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Liberi tutti, la ripresa come un azzardo con il rischio di un conto salato

C’è rischio e rischio: quello infinitesimale della vaccinazione ci terrorizza, mentre quello molto robusto delle riaperture ci inebria

Finalmente la riapertura, come prima e più di prima. Poco importa che la frequenza dei casi infetti, dei deceduti e degli ospedalizzati per Covid sia di un ordine di grandezza superiore a quelli inglesi prima della riapertura dopo un periodo di duro lockdown. Poco importa che, al contrario, le nostre percentuali di vaccinati siano meno della loro metà al termine di un finto lockdown in cui la diffusione del virus è aumentata invece di mitigarsi. Qualcuno ricorda di essere stato fermato in quest’ultimo periodo di zona rossa mentre si recava al lavoro o altrove munito della propria autocertificazione? Dove sono finiti gli operatori dei supermercati che ci misuravano la temperatura corporea, limitavano gli ingressi con tanta dovizia, uno per nucleo famigliare intimavano, e sorvegliavano che le mascherine fossero correttamente indossante, non appena ci calavano giù dal naso? Scomparsi, insieme a tutti gli altri controllori istituzionali che prima vigilavano sugli assembramenti, ora tollerati, o meglio non più rincorsi.

Il Paese è stanco si dice, ma il virus non lo è, anzi ha preso forza con le più contagiose varianti. Però noi lo stiamo sfidando per l’impazienza di completare la vaccinazione almeno della popolazione più fragile. Forse bastava un solo mese in più, per avvicinarsi ai numeri più prudenti dell’esperienza inglese. Ma no, i populisti di turno, aizzati dalla cosiddetta pancia della loro base elettorale, che ormai pare occupare l’intero corpo, hanno forzato le transenne all’insegna del “liberi tutti”. Naturalmente in sicurezza si dice. Ma se proprio questa sicurezza ha fallito un po’ per debolezza intrinseca, un po’ per controlli colabrodo, qual è il “rischio calcolato” che si corre?

Certo, il calcolo c’è, ma è il risultato ad essere alto. Ma c’è rischio e rischio: quello infinitesimale della vaccinazione ci terrorizza, mentre quello molto robusto delle riaperture ci inebria, quasi fossimo una popolazione di ludopatici, abbagliati dai provvedimenti liberatori del sindaco Sboarina e del suo assessore Zavarise che sembrano usciti da una slot machine per l’azzardo che presuppongono. Un plateatico per tutti si sentenzia. Di come una Polizia Locale, che non riesce neppure a controllare le soste selvagge, possa garantire che tutto ciò avvenga nel rispetto delle regole, non se ne parla. E se un esercizio non dispone di uno spazio antistante poco importa. Si occuperanno strade e marciapiedi, insomma si farà il possibile e l’impossibile, per i consumatori ovviamente. E chi non lo fosse, pazienza, se ne stia a casa sua in auto-lockdown e non disturbi la ripresa. Guai che accada come per i trasporti urbani di cui non ci si è curati dalla fine dello scorso anno scolastico ad ora. Con la cultura non si mangia aveva profetizzato un ministro della Repubblica che evidentemente, lui sì, ha fatto scuola.

Dire tutto questo non significa rimanere insensibili ai problemi di un comparto che ha certamente pagato il prezzo più alto alla pandemia, tuttavia pensare di vincere negando la forza del nemico è una risposta infantile che rischia di farci ripartire dal “via”, ma questo non è un gioco. Ogni punto di rischio in più che si accetta sono morti in più che inevitabilmente si aggiungono alla conta. E questo lo dice a chiare lettere non un rivoluzionario anti-sistema, ma un premier conservatore e iperliberista come Boris Johnson che comprende però come un popolo di malati non possa mai riaprire o aumentare il Pil.

Non si tratta infatti soltanto di anziani “improduttivi”, come diceva un altro profeta presidente di regione, ma anche di giovani che ritardano o rimandano accertamenti ed interventi per altre malattie, che non sono andate in letargo per effetto del Covid, ma che vengono tenute ad aggravarsi in un’affollata sala d’aspetto. Chissà quanto il recovery plan in dirittura d’arrivo terrà conto di tutto questo, ma soprattutto della necessità di un’inversione di rotta per una navigazione sempre più pericolosa. Proprio come quella delle grandi navi a Venezia che insistono nel voler attraversare il bacino di San Marco.

Paolo Ricci

 

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Paolo Ricci, nato e residente a Verona, docente per quindici anni in materie di Sanità Pubblica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è attualmente direttore dell’Osservatorio Epidemiologico presso l’Agenzia Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona. Collabora con l’Istituto Superiore di Sanità per lo studio dei Siti inquinati d’Interesse Nazionale (SIN), con particolare riferimento al rischio cancerogeno e degli eventi avversi della riproduzione. Svolge consulenze tecniche per la magistratura penale. Numerose le sue pubblicazioni su riviste scientifiche anche di rilevanza internazionale. corinna.paolo@tin.it

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