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Silvano Filippi

Interviste

La Legge di riforma della Pubblica Sicurezza dopo 40 anni

INTERVISTA – Silvano Filippi, SIULP. La 121/1981 ha smilitarizzato le donne e gli uomini del corpo permettendo loro di costituire sindacati

Silvano Filippi è sostituto commissario della Questura di Verona, uno dei cinque componenti della segreteria nazionale del Siulp, il sindacato di Polizia di cui è stato per undici anni segretario provinciale e per dodici segretario regionale . A lui abbiamo fatto qualche domanda sui 40 della legge 121/1981, la legge di riforma della Pubblica sicurezza, che ha smilitarizzato le donne e gli uomini del corpo, permettendo loro di costituire sindacati.

– Filippi, lei è entrato in Polizia nel 1985. Che tipo di ambiente ha trovato, considerando che la riforma non aveva neppure cinque anni?

«Direi tipico di una fase di transizione in corso. In quei primi anni di servizio ho avuto occasione di essere assegnato a diversi uffici. Alcune realtà erano già avviate su un percorso riformista, per altre, invece, si avvertiva una notevole resistenza al cambiamento. Faccio due esempi concreti. Il mio primo approccio con la Polizia di Stato dopo i primi quattro giorni di visite selettive l’ho vissuto alla – oggi dismessa – Scuola Allievi Agenti di Bolzano. È lì che sono stato contagiato dal fascino di un lavoro che avevo inizialmente immaginato solo come una breve, necessaria parentesi per assolvere all’allora vigente obbligo di leva. E questo anche grazie al fatto che si respirava un clima disteso. Proprio per questo ho subito un notevole contraccolpo nel momento in cui, dopo quei primi tre mesi trascorsi quasi come una gioiosa avventura, sono stato assegnato al Reparto Mobile di Padova. Un radicale cambio di prospettiva a partire dalla sgradita sorpresa di trovare come tutor ufficiali dell’Esercito. Non entro nel dettaglio delle umiliazioni subite; mi limito a dire che i principi della legge 121 non erano adeguatamente padroneggiati da chi era responsabile della gestione di quella struttura. Verso i quali, a ben vedere, dovrei essere paradossalmente riconoscente, atteso che in quella sofferta esperienza si sono avvertiti i miei primi vagiti da sindacalista».

– Si dice che la 121/1981 sia una legge molto più avanti rispetto agli anni in cui fu emanata, ma pure rispetto ad altre leggi approvate prima e dopo. È d’accordo?

«Poche altre leggi hanno contribuito ad assicurare un equilibrato sviluppo democratico del nostro Paese come la 121/1981. La miglior sintesi di quello che avrebbe rappresentato la riforma si coglie dalle parole di un’intervista rilasciata ai microfoni della Rai dal maggiore generale Enzo Felsani, allora comandante dell’Accademia del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, che diventerà poi il primo segretario generale nazionale del Siulp, quando ancora l’iter parlamentare era lungi dall’essere compiuto. Nel corso dell’intervista, sciogliendo l’equivoco della strumentale assimilazione tra smilitarizzazione e disarmo della Polizia, chiarì che la logica militare era da considerarsi come pernicioso retaggio del passato in quanto, mentre scopo del militare è combattere il nemico, quella di un poliziotto in uno stato di diritto è assicurare il rispetto delle regole democratiche affiancandosi ai  cittadini nel cammino del consolidamento degli ideali repubblicani. Nonostante gli incidenti di percorso non siano mancati, mi sentirei di dire che, per quanto anche una macchina ben oliata ogni tanto abbia bisogno di una manutenzione straordinaria l’assetto della legge121 è una irremovibile garanzia che sostiene le fondamenta della pacifica convivenza dell’ordinato sviluppo economico e sociale del nostro Paese».

– Nella pubblica amministrazione italiana, le forze di Polizia hanno un elevatissimo tasso di sindacalizzazione e di sigle sindacali…

«La mia valutazione potrebbe anche non essere considerata oggettiva, essendo componente della Segreteria Nazionale del sindacato che vanta la maggiore consistenza associativa nell’ambito del Comparto Sicurezza e Difesa. Quando però il doveroso rispetto del principio di rappresentanza viene strattonato al punto tale da sconfinare in una sorta di assemblearismo, o si interviene per mettere fine ad ambigue derive, o si rischia di provocare irreversibili crisi di autorevolezza del sistema delle relazioni sindacali. Detto che il Siulp è l’unica organizzazione a non aver stretto accordi federativi, il problema è originato proprio dalle alleanze finalizzate al raggiungimento della soglia di rappresentatività prevista dalla legge. La normativa prevede di subordinare il riconoscimento della rappresentatività ad un unico centro di imputazione delle risorse. Invece, per una distorsione che abbiamo ripetutamente, e finora invano, denunciato, nonostante l’art. 35 del d.p.r. 164/2002 esiga l’attribuzione dei contributi sindacali ad un unico codice di federazione, nei fatti si continuano a consentire flussi differenziati per ciascuna sigla che quella federazione compone. E questo spiega la ragione di un continuo trasmigrare da una federazione all’altra».

– Quali sono le prospettive per i sindacati dei militari delle tre Armi, dei Carabinieri e della Guardia di finanza?

«Complice pure una non esemplare chiarezza della sentