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Monte Baldo

Lettere

Monte Baldo, soluzioni “creative” per valorizzare il territorio

Tanti progetti ma le informazioni raccolte dal sito del Comune di Caprino fanno dubitare che siano applicati i criteri di ecosostenibilità

Non è solo una… croce (astile) di Damocle di qualche decina di metri, a pendere sulle creste del Baldo in questi tempi. Sul sito del Comune di Caprino Veronese è infatti stato recentemente pubblicato un masterplan (documento per sua natura di solito molto generale, che spesso dà molte idee, ma talvolta anche troppe soluzioni irrealistiche) particolare. Non ho informazioni sufficienti per dire se sia stato generato da un’azione di pianificazione partecipata o meno, sicuramente porta la firma di uno studio prestigioso.

Si tratta, nelle intenzioni del team di progetto, di “un progetto identitario che consenta di rafforzare il senso di comunità; un processo di crescita garantito dalla messa in rete delle eccellenze locali; un modello di sviluppo dove convivono eco-sostenibilità e valorizzazione turistico territoriale”. Tanto che le tavole raccontano anche di un “parco” intercomunale del Baldo, che però sembra fermarsi ai confini amministrativi di Caprino.

Non vi sono dubbi che il territorio sia ricco di eccellenze locali, sviluppate nei decenni grazie anche ad un certo equilibrato rapporto dell’uomo con il territorio stesso; ma dalle immagini e dai documenti che il sito del Comune mostra si evincono una serie di informazioni che fanno quanto meno dubitare che il modello di sviluppo proposto porti ad una convivenza di eco-sostenibilità e valorizzazione turistico territoriale.

A fianco di interventi di recupero su ambiti territoriali compromessi, come le aree soggette in tempi passati o recenti ad attività di escavazione, che hanno certamente il merito di trovare una nuova collocazione e un senso, se vogliamo, a spazi che di naturale poco hanno, e insieme a intenti condivisibilissimi, come il potenziamento della rete ciclabile della piana di Caprino, si ipotizzano anche interventi che di riqualificazione non hanno apparentemente nulla, insistendo su aree attualmente ad uso e vocazione agricola, come storicamente e ampiamente comprovato essere tutta la piana di Caprino.

È il caso, ad esempio, dell’Agriparco delle Socialità, che troverebbe posto nei campi limitrofi al Cimitero (ormai veramente “horti conclusii”, visto che sono circondati dalla bretellina stradale del capoluogo), ma soprattutto del Parco dell’Acqua a sud di Pesina, lungo il corso del Tasso, ove per mitigare eventuali interventi di realizzazione di vasche di laminazione contro le esondazioni del torrente si prevedono di inserire nel paesaggio “tematiche sociali e tematiche idrauliche” tramite “l’utilizzo di elementi tradizionali del paesaggio circostante: il prato, i gruppi arborei e il sistema di percorsi pedonali e ciclabili che facilitano accessibilità e fruizione. Il paesaggio si configura, così, come bene culturale e come bisogno sociale, esprimendo le proprie regole per una progettazione sostenibile sul territorio”. Insomma, per insegnare il paesaggio, lo si stravolge e lo si ridisegna, rimettendone alcuni elementi in maniera artificiale?

Se ci si sposta sulle pendici del monte Baldo, la situazione diventa ancora più “creativa”, e preoccupante: a fronte della proposta di attivare attività economiche legate all’accoglienza e al turismo diffuso nelle numerose malghe a mezza quota (intento lodevole e da sottoscrivere, anche se il passaggio dalle icone del masterplan ad un progetto integrato, coeso, ed economicamente efficiente non è per nulla immediato), non si capisce perché prevedere, come ad esempio si vede nel rendering di Malga La Pra, terrazze in cemento con recinzioni metalliche che poco hanno a che vedere con la tradizione casearia, pastorale e tanto meno architettonica dell’area.

