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Studiare ma anche prepararsi per lavorare in un mondo complesso

Giorgio Sbrissa (ENAIP): «Credo che la generazione precedente non abbia trasmesso il senso del lavoro come mezzo di realizzazione»

Nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza “Draghi” è prevista una riforma degli Istituti tecnici superiori (ITS), a cui saranno destinati 1,5 miliardi di euro, atta ad aumentarne il numero di iscritti e ridare loro centralità nell’ambito formativo in quanto “pilastri educativi” del nostro Paese. Gli ITS si pongono sul territorio e in ambito scolastico come punti di connessione diretta fra istruzione superiore e mondo del lavoro, guardando costantemente alle innovazioni e ai cambiamenti del mercato lavorativo. ENAIP (Ente Nazionale ACLI Istruzione Professionale) si inserisce nel contesto della formazione professionale dal 1951 ed è presente in Italia con 124 sedi, di cui 20 in Veneto. Verona In ha intervistato sui temi di formazione, giovani e lavoro Giorgio Sbrissa, amministratore delegato di ENAIP Veneto e presidente di Forma Veneto.

Giorgio Sbrissa

Giorgio Sbrissa

– L’1,7% degli studenti terziari si iscrive a corsi di istruzione professionalizzante (fonte: PNRR Draghi). Come potrebbe cambiare la situazione a Verona e in Veneto se il Recovery plan venisse investito in questo ambito?

Sbrissa. «Oggi la situazione in cui ci troviamo è particolare, in ambito universitario c’è dispersione e in futuro molti studenti potrebbero decidere di cambiare percorso e iscriversi ad un ITS. Anche i ragazzi che provengono da percorsi di istruzione e formazione professionale sarebbero incentivati, sebbene potrebbero essere più attratti da una specializzazione IFTS (Istruzione e Formazione Tecnica Superiore). Noi di ENAIP, nonostante i possibili finanziamenti, ci aspettiamo un calo di iscrizioni dovuto alla significativa denatalità che l’Italia sta vivendo».

I n Veneto quali sono gli aspetti più critici e su cui il Recovery plan dovrebbe puntare?

Sbrissa. «Uno dei punti da sciogliere è come far capire le richieste del mercato del lavoro ai cittadini. Attualmente è un dato oggettivo che cambi rapidamente, soprattutto in relazione alla carriera scolastica dei giovani: da quando un ragazzo si iscrive quando finisce le figure ricercate cambiano e se si sceglie il proprio percorso in base a questo fattore si rischia di acquisire competenze poi inutilizzabili.
L’altro aspetto critico è quello dell’immagine che i cittadini hanno della propria regione in relazione alle realtà produttive e lavorative della stessa: quando si parla del Veneto lo si fa in relazione al turismo nonostante il PIL sia dato da molti altri settori che sul piano economico pesano di più. Ciò che serve oggi e ciò che servirà domani, a mio parere, sono tutta una serie di figure intermedie che vengono fornite dalla formazione professionale».

– Il problema sembra essere anche culturale…

Sbrissa. «Sì, oggi quando si parla di cultura si pensa quasi esclusivamente a quella umanistica, spesso dimenticando che ne esistono altri tipi. Si devono narrare sempre di più anche queste realtà e metterle al pari con la cultura umanistica; attualmente si pensa ai meccanici e agli elettricisti come a professionisti slegati dal mondo culturale e tecnologico, ma è un ragionamento sbagliato perché questi, oggi, sono esperti anche di informatica, domotica, meccatronica. La vecchia narrazione li fa pensare invece come lavori di serie B, allontanando molti giovani da questi settori».

– A proposito di giovani, secondo la sua esperienza con ENAIP qual è il loro rapporto con il mondo del lavoro?

Sbrissa. «I ragazzi attualmente vanno a lavorare meno non perché non ne abbiano voglia ma perché credo che la generazione precedente non abbia trasmesso il senso del lavoro come mezzo di realizzazione. Il lavoro viene vissuto diversamente: una persona si specializza in una professione e lavora in aziende sempre diverse, fino a poco tempo fa cambiare lavoro 5 o 6 volte era visto male, oggi questa “fluidità” è la normalità».

– E a livello di scelta, a quali criteri farebbero riferimento?

