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Mario Draghi
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Opinioni

Erdogan dittatore? Semmai sultano, ma il vero obiettivo è la Libia

Le parole di Draghi dopo il suo viaggio a Tripoli se accostate a quelle di Biden fanno pensare ad una svolta negli equilibri del Mediterraneo

Hanno stupito le parole di Draghi relative ad Erdogan, in particolare la naturalezza con cui lo ha definito dittatore, seguite subito dal “di cui però si ha bisogno”. Si è trattato di una gaffe diplomatica dovuta alla sua scarsa esperienza in politica estera, oppure di una esternazione voluta per marcare una differenza con la Turchia ed una cambio di strategia nel Mediterraneo?

Il presidente Draghi non manca di abilità diplomatica, conosce bene il significato delle parole, del loro peso e delle conseguenze, di cui ha dato prova nel suo ruolo di presidente della Banca Centrale Europea. Di certo Draghi non è uno sprovveduto e quelle parole non gli sono “sfuggite”.

Lo sgarbo del “sofagate” a Ursula von der Leyen forse ha solo dato l’occasione al nostro presidente del Consiglio di usare parole forti verso Erdogan, con lo scopo di segnare una svolta nella politica estera italiana. Non a caso Draghi veniva da un incontro importante a Tripoli dove ha posto le basi per ridare all’Italia un ruolo di primo piano in Libia, dopo il vuoto politico lasciato negli ultimi anni e che è stato occupato anche militarmente da Russia e Turchia.

Se poi si volesse associare l’esternazione di Draghi a quella del presidente USA Joe Biden, che pochi giorni prima aveva definito “assassino” il presidente russo Putin, si potrebbe ipotizzare un piano comunicativo concordato per dare l’input a nuovi equilibri strategici nel Mediterraneo centrale. Non si deve dimenticare che l’Italia è il più fedele alleato europeo degli USA e che il nostro Paese ha enormi interessi economici, energetici e geopolitici con la vicina Libia.

Formalmente Erdogan non è un dittatore, è stato eletto nel 2002, poi, pur di mantenere il potere, ha iniziato ad usare maniere forti ed intollerabili verso le minoranze, in particolare i curdi, ad incarcerare giornalisti ed esponenti dell’opposizione, a violare spesso i diritti umani e civili e le regole della separazione dei poteri dello stato di diritto. Più propriamente Erdogan potrebbe essere definito sultano, termine più coerente con la storia e la cultura del suo Paese, ma francamente cambia poco.

Peraltro se veramente l’Italia vuole tornare ad essere economicamente e politicamente influente in Libia è inevitabile il contrasto di interessi con la Turchia, ed allora non possono che essere state ben soppesate le parole di Draghi verso Erdogan. Ci saranno probabilmente ritorsioni economiche: la Turchia avrebbe già sospeso una fornitura italiana di elicotteri. Trattandosi di velivoli militari sarebbe stato preferibile che fosse stata l’Italia a cancellare la fornitura.

Dispiace invece che, nella sua strategia di riavvicinamento con la Libia e suoi nuovi leader, Draghi non abbia avuto parole riguardo i campi di detenzioni dove migliaia di migranti, provenienti dal Sahel e da altri Paesi africani, sono illegalmente trattenuti in condizioni disumane e merce di scambio con trafficanti di esseri umani. E del tutto fuori luogo sono state le parole di ringraziamento alla Guardia Costiera libica per i “salvataggi” dei migranti.

Sarebbe un grave errore pensare alla Libia solo in termini economici. Una Libia finalmente pacificata e democratica sarebbe un elemento di stabilità per tutto il nord Africa. Ed è un obiettivo possibile al quale l’Italia può veramente dare un importante contributo.

Claudio Toffalini

Written By

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

2 Comments

2 Comments

  1. Cristina Stevanoni

    14/04/2021 at 11:04

    Claudio, grazie per questa tua analisi. Senza misurare la volontarietà o meno delle parole draghesche, le parole che, come sappiamo, diventano alate, o, al contrario, di pietra, io starei ai fatti. Erdogan agisce come un aguzzino, come colui che imprigiona a suo talento chi gli si opponga, anche solo a parole, per criticare, per esempio, la costruzione di un canale sul Bosforo. Ora, siccome Erdogan detiene prigioniero da decenni, su un’isola deserta, un uomo di nome Ocalan, alla cui protezione l’Italia forse avrebbe potuto provvedere, inaugurando nuovi rapporti con tutto il Medio oriente, siccome questo è, io avrei preferito che il Presidente del Governo che io debbo democraticamente accettare avesse trovato modo di dire, a proposito di parole, queste semplici parole: “Signor eletto Erdogan, come sta il Signor prigioniero Ocalan?”.

  2. Dino POLI

    18/04/2021 at 16:41

    Grazie Claudio, davvero un bell’articolo, che fa pensare e riflettere su tanti temi, che non possono essere elencati analiticamente, non basterebbe un libro. Invece tutto è chiaramente indicato, la politica europea, il peso della Turchia e di Erdogan, lo scacchiere internazionale con Putin e Hiden, il ruolo -ora piccolo- dell’Italia. Ne aspettiamo altri di articoli così, di politica internazionale

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