Ma la soluzione che fa letteralmente allibire è la proposta di due tronconi funiviari, il primo tra Caprino ex-ospedale e Malga Cola Lunga, il secondo tra Valfredda e Naole, con un problema serissimo di accessi e park auto. Così come serio sarebbe l’impatto delle stazioni valle e monte dal punto di vista paesaggistico, tema su cui il masterplan sorvola… a metà: da un lato inserendo rendering improbabili di funivie montano-lacustri su paesaggi che sulle pendici baldensi caprinesi sono semplicemente inesistenti, dall’altro inserendo una sorta di ovovia compresa di piloni appena sotto le creste di Naole.

È vero che in linea di massima per un approccio “sostenibile” alla mobilità in ambienti fragili è meglio evitare mezzi privati e privilegiare i mezzi “pubblici”. Ma perché ideare un sistema che prevede un alto impatto infrastrutturale, quando in moltissimi altri contesti montani ormai viene privilegiato l’utilizzo di mezzi pubblici, o ad uso pubblico, quali bus, minibus o addirittura fuoristrada navetta (i primi possono essere ovviamente alimentati a metano, o ancor meglio totalmente elettrici), coinvolgendo operatori locali?

Qui a quanto pare non si tratta di portare visitatori ai piedi del monte in maniera sostenibile, per una successiva escursione. Il rischio che vedo è che il “portare su tutti” sdogani anche un atteggiamento di “prudenza” minima o nulla, comunque richiesta in un ambiente – quello montano – che è unico, seppur apparentemente facile e prossimo. Guardiamo i dati pubblicati recentemente dal Soccorso Alpino del Veneto, e quelli relativi a Verona: l’allarme è in quei numeri e nei tassi di crescita degli infortuni per inesperienza o inadeguatezza di attrezzatura.

Peraltro, segnare su un disegno tecnico due tronconi di funivia è ben diverso dallo svolgere un’attenta valutazione sulla sostenibilità economica di un impianto del genere: non dobbiamo dimenticare che a breve rientrerà in funzione il vicinissimo impianto Prada-Costabella, e pochi km più a nord Malcesine è già attiva. Il rischio di creare castelli per aria è reale, e pericoloso. A Novezza, poco distante, dopo venti e più anni è stato re-installato lo skilift, e Covid a parte non è comunque mai partito (ed è un peccato, visto che ormai è lì); tuttavia i weekend invernali, neve o non neve, hanno visto la località talvolta letteralmente presa d’assalto. Questo per dire che spesso le persone trovano attività a loro congeniali anche senza la necessità di ulteriore ed inutile “meccanizzazione”.

Ci sono certamente attività di tipo imprenditoriale ricettivo sul Baldo che meritano attenzione e successo, e possibilità di crescita. E altre meriterebbero di nascere, e svilupparsi. Lo spazio per farlo bene c’è.

Alcuni tra questi imprenditori ho avuto il piacere di conoscerli, di provare la loro ospitalità e competenza di montagna prima ancora che di ristorazione. E mi chiedo – perchè non ho la risposta, e perchè in questo periodo è una domanda troppo greve – se il rischio di trasformarsi di fatto in fast-food diurni di massa non snaturi anche la scelta imprenditoriale che loro stessi hanno fatto.

Una scelta che deve essere sostenuta dalle comunità locali, ma anche dalle associazioni turistiche ed alpinistiche, non tanto a mio parere facendo aumentare la pressione di visitatori durante periodi già affollati, ma mettendo in luce le eccellenze di territorio e di operatori dell’accoglienza in montagna, supportandoli nell’accesso a progetti finanziati che li aiutino ad aggiornare, innovare e mantenere le loro strutture, a comunicare la loro offerta, e a educare gli ospiti – e i turisti – ad una frequentazione consapevole della montagna. I soldi ci sono, a partire dal nuovo budget della UE fino ai bandi regionali che tali soldi dovranno allocare; si tratta di decidere se investirli in progetti utili a tutti e di ampio respiro o in progetti coi lustrini, utili a pochi e quindi col respiro corto.

La crisi del turismo di massa, monotematico, a base “impianti di risalita”, e la difficoltà di sostenere infrastrutture basate su tale approccio di massa sono state evidenziate da questi dodici mesi di pandemia: la sostenibilità ambientale, economica e sociale di un’offerta turistica di un territorio si basa su valore aggiunto fornito da competenza, innovazione e qualità in territori il più possibile manu-tenuti e curati, in strutture riqualificate sull’esistente, ma con infrastrutture di supporto il meno possibile invasive, soprattutto in ambienti come il Baldo che anche per conformazione sembrerebbero non prestarsi alle leggi dei grandi numeri.

Non è impossibile: anche nelle regioni più “turistizzate” come l’Alto Adige, vi sono valli che hanno scelto questa strada, e i turisti le premiano: la Val di Funes, ad esempio, a pochi km dall’uscita dell’A22 di Chiusa, ha scelto di impostare la propria offerta sui servizi e sul territorio, non sulle infrastrutture; su parcheggi a pagamento a fondovalle, e su un servizio corriere efficiente ed economico; su strutture ospitali, moderne all’interno, e non impattanti all’esterno. Il risultato è un turismo numeroso, rispettoso, alto spendente e il più possibile destagionalizzato. La sopravvivenza della media montagna, della nostra montagna, ha bisogno di attori, non di consumatori; gli attori nel palcoscenico del paesaggio devono muoversi, non arrivare; non c’è sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica, e viceversa.

Cito le parole di un’amica che ha scelto di fare l’imprenditrice sul monte dei Veronesi: «il Baldo si estende su una superficie di circa 400 kmq con una linea di cresta di circa 40 km. Allora perché non far conoscere ai tanti in modo più sostenibile quel po’ po’ di 400kmq, anziché concentrarsi su pochi km? Questo lavoro però dobbiamo farlo sopratutto noi che su questa montagna abitiamo con l’aiuto di chi ama e rispetta il Baldo».

Credo che questo sia auspicabile, e possibile: e credo che tante realtà associative che si stanno occupando del Baldo, da tanti punti di vista (dalle locali Pro-Loco a Baldofestival, da Marchio del Baldo a Legambiente Val del Tasso, dal Ctg al Cai alla neonata Monte Baldo Patrimonio dell’Umanità, per la candidatura nella sua interezza, veronese-trentina, del Baldo a patrimonio UNESCO – ma ne ho dimenticate certamente altre…) possano essere altrettanti ripetitori e attori di questa proposta, che non posso non fare mia, e che mi auguro sappiano condividere altrettanto le amministrazioni locali.

Francesco Premi

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3 Comments

3 Comments

  1. Marcello Toffalini

    13/04/2021 at 16:30

    Bravo Francesco. Serve “impostare la propria offerta sui servizi e sul territorio, non sulle infrastrutture; su parcheggi a pagamento a fondovalle, e su un servizio corriere efficiente ed economico; su strutture ospitali, moderne all’interno, e non impattanti all’esterno”, come hanno fatto in val di Funes. Davvero interessante la tua proposta.
    Ci saranno orecchie per intenderla e realizzarla?

    • Francesco Premi

      13/04/2021 at 18:17

      Caro Marcello, a mio parere ci sono già almeno una decina di realtà che, in silenzio e rimboccandosi le maniche, stanno lavorando, e bene, in questo senso, ne ho potute citare solo alcune. Utilissimo sentire cosa hanno da dire, e cosa raccontano. Proprio questo è un quesito a cui non sono riuscito, nei documenti, a trovare risposta: quanta è stata la partecipazione, pur promessa dall’amministrazione un anno fa dalle pagine del quotidiano locale? Credo che la proposta di candidare un Baldo unito all’Unesco possa avere, se non altro, e indipendentemente dal risultato, il merito di far emergere chi sta remando in una direzione, e chi no.

  2. M.

    13/04/2021 at 21:59

    Ottimo articolo. La zona del Monte Baldo, così come l’intera comunità della Lessinia, devono essere via via deflussizzati, con la creazione di aree a basso traffico o alberghi diffusi, come avviene in certe realtà italiane, pensiamo all’Alpe di Siusi, alla Carnia friulana oppure alla recente proposta dell’albergo diffuso del comune di Stenico, nelle Valli Giudicarie.

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