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A Verona la laurea non serve, per l’economia scaligera basta il diploma

INCHIESTA – La città, scelta dalle multinazionali per la sua posizione strategica, ha mantenuto un tessuto manifatturiero di piccole e medie imprese famigliari e negli ultimi 15 anni ha scommesso su commercio, turismo e agroalimentare

INCHIESTA – A Verona la domanda di lavoro è diminuita del 35% nel mese di aprile 2021 ed è così la seconda provincia veneta, dopo Venezia, a pagare il prezzo più alto alla crisi occupazionale dovuta alla pandemia da Coronavirus: lo stop dei flussi turistici ha condizionato direttamente il mercato del lavoro e nonostante l’Osservatorio di Veneto Lavoro riporti un saldo positivo delle assunzioni nel primo quadrimestre del 2021 rispetto al 2020, si conferma il trend negativo se comparato con il 2019.

All’alba delle riaperture e delle campagne di vaccinazioni europee, le previsioni 2021 di Unioncamere e Anpal (Agenzia Nazionale per le Politiche del Lavoro) confermano per Verona una tendenza iniziata già anni fa: l’incremento delle assunzioni previsto entro luglio è trainato dal terziario, con il 71% rappresentato da figure che operano nella ristorazione e nella filiera del turismo nonché nelle attività ricreative, culturali e commerciali.

Verona – Piazza Bra (Foto archivio)

Grandezze in linea con i dati dell’edizione 2021 del Rapporto sull’Economia Veronese pubblicato da Camera di Commercio di Verona: il 65,5% degli occupati lavora nei servizi, il 7,4% nell’agricoltura, il 22,0% nell’industria, il 5,1% nelle costruzioni. Percentuali non molto diverse da quelli pre-pandemia, quando il 7,7% degli occupati lavorava nell’agricoltura, il 26,9% nell’industria e nelle costruzioni, il 65,4% nei servizi.

«Nella percentuale dei servizi ci sono anche le grandi aziende ma la maggior parte è rappresentata da turismo e agricoltura, a conferma di una vocazione sempre più stagionale del territorio di Verona», spiega Giampaolo Veghini di Cisl Verona.

Una “città atipica” l’aveva definita nel 2017 il Sole 24 Ore, quando Verona si preparava alle elezioni amministrative che avrebbero portato alla vittoria di Federico Sboarina. Verona è in effetti la privilegiata del Nordest: all’incrocio nord-sud e est-ovest di corridoi di mobilità di merci e persone, seconda in Italia per numero di aziende multinazionali (84 nel 2020, dati Confindustria) e con una piattaforma logistica che ha attirato anche la multinazionale di e-commerce Zalando, insediatasi a Nogarole Rocca nel 2019.

Tra le primi multinazionali a scegliere Verona negli anni Trenta del Novecento c’è l’industria farmaceutica GSK GlaxoSmithKline, a cui seguono – tra le altre – BMW Italia SpA nel 1973 (di cui ora rimane solo il Centro logistico a Volargne), lo stabilimento Coca-Cola HBC Italia di Nogara nel 1975, Autogerma (ora Volkswagen Group Italia SpA), Lidl Italia (stabilitasi nel 1992) e nel 2019 il colosso della grande distribuzione organizzata Aldi. È la volontà politica dell’allora sindaco Carlo Delaini a consolidare la vocazione al terziario della città decisa dal suo predecessore Renato Gozzi: negli anni tra il 1975 e il 1980 nell’area industriale veronese del Consorzio ZAI si contano 531 aziende, molte delle quali impegnate nel terziario.

Zalando logistics

Nonostante la sua posizione strategica, Verona non ha mai vissuto lo sviluppo industriale di altre città del Nord Italia, mantenendo un tessuto manifatturiero fatto di piccole e medie imprese famigliari con meno di 50 dipendenti e dedicandosi poi – soprattutto negli ultimi 15 anni – a rinforzare commercio, turismo e agroalimentare. Del potenziale industriale della città rimangono i grandi gruppi dell’agroindustria e dolciario (tra questi, Gruppo Veronesi e Bauli); per il resto solo ricordi gloriosi del lanificio Tiberghien e dell’industria metallurgica e siderurgica delle Officine e Fonderie Galtarossa (poi Riva Acciaio, ora acquisita dal gruppo friulano Pittini). Nel frattempo sono molte le aziende che chiudono, lasciano Verona o passano in mano straniera: la Cardi nel 2009, trasferita a Pescara dalla nuova proprietà, la Mondadori Printing (acquisita nel 2008 dal gruppo bergamasco Pozzani), il sito produttivo Unilever (ceduto e delocalizzato in Trentino), Riello ceduta nel 2015 per il 70% alla statunitense Utc, Fedrigoni che nel 2017 diventa americana, e il fallimento di Melegatti nel 2018, a cui negli anni ha contribuito anche la forte concorrenza della veronese Bauli.