Sbrissa. «I giovani scelgono maniera diversa: non è più solo una questione di soldi, ma anche di assetto valoriale di una azienda. L’altra grande componente è l’attrattività del territorio. È difficile accettare un lavoro in città che mancano di determinati servizi. Le prime cose che si valutano sono il sistema educativo, quello sanitario e la loro qualità nel territorio in cui ci si dovrebbe stabilire, essendo componenti fondamentali nel momento in cui si progetta di creare una famiglia».

– A fronte però di una sempre crescente disoccupazione giovanile non sarebbe il caso di interrogarci sulle attuali condizioni lavorative e contrattuali?

Sbrissa. «I numeri ci raccontano che ci sono lavoratori svantaggiati che non hanno un adeguato bagaglio di competenze. Personalmente credo che non ci sia modo di salvarli a meno che non si decida di assumere tutti indistintamente. Nonostante io sia favorevole a politiche di aiuto sociale non si può pretendere un mondo in cui tutti sono uguali e in cui ci sono persone prive di competenze retribuite nello stesso modo di chi queste competenze le ha. Molti di questi hanno sviluppato delle conoscenze che non hanno mai aggiornato, è chiaro che debbano effettuare un reskilling che non può pesare sulle spalle del “pubblico”».

– La comunicazione potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel veicolare questi messaggi?

Sbrissa. «Bisogna assolutamente comunicare in maniera differente le opportunità che sono presenti. Il Veneto ha da sempre investito più sulle persone e sulle infrastrutture, credo che la gente lo debba sapere ma non se ne parla a sufficienza. Tutti gli attori coinvolti nella formazione e nell’introduzione al lavoro, ad esempio, dovrebbero fermarsi e iniziare a fare un sistema in cui ognuno ha il proprio ruolo con compiti specifici».

– Lei crede che sia necessario un cambio di passo in tal senso?

Sbrissa. «Si deve tenere conto che nell’ambito dell’orientamento e della formazione lavorativa è in atto una trasformazione comunicativa importante: prima si comunicava davvero molto poco, c’era una sorta di timore nel farlo, adesso invece si iniziano a comunicare le iniziative e i loro risultati. Inoltre non ci si pubblicizza più con pamphlet e opuscoli vari ma si sfrutta molto il digitale, tramite video e social. Anche il collegamento con i lavoratori è cambiato; trovo assurdo che oggi sia ancora il centro per l’impiego a connettersi con le aziende. Io mi interfaccio, in veste di datore di lavoro, direttamente su piattaforme digitali».

– Sull’orientamento crede che sia necessaria una riforma?

Sbrissa. «L’orientamento andrebbe iniziato prima, dalla seconda media, facendo sperimentare ai ragazzi “giochi” del lavoro ed insegnando loro che cosa effettivamente sono i lavori. Oggi mi capita di parlare con dei ragazzi che confondo il mondo statistico del marketing con quello creativo della pubblicità. Una confusione simile rischia di mettere i giovani su percorsi poco adatti a ciò che vorrebbero fare. Serve anche un coinvolgimento diretto delle famiglie, far capire loro che è davvero importante scegliere con accuratezza».

– Ritiene che i metodi “tradizionali” siano obsoleti?

Sbrissa. «Sicuramente bisogna cambiare gli strumenti a disposizione, adeguarsi ai tempi, la pandemia ci ha insegnato a sfruttare i mezzi virtuali per gli incontri se si vogliono coinvolgere più persone possibili: se in presenza una volta venivano in 12, online si sfiorano le 250. Ci tengo infine a ribadire che l’orientamento deve essere fatto da figure professionali qualificate e non da orientatori “prestati” al compito, cosa che purtroppo avviene oggi in quasi tutte le scuole».

Michael Campo 

Written By

Michael Campo è nato a Verona nel 1994. Diplomato all'Istituto d'Arte "N.Nani" e laureato in Scienze della Comunicazione all'Università di Verona. Da sempre sono affascinato dal mondo dell'arte e della cultura in ogni sua forma e mi piace parlarne per avvicinare quante più persone a questi ambiti. Le mie passioni "nascoste" sono i videogiochi e il lavoro che sta dietro alla loro realizzazione, dalla programmazione alla realizzazione artistica. Sono fortemente convinto che il giornalismo debba avere valenza sociale e aiutare le comunità a mettersi in discussione per migliorarsi, senza mai scadere in critiche gratuite, e dovrebbe aiutare i lettori a decifrare il complesso flusso di informazioni a cui siamo esposti ogni giorno. Attualmente partecipo all'iniziativa "Reporter di quartiere" di Verona In per la zona di Borgo Roma. michaelfield9419@gmail.com

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