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Come togliere il tappo a Verona e tornare protagonisti

Per la rinascita necessario coinvolgere i soggetti istituzionali ma anche organizzazioni più informali non legate a logiche del passato

Molti recenti articoli pubblicati da Verona In, scritti da penne diverse con approcci e stili differenti (solo in ordine di tempo, quelli di Campo sui cervelli in fuga, Maroso su Univr e Next Generation EU, l’intervista di Ferraro a Martina Tommasi, il pezzo di Garzotti sul Catullo, come le opinioni di Ballestriero, Massignan, Viviani…) hanno il merito di far emergere, ciascuno per l’argomento trattato, talvolta esplicitamente, talvolta implicitamente, un dubbio comune: il dubbio sul futuro che attende questa città, partendo da un presente non proprio sfavillante.

Il tema non è nuovo: la città di Verona manca di una visione strategica sulla propria economia da più di un decennio. Con il tramonto del ruolo trainante da un lato delle “casseforti” cittadine per eccellenza, dall’altro di alcuni settori industriali che la avevano resa hub a livello nazionale ed internazionae il re ha scoperto di essere nudo, ma le amministrazioni che si sono susseguite non hanno saputo trattare con impegno e serietà questo tema.

Il futuro economico della città – e così una diffusione maggiore di benessere, la riduzione dei disagi sociali legati alla crisi economica che ormai è pandemica ancor prima della più nota Pandemia, e a mio parere anche il miglioramento di un senso civico apparentemente appannato – è secondo me strettamente legato a doppio senso anche alle scelte, o non-scelte, di gestione del territorio, perché un’amministrazione che non delinea il futuro della propria città non potrà nemmeno negoziare al meglio per i cittadini e le cittadine l’utilizzo e il riuso dei propri spazi, e diventerà ostaggio delle iniziative estemporanee di privati che l’esperienza mostra non essere quasi mai generatrici di benessere e lavoro per la maggioranza dei veronesi, ma nel migliore dei casi attrattori di traffico e datori di lavoro poco qualificato, poco tutelato, e a detrimento di attività economiche ed imprenditoriali piccole, alle volte familiari, ma con un ruolo sociale – specie nei quartieri demograficamente più anziani per quanto riguarda, ad esempio, il commercio di prossimità – che dovrebbe andare tutelato.

I cittadini e le cittadine di Verona meriterebbero di avere la possibilità di scegliere posti di lavoro, nella propria città, variegati e possibilmente qualificati – in quanto a maggior qualificazione ci si augura possa corrispondere una crescente retribuzione – in aziende moderne, attive in settori a maggiore redditività, che trovino interessante, opportuno e strategico installarsi e rimanere nel capoluogo piuttosto che altrove, e che possano dialogare con l’Amministrazione comunale nel delineare percorsi di crescita e sviluppo di qualità per se stesse, per i propri dipendenti, e per la città che le ospita. Percorsi “sostenibili”, in breve, dal punto ambientale, economico e sociale, e “responsabili”, nei confronti dei propri interlocutori locali, che siano cittadini, istituzioni o territorio.

Aziende del genere ce ne sono, non poche, grandi medie e piccole, dalla lunga storia o giovanissime, insediate nella nostra città e leader nei propri settori. Ma quante volte le si coinvolge in percorsi e progetti sulla città del futuro? Possibile che la Verona del 2030 debba essere quella spesso mal pensata e costruita dalle decine di micro srl immobiliari nate ieri, con capitali sociali ridicoli e ricadute inesistenti sull’occupazione locale, che si muovono quando va bene senza una regia, al solo scopo di riempire i “vuoti” urbani, che tanto vuoti potrebbero non essere, creando più disagi che vantaggi?

Sono convinto che coinvolgere i soggetti “tradizionalmente” preposti ad un dialogo del genere (Università anzitutto, e associazioni di categoria, ordini professionali, organizzazioni sindacali) sia una scelta imprescindibile, necessaria. Ma non sufficiente. Spesso al loro interno si riproducono purtroppo le dinamiche che hanno bloccato il dibattito politico su Verona nelle sue istituzioni amministrative. Interagire anche con organizzazioni e network magari più spontanei, più “informali”, come reti di imprese, Aps, ODV, aperti ad una strategia davvero partecipativa, potrebbe costituire una via moderna, innovativa, sicuramente alternativa, per incanalare le energie positive e propositive verso scelte veramente “responsabili” per un futuro “sostenibile” di Verona.

Francesco Premi
Capogruppo Verona in Comune
2ª Circoscrizione Verona

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2 Comments

2 Comments

  1. Redazione2

    12/04/2021 at 09:44

    Parliamo tanto di cervelli in fuga da Verona ma realmente – come dice Francesco Premi in questo suo intervento – la città avrebbe i presupposti per trattenerli? E come si combina questa convinzione con l’ammissione di un ritardo più che decennale nel definire un piano di sviluppo che contribuisca a definire un’idea di città? E infine, se andiamo a vedere le grosse realtà imprenditoriali presenti sul territorio scaligero, par di capire che il reclutamento della classe dirigente venga fatto altrove. Vero che nell’era della globalizzazione la provenienza ha un valore relativo ma quando la manodopera è locale e i manager provengono da fuori qualche domanda bisogna iniziare a farsela. (g.mont.)

  2. ODC

    13/04/2021 at 22:30

    Posso condividere molto ma ci vorranno lustri con quello che gira a Verona

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