È il settore dei servizi, commercio e turismo, ad accogliere la maggior parte degli “esuberi” di una stagione dolorosa per l’economia veronese, come ci racconta Veghini di Cisl Verona: «Molti dei lavoratori espulsi da tessile, calzaturiero, edilizia e termomeccanico in gran parte a causa della crisi economica tra 2008 e 2015 sono state riassorbiti da attività turistiche, centri commerciali e ristorazione. Grandi aziende, come Ferroli e Riello, si sono dovute riorganizzare ed è in quel periodo che si è consolidata la trasformazione del mercato del lavoro veronese. Ora, con la pandemia, la stiamo pagando».

Delle 8.010 assunzioni previste a Verona nel mese di maggio da Unioncamere, il 78% sono a termine con contratti a tempo determinato o altri contratti con durata predefinita e si concentreranno per il 72% nel settore dei servizi e per il 67% nelle imprese con meno di 50 dipendenti. La fetta più grande è occupata dalle 1.600 entrate del settore turistico-ricettivo, seguito da 1.220 entrate nel commercio.

Consorzio Zai Verona

Consorzio Zai Verona

Proporzioni simili anche per la previsione del trimestre maggio-luglio 2021, dove su 25.310 entrate, la maggior parte (18.680) verranno assorbite da turismo, ristorazione e servizi e 2.250 da manifatturiero e costruzioni.

Solo 8% dei profili richiesti dalle aziende veronesi riguarda laureati mentre la maggior parte dell’offerta si rivolge a diplomati di istituti professionali, periti tecnici o con qualifica simile (indirizzo ristorazione, meccanico, elettrico, benessere). Per i profili impiegatizi a indirizzo amministrativo, finanziario, marketing, logistica e enogastronomia basta il diploma di scuola secondaria di secondo grado. Infine, sul totale di 8.010 previsto nel solo mese di maggio, 2.690 sono le assunzioni per cui non è richiesta alcuna qualifica particolare.

Impresa ardua per ristoranti e alberghi trovare personale quest’anno, come lo stesso presidente di Federalberghi Verona Giulio Cavara racconta a Verona In: «Non mi vengano a dire che non c’è lavoro: il settore ricettivo sta faticando a trovare personale! I ragazzi non vogliono lavorare d’estate e nei week-end e non è vero che gli stipendi sono bassi. Comprendo l’ambizione di conseguire un titolo di laurea ma Verona ha bisogno di più diplomati all’Istituto alberghiero e di lavoratori con lo spirito di sacrificio necessario per il settore».

Camera di Commercio di Verona

L’urgenza di far incontrare domanda e offerta di lavoro nel settore turistico ha spinto gli assessori regionali Elena Donazzan e Federico Caner ad attivare un tavolo di lavoro ad hoc, con l’obiettivo di alleggerire le imprese delle incombenze burocratiche e realizzare una mappatura dei fabbisogni professionali, collegando anche scuola e imprese turistiche.
Negli anni il settore turistico-ricettivo si è rivolto a manodopera straniera, come conferma lo stesso Cavara: «Cuochi e lavapiatti sono sempre stati indiani e pakistani e ora con le restrizioni causate dalla pandemia sarà improbabile riaverli a lavorare con noi».

Turismo, ristorazione e commercio sono stati l’ammortizzatore sociale di Verona dopo la fine dell’industria e si accingono ad esserlo anche oggi, alla fine della peggior crisi sanitaria mondiale degli ultimi cento anni. Ma a quali condizioni? Il Segretario Generale di Cgil Verona Stefano Facci intravede il rischio che «un lavoro già povero, lo diventi ancora di più. Turismo ed enogastronomia hanno dato l’opportunità di accogliere gli esuberi dell’industria termomeccanica che a Verona non ha saputo rinnovarsi, tranne alcune eccezioni, così com’era accaduto dopo la crisi del calzaturiero. Ma il lavoro nel turistico-ricettivo è un lavoro povero con molti part-time involontari, molti contratti a termine, tanto lavoro grigio e nero…».

