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Opinioni

Verona, il vuoto dell’innovazione e le responsabilità della politica

Due cose appaiono sicure: la prosecuzione della fase di declino e la fuga dei giovani verso lavori corrispondenti alle loro aspirazioni

Tutti sappiamo che gran parte degli esiti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si giocheranno sull’innovazione tecnologica e ambientale, rappresentate dalle scelte sulle transizioni digitale ed ecologica. A questo appuntamento decisivo, Verona si presenta largamente impreparata perché non ha elaborato nessun progetto che punti a realizzare in questi campi passi in avanti per il futuro della nostra comunità. L’innovazione scientifica e tecnologica appare pressoché assente dalla cultura e dalle scelte politiche di chi, in particolare, amministra la città.

Un fatto non nuovo, come dimostra la storia dei progetti abortiti e dei fallimenti in questo campo. Nella fase del forte sviluppo produttivo tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, emerse con forza la necessità di dotare il nostro territorio di una struttura di ricerca applicata a sostegno del sistema produttivo in forte espansione. In tal senso, nell’ambito della nascita dell’interporto Quadrante Europa, venne prevista, dall’amministrazione comunale del tempo, la Marangona, un’area di circa 1,3 milioni di metri quadri destinata all’innovazione, per realizzare iniziative di ricerca applicata e innovazione tecnologica.

Le successive amministrazioni, a partire dagli anni ’80, manifestarono scarso interesse a tale necessità, e il completamento della Marangona rimase bloccato. In questo contesto, sempre negli anni ’80, Verona, pur essendo la provincia agricola più sviluppata del Veneto, perse l’attribuzione di alcuni centri di ricerca in agricoltura, che la Regione assegnò all’Università di Padova

LavoroSuccessivamente, sull’onda della nascita dei poli tecnologici in diverse aree del Paese, anche Verona diede vita a un polo tecnologico Star, inserito nel sistema dei parchi regionali assieme a Padova e Venezia. Una scelta limitata senza un reale rapporto con il sistema produttivo, che ha vissuto stentatamente per gestire alcuni progetti di ricerca applicata nel comparto alimentare finanziati dalla Regione.

Quando si cercò di operare un salto di qualità sono insorte divergenze da parte della Confindustria locale, che tentò anche di costituire una sua struttura alternativa, per cui, mancando anche il sostegno politico, il polo finì miseramente. Una sconfitta che certamente ha pesato nel processo di deindustrializzazione di tante aziende di maggiori dimensioni, verificatosi in quegli anni.
Un ulteriore stimolo alla necessità dell’innovazione è arrivato nel nostro territorio in seguito alla nascita della facoltà di Biotecnologie (tra le prime in Italia) ma la politica locale non ha saputo stabilire alcun rapporto tra tale soggetto e le necessità di innovazione del territorio.  Tutto questo spiega perché l’area della Marangona è rimasta per decenni sostanzialmente ferma.

Questa insensibilità politica sull’innovazione si è proiettata anche sulla sorte delle iniziative private in questo campo, come il centro di ricerca della multinazionale Glaxo Smith Kline che ha cessato la sua attività senza alcuna prospettiva di lavoro alternativa. Per fortuna, grazie anche alla qualità dei ricercatori presenti, è subentrata la società americana Aptuit, assorbita dalla multinazionale tedesca Evotec, che ha ripreso l’attività di ricerca farmaceutica costruendo anche un rapporto di collaborazione con l’Ospedale Sacro Cuore di Negrar.

In epoca più recente si è pensato di utilizzare l’area della Marangona, per insediamenti di attività economica tradizionale, come aziende commerciali, dalla grande distribuzione, Ikea e altre ma, dopo defatiganti trattative, con un nulla di fatto. Ora, di fronte alle difficoltà si è optato per dividere l’area in cinque lotti, dei quali il primo sarà occupato dalla società VGP Italy, che dovrebbe dar vita a un polo logistico, mentre i restanti quattro saranno oggetto di negoziato per inserivi, stando alle manifestazioni di interesse, le attività più varie, da quelle produttive a quelle culturali.

Lo sviluppo della logistica rappresenta una vocazione naturale del nostro territorio ed è positivo un suo potenziamento; tuttavia, l’idea originaria della destinazione all’innovazione risulta ancora assente, e questo contribuisce a mantenere Verona strutturalmente svantaggiata nella ripresa post-pandemia, che si presenta con caratteri e condizioni di forte competitività. Tra l’altro, solo ora si scopre che per  un adeguato uso dell’area, specie per la logistica, è necessario rivedere drasticamente la mobilità di accesso.

Senza essere pessimisti, dobbiamo concludere che, pur non sapendo quale sarà il futuro economico e sociale del nostro territorio, permanendo il modello di sviluppo che si è determinato negli ultimi anni, fondato sulla prevalenza di un terziario strutturalmente debole, due cose risultano pressoché sicure: la prosecuzione della fase attuale di declino e la fuga dei giovani alla ricerca di lavori più corrispondenti alle loro aspirazioni nella vita.  Con il corollario che la responsabilità di questo risultato sono chiare e riguardano sia il provincialismo corporativo di tanti nostri imprenditori che la politica di coloro propongono di essere “padroni a casa propria” nello stesso momento in cui, per catturare il consenso, impoveriscono il nostro territorio e finiscono per venderne parti significative al miglior offerente.

Luigi Viviani

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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

1 Comment

1 Comment

  1. Antonio Bottega

    28/05/2021 at 16:38

    Ottima analisi e conclusione. Adesso occorre reagire e cercare di invertire il trend. Il cambiamento nei prossimi anni sarà radicale e strutturale. Su quali forze lungimiranti qualificate ci si può basare per gestirlo e non subirlo? Con quale possibilità di una loro aggregazione per avere una classe dirigente pronta a vincere le elezioni?

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