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Gli sgomberi davanti alle telecamere, un paradosso su cui riflettere

INTERVISTA – Anna Schena e “Un tetto per chi ne ha bisogno”, la petizione della cooperativa Glocal Factory per rendere Verona più accogliente

“Un tetto per chi ne ha bisogno” è la petizione lanciata dalla Cooperativa Sociale Glocal Factory al Prefetto e al Sindaco di Verona per mantenere aperti i dormitori comunali per gli stranieri presenti nel nostro territorio. «È ora di finirla con questa disumana guerra ai poveri, agli ultimi, a persone che sono scappate dalla miseria e spesso anche dalla violenza, dalle bombe e dal terrorismo. È ora di dimostrare che questa città sa accogliere, sa tutelare la dignità umana, sa offrire un futuro a chi, venendo da altre parti del mondo, vuole restare, lavorare e contribuire allo sviluppo della società». Anna Schena, neo-eletta Presidente di Glocal, racconta genesi ed obiettivi dell’iniziativa.

Anna Schena

Anna Schena

– Schena, come definirebbe Glocal Factory?
Schena. «Siamo un laboratorio di innovazione sociale, lavoriamo per l’inclusione delle categorie più svantaggiate. In questo caso particolare i migranti, in altri casi donne e giovani che non sono inseriti in un percorso formativo o lavorativo (neet). Operiamo su due ambiti, quello locale e quello europeo, costruiamo e sviluppiamo progetti con associazioni, istituzioni pubbliche e università, radicate sul territorio, collegandole tra di loro anche in tutta Europa. La nostra natura è europea, non come sovrastruttura ma come collegamento con il radicato sul territorio. Ecco perché Glocal, come globale e locale».

– Com’è nata l’idea di lanciare “Un tetto per chi ne ha bisogno”? E quali sono gli obiettivi a cui ambite?
Schena. «Fino ad ora avevamo partecipato a questo tipo di manifestazioni solo come privati, mai come cooperativa. Da qualche mese abbiamo iniziato a collaborare in maniera molto stretta con la realtà dell’associazionismo veronese e queste collaborazioni, soprattutto con il laboratorio Paratodos e con le comunità di Marcellise e di Fittà si sono molto ampliate, ci siamo conosciuti meglio e abbiamo capito che non bastava più la presenza come privati. Uno degli obiettivi principali è fare da fil rouge tra le varie realtà, perché molti tra coloro con cui collaboriamo non si conoscevano, e fra tanti professionisti che di solito sono esclusi un po’ dal mondo dell’associazionismo». 

– La cronaca cittadina ci parla di “Sgomberi a favore di telecamera”, sfratti che non portano a nulla se non a decine e decine di persone costrette a soluzioni di fortuna per sopravvivere. Sono veramente necessari o è solo campagna elettorale?
Schena. «Sono pro-campagna elettorale, sicuramente, nel senso che c’è un intento di mostrare un’operatività e un decisionismo che non ha assolutamente nessun percorso, che non immagina vie risolutive per queste persone, per questi problemi. Le azioni che vengono fatte, le decisioni che vengono prese non sono assolutamente inserite in un’ottica di risoluzione del problema ma puramente in un’ottica espositiva, a favore di telecamera appunto». 

Glocal factory, il team veronese

Glocal factory, il team veronese

– Trattasi paradossalmente di persone che hanno ottenuto asilo o altra forma di protezione umanitaria e che lavorano nell’agricoltura o nella logistica, elementi fondamentali per la nostra economia…
Schena. «Ho pensato esattamente alla stessa parola: paradosso. Soprattutto sulla questione delle persone immigrate. Il mondo italiano, e veronese in particolare, è pieno di paradossi perché queste persone sono necessarie per noi da un punto di vista economico. Sono comunque cittadini della nostra comunità e si vede benissimo come sono integrate, c’è un tentativo dal basso di fare comunità con loro che funziona, e questo è ostacolato in mille modi dall’alto, direi con una visione totalmente miope, oltre che paradossale».

– “Soprattutto perdono i più deboli e perde il concetto stesso di dignità umana, mentre forse qualcuno guadagna una manciata di consensi “. Così cita la lettera indirizzata alle istituzioni. Perché siamo arrivati al punto in cui vengono prima i consensi e poi i diritti umani?

Schena. «Domanda difficile. È una visione fortemente miope, volta al consenso immediato. Mi viene in mente una metafora agricola, è come sovra concimare un territorio in modo da avere un buonissimo raccolto il primo anno senza poi pensare a quelli che saranno i raccolti nei prossimi dieci, vent’anni. È un po’ caratteristica della nostra classe politica, anche se non mi piace generalizzare, quello di non sapersi fare portatore di una visione di un futuro più ampio. Sarebbe il suo compito, e questo è frustrante per noi e per chi appunto lavora su queste tematiche perché chi dovrebbe farci da guida in realtà ci ostacola, ci isola o ci abbandona».

– Nella vostra lettera inoltre fate richiesta, al netto di lasciare i dormitori aperti, di studiare soluzioni al problema dell’emergenza abitativa. Cosa bisognerebbe fare, da parte della politica? 
Schena. «In una parola, che vuol dire tutto e niente, collaborazione e guida. Le realtà sono tantissime, c’è tantissima energia da parte di associazioni e privati, perché quando il laboratorio Paratodos ha ospitato le persone sfrattate dai dormitori lo scorso mese c’è stato un movimento di privati che ha portato il necessario, che è andato a capire che cosa potesse fare per aiutare… grandissimo! La politica dovrebbe fare da trait d’union di queste energie e di queste esperienze, di queste pratiche e guidarle appunto con una visione per il bene comune ad ampio respiro. 

– E da parte delle associazioni?
Schena. «Io direi che le associazioni stanno già facendo quello che dovrebbero, cioè chiedere collaborazione, guida. E lo fanno nonostante gli smacchi ricevuti, come lo scorso mese, dove c’è stata una parola non mantenuta, letteralmente. Un interlocutore politico che non mantiene la parola data, tra l’altro su argomenti così delicati come diritti e dignità di tutti, diventa un interlocutore assolutamente inaffidabile contro cui verrebbe voglia di lottare. E invece siamo ancora qui a chiedere di collaborare. Secondo me quello che si deve fare è continuare a rivendicare una collaborazione che deve esserci e non accontentarsi di “tappare i buchi”».

– Secondo lei quanto c’entra il colore politico in tutta questa questione?
Schena. «Purtroppo direi in parte. Di sicuro un’amministrazione più orientata a destra enfatizza queste cose, tanto più gli sgomberi per le telecamere, perché fa il suo gioco politico. Forse la cosa ancora più avvilente è che in realtà neppure cambiando colore politico si cambia radicalmente modo di affrontare le situazioni o la collaborazione con le associazioni. Le eccezioni le fanno i singoli, che magari percentualmente sono di più a sinistra ma non necessariamente. Noi abbiamo collaborato con municipalità di destra, assolutamente disponibili a un dialogo e ad un’operatività che è a favore di tutti.

Francesca Colia

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