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Michele Olcese
Michele Olcese - Foto Ennevi

Interviste

Olcese, l’ingegnere che abbraccia il palcoscenico dell’Arena

«La scelta di quest’anno è volutamente un lavoro di squadra, e queste nuove produzioni sono targate Fondazione Arena, nel senso che tutte le componenti tecnico artistiche interne si sono prodigate per creare questi spettacoli».

Genovese, dopo la formazione classica e musicale in pianoforte, Michele Olcese si laurea in Ingegneria Civile. Dal 2018 è Direttore degli Allestimenti scenici della Fondazione Arena di Verona. La sua vocazione tecnico-artistica ci induce a incontrarlo proprio sul palcoscenico più grande del mondo dove tutte le rappresentazioni si realizzano.

Ingegnere abbiamo la sensazione che alla maggior parte del pubblico non arrivi concretamente il significato del suo incarico alla Fondazione Arena.  

«Il ruolo lo devo spiegare spesso perché è una parola articolata, sconosciuta. Il mio ruolo sostanzialmente è rendere realtà quelli che sono i progetti artistici degli staff creativi, dei registi scenografi, costumisti, che vengono presentati alla Direzione artistica di volta in volta, anno per anno, titolo per titolo. È un ruolo prevalentemente tecnico che però gioca anche sui versanti della componente artistica, perché ci sono delle scelte estetiche e anche amministrative, economiche, e si deve quadrare tutto sotto i termini dei budget. Trovare il numero corretto di personale tecnico da impiegare sia in palcoscenico che nei laboratori, sufficiente da portare in porto felicemente la situazione. E trovare le soluzioni tecniche di materiali, che diano il risultato artistico migliore».

Come è stato possibile coniugare sicurezza sanitaria e le esigenze sceniche dell’anfiteatro areniano?

«Anche quest’anno è un anno anomalo. Tuttavia pur in questa situazione possono scaturire delle nuove idee. L’innovazione diventa un valore aggiunto.  Nella situazione sanitaria a cui dobbiamo attenerci era ancora impossibile mettere in scena i nostri allestimenti grandiosi che comportano un numero di personale tecnico elevatissimo. Quindi da escludere assembramenti, maestranze accalcate, ecc. Abbiamo cercato di coniugare con delle soluzioni tecnicamente innovative che comunque potessero offrire al pubblico una immagine ugualmente imponente. Quindi la scelta di trovare questi grandi led wall che è la tecnologia dell’oggi e del futuro che ci permettessero di proiettare suggestioni, grafiche, immagini, video, unitamente ad una parte più tradizionale di nostra scenografia però più contenuta e più sostenibile».

Possiamo dire che si è rafforzato maggiormente un lavoro di squadra? 

«La scelta di quest’anno è volutamente un lavoro di squadra, e queste nuove produzioni sono targate Fondazione Arena, nel senso che tutte le componenti tecnico artistiche interne si sono prodigate per creare questi spettacoli. Quindi c’è la componente regia con tutti i suoi professionisti, la componente scenotecnica, la parte scenografia, costumi, e messi tutti assieme con un lavoro di squadra collegiale ha prodotto questi spettacoli. Non c’è una firma ma dieci firme e ci sono delle scelte artistiche».

Lei ha cominciato a lavorare in Germania e poi ha girato il mondo e attualmente lavora ancora in Germania. È molto legato a quel paese?

«La Germania è tuttora la mia seconda casa e, nonostante tutti i giri fatti, ancora oggi sono molto legato alla Germania. Ho uno studio associato, ho una casa. Appena posso ci scappo. C’è un legame congenito inspiegabile perché di famiglia non avevo   legami precostituiti. C’era una predisposizione che dopo ha sposato la realtà. Quando ci sono stato la prima volta trent’anni fa mi sono subito trovato a casa. Ormai mi sento anche un po’ tedesco».

Pianoforte e ingegneria civile.  Due situazioni lontane e vicine…

«Vicine, vicinissime, la musica è supermatematica. È un linguaggio artistico celestiale. Deve essere un linguaggio ferreo, soprattutto quando lo si fa in tanti.  Quando si è in orchestra deve essere rigorosissimo.  Ho fatto studi classici ma ancora piccolo avevo deciso di fare ingegneria attirato dalla tecnica, dalla costruzione, dalla architettura, tecnologia. Nel contempo mi sono dedicato agli studi musicali. Anche questo posto dove sono arrivato adesso coniuga tutti i miei pezzi che mi compongono».

La sua esperienza al Carlo Felice di Genova?

«È il teatro di casa mia perché io sono genovese. Ho avuto l’onore sorprendente di cominciare lì la carriera. E’ un teatro che gode di un palcoscenico molto tecnologico molto grande, uno dei più grandi d’Italia. È stata una esperienza arricchente anche se faticosa perché in quel momento storico c’erano commissariamenti, lotte interne, però anche questo è servito. Genova, Luzzati, Carlo Felice è stato tutto un filo rosso».

Al riguardo ci può dire quanta influenza abbiano avuto per Lei due artisti come Emanuele Luzzati e Guido Fiorato? 

«Sono stati i miei due maestri dall’inizio.  Con Fiorato giovane, figlio artistico di Luzzati, con lui ho fatto le prime collaborazioni. Invece con Luzzati era già anziano.  Era ancora molto chiamato ma era ormai stanco, allora si avvalse della mia assistenza.  Luzzati mi apparteneva dalla culla, a Genova era attivissimo, in qualche modo anche amico di famiglia. I miei genitori hanno tenuto un ambiente culturale molto ricco in casa, da piccolissimo vedevo i fumetti di Luzzati, i suoi cartoni, e mi cimentavo a riprodurli con i ritagli di carta. Non ho memoria dove non ci fosse Luzzati».

Lei ha avuto una esperienza a Trento e Rovereto?

«Anche Trento e Rovereto sono stati anni molto arricchenti, però un po’ diversi.  Sentivo a dire la verità la mancanza dell’opera, infatti essendo anche musicista avevo bisogno del teatro musicale. È un circuito soprattutto teatrale. Ho fatto molta danza e altri tipi di spettacoli, rassegna jazz, musica elettronica, teatro ragazzi, una varietà di spettacoli molto variopinta che mi ha portato in ambiti dove non sarei mai stato».

In particolare Oriente/Occidente?

«È stato molto utile la danza contemporanea, con lo specifico Oriente/Occidente che è durato tre anni. Ero a digiuno di danza e ho avuto dei flash non da poco. Ho visto cose veramente impressionanti dalla scenografia alla coreografia. Sono passate delle compagnie memorabili, israeliane, francesi, le italiane».

Come è partita la Stagione?

«Stiamo assaggiando il terreno con i primissimi spettacoli. Mi sembra che facciano ben sperare, il pubblico è arrivato».

Mi ha colpito l’allestimento di Cavalleria e Pagliacci.  Cosa me pensa?

«Infatti coinvolge, si passa dal bianco e nero all’esplosione del colore».

Roberto Tirapelle

1 Comment

1 Comment

  1. M.

    08/07/2021 at 16:35

    Una persona che sta facendo un bellissimo lavoro in Arena, creativo e professionista, con esperienza internazionale. Ricordiamo che quest’anno l’Arena ospiterà, in sinergia con i più importanti musei italiani, scenografie itineranti, provenienti ad esempio, dal Museo Egizio.
    M.

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