentare (vino) in collegamento con la Fiera e della logistica, che nonostante il Consorzio Zai e la rendita di posizione del territorio risulta ancora largamente trascurato, e su un binomio cultura-turismo che stenta a decollare per mancanza di idee e programmi innovativi.

Nel complesso una realtà che procede su un piano inclinato verso il declino e che si sta sempre più allontanando dalle aspettative dei giovani, specie quelli più esigenti e preparati, costretti a cercare all’estero il loro futuro. Le crescenti difficoltà registrate in questi giorni a trovare giovani disponibili al lavoro attuale in diversi settori, rappresentano un preoccupante segnale sui limiti del nostro mercato del lavoro.

Il mondo sta cambiando e la rendita sulle realizzazioni de passato non è più possibile. Nelle prossime settimane il nostro governo dovrà avviare una nuova riforma fiscale necessaria come condizione per una positiva applicazione del PNRR. Nel momento in cui il nostro debito pubblico, per far fronte agli effetti del Covid, ha raggiunto il valore record del 160%, tutti saremo chiamati ad un esercizio della responsabilità sociale perché ne vale del nostro futuro.

Pensare e dichiarare, come fa la destra che governa a Verona, che la priorità è ridurre  la pressione fiscale complessiva significa proporre una debacle economica per il Paese. Certo occorre rivedere il peso del fisco in alcuni ambiti per favorire la crescita, e tra questi sicuramente vanno ridotte le tasse sul lavoro, ma è certo che dovremo costruire un sistema fiscale in cui le tasse vanno pagate da tutti, in proporzione al loro reddito e con criteri di progressività perché rappresentano lo strumento che fonda la solidarietà sociale del nostro Paese, indispensabile per vincere le contemporanee sfide della crescita, del lavoro e del welfare, in un contesto di riduzione del debito pubblico.

Luigi Viviani

Written By

Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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