Un’economia squilibrata quella veronese, sbilanciata verso il terziario e che, secondo Facci, polarizza il mercato del lavoro veronese: «C’è un’industria con necessità di figure professionali nelle posizioni apicali e al lato opposto una grande richiesta di lavori più semplici, non specializzati, che rischiano di essere precari. Nella fascia che sta in mezzo a quelle due, cioè quella delle competenze specialistiche, non c’è offerta, prosegue il Segretario di Cgil Verona».

Verona Sud

Verona Sud

Per riequilibrare questo sbilanciamento esistono iniziative come l’apprendistato, utilizzato solo per un terzo del suo potenziale dalle aziende veronesi, e progetti a cui imprese e sindacati anche a Verona stanno lavorando congiuntamente, attingendo al Fondo Nuove Competenze istituito dal Decreto Rilancio e cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo: formare per ricollocare è la parola d’ordine e da maggio 2021 lo potranno fare anche le imprese senza rappresentanza sindacale sulla base di un accordo tra Confindustria Verona e Cgil, Cisl e Uil.

Intanto il mercato del lavoro a Verona si muove verso terziario e logistica e cerca quasi esclusivamente diplomati o specializzati senza un particolare titolo di studio: sul sito di Veneto Lavoro cliclavoroveneto.it le posizioni aperte nel veronese al 23/05/2021 sono 246, di cui 31 per la ricerca di impiegati amministrativi, contabili, tecnici per l’edilizia, geometri e impiegati commerciali. 58 sono gli impieghi per cui è necessario il diploma di maturità, 17 sono le figure per cui vengono richiesti indistintamente la laurea triennale o il diploma di maturità e solamente 2 le posizioni per cui il titolo di laurea magistrale è necessario (una come assistente di direzione e una come chimico). «La laurea serve eccome però in questo momento le aziende veronesi del manifatturiero e dell’agroalimentare stanno cercando soprattutto tecnici specializzati diplomati negli istituti tecnici e professionali. Tanto know how scientifico di questo tipo di aziende viene creato attraverso la formazione interna», ci conferma Veghini di Cisl.

Se guardiamo alle statistiche della piattaforma Linkedin di fine maggio 2021, per Volkswagen Group Italia SpA, Calzedonia Group, Lidl Italia, Aldi Italia e Bauli la maggioranza di impiegati e middle management provengono dall’Università di Verona. Il Gruppo Veronesi (Aia e Negroni) pare apprezzare maggiormente laureati proveniente dall’Università di Padova, che offre gli indirizzi scientifici più adeguati al settore. Alte le quote di impiegati e middle management col solo diploma di scuola superiore ma i dati rimangono parziali, considerando che non tutti i dipendenti posseggono un profilo Linkedin. Difficile dunque capire in quali aziende del territorio trovino lavoro i laureati all’Università di Verona, che in buona parte sono attratti da aziende fuori regione o fuori Italia (dati 2019 e 2018 di Banca d’Italia). Secondo l’Istat nel 2019 un italiano emigrato su quattro è in possesso di almeno la laurea (30mila): rispetto a cinque anni prima gli emigrati laureati crescono del 23%.

Università di Verona

Università di Verona

«Tanti giovani laureati veronesi trovano lavoro in Lombardia ed Emilia Romagna. Forse per trattenerli bisogna offrire loro un salario più attraente. C’è da chiedersi se la richiesta del diplomato sia frutto di una reale esigenza o di un approccio speculativo, visto che il laureato costerebbe di più…», sospetta Facci di Cgil. Un timore che cresce guardando alle donne lavoratrici che anche in Veneto sono pagate in media il 15% in meno dei colleghi uomini e che rappresentano la maggioranza dei lavoratori nel turismo e nel commercio.

Brutte notizie per donne e giovani laureati, dunque. Verona saprà affrontare sostenibilità, transizione ecologica e innovazione senza di loro? Il bisogno di comunità d’intenti di cui Diego Begalli dell’Università di Verona aveva parlato a Verona In emerge anche dai sindacati veronesi: «A Verona c’è bisogno di una rete forte di interlocuzione: tante aziende si arrangiano con i loro uffici di risorse umane. Qualche altra azienda più lungimirante si rivolge all’Università, oppure ai centri formativi anche dei sindacati ma dovremmo lavorare tutti insieme per attivare questa rete a vantaggio di una politica attiva fatta di riqualificazione e formazione», conclude Veghini.

Annalisa Mancini

 

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