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Cultura

Veleno o malattia genetica? La morte di Cangrande rimane un mistero

Le indagini più recenti evidenziano le crisi che il condottiero pativa a causa della Glicogenesi, ma per l’autopsia del 2004 fu avvelenamento

Di cosa è morto Cangrande della Scala il 22 luglio 1329? Nel 2004, quando a Verona governava il centrosinistra, dissero che si trattò di avvelenamento da Digitale, ma oggi che governa il centrodestra sono certi che fu per malattia genetica. Studi che a distanza di 15 anni, entrambi condotti da luminari di chiara fama, hanno quindi portato a diagnosi differenti.

Oggi è certo che Cangrande della Scala morì a causa di una rara malattia, la Glicogenosi tipo II, che lo stroncò in maniera quasi fulminea conducendolo al decesso dopo tre giorni di agonia. Questo è il verdetto della prima indagine sul DNA della sua mummia, condotta dai laboratori di Genomica Funzionale dell’Università di Verona e di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’Università di Firenze, con la collaborazione del Museo di Storia Naturale della città scaligera.

Lo studio ha rispettato le scadenze prefissate nel gennaio 2020, quando l’obiettivo annunciato era quello di analizzare le sequenze genetiche del rinomato signore di Verona per ricostruirne gesta e fattezze entro il 2021, ovvero il settimo centenario della morte di Dante Alighieri di cui Cangrande fu amico e mecenate, tanto da meritare la dedica della terza cantica della Divina Commedia, il Paradiso.

La falange del piede e il pezzo di fegato prelevati dai resti del celebre scaligero hanno fugato i sospetti che circolavano attorno i suoi ultimi istanti di vita. «La morte di Cangrande oggi non è più un mistero» ha annunciato il sindaco Federico Sboarina. «Contrariamente a quanto supposto per secoli, morì per una malattia genetica». Dunque nessuna congiura ai danni del temuto condottiero che aveva appena conquistato trionfante Treviso, nessun assassinio a spezzarlo, nessun avvelenamento. O forse sì…

Infatti il sonno eterno del signore di Verona era già stato disturbato nel febbraio 2004 allo scopo di effettuare studi paleopatologici sul suo corpo in ottimo stato di conservazione, e le analisi intraprese sembravano aver condotto ad approdi definitivi sulla sua morte: l’équipe di studiosi, composta tra gli altri dai professori Gino Fornaciari dell’Università di Pisa e Franco Tagliaro dell’ateneo di Verona, aveva sottoposto la mummia a Tac, autopsia ed analisi tossicologiche, rilevando nel suo intestino eccessive quantità di Digitale, una pianta dalle proprietà curative ma che può risultare letale per l’uomo se assunta in dosi massicce. 

Così erano state anche smentite le fonti antiche che rubricavano la scomparsa di Cangrande come caso di fluxus ventris (dissenteria) e il giallo del grande scaligero pareva archiviato: avvelenamento, forse dovuto ad un’ingestione accidentale di foglie di digitale, o forse provocato da una volontà cospiratrice. Di certo, la condanna a morte del suo medico, ritenuto responsabile della somministrazione fatale, faceva propendere più per la seconda ipotesi. Così per anni giornali, radio e TV hanno diffuso la notizia del mistero risolto.

Tuttavia dopo la recente indagine genetica queste certezze sembrano venire meno: ma allora, come è morto Cangrande? Noi uomini ignoranti di scienza possiamo, con uno sforzo immaginativo, far coesistere i due studi, fantasticando che le foglie di Digitale – ammesso che all’epoca fossero conosciuti i benefici medici della pianta – siano state ingerite dal condottiero per attenuare la violenta crisi generata dalla Glicogenosi. Ma sono solo congetture, chissà quanto distanti dalla verità che le nuove tecnologie hanno chiarito in maniera definitiva. Forse.

Nel frattempo si sono levati i consueti “cori social” a commentare la notizia, chiedendosi l’utilità di questi studi in un periodo di pandemia e difficoltà economica, ma la grandiosa portata scientifica dell’indagine, che ha comunque accertato l’effettiva presenza della patologia su un uomo vissuto 700 anni fa, è più che sufficiente per giustificarne gli sforzi. I dubbi vengono piuttosto mettendosi nei panni del povero Cangrande, perché, oggi più che mai, dall’alto del Paradiso che Dante gli aveva fatto tanto amare, pure lui si starà chiedendo: «Come diavolo sono morto?».

Gregorio Maroso

 



 

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Gregorio Maroso, veronese, laureato in Filosofia all'Università di Verona e studente in Editoria e Giornalismo nello stesso ateneo. Da sempre si interroga sulla vita e spera che indagare e raccontare i suoi aspetti nascosti possa fornirgli le risposte che cerca. gregoriomaroso@gmail.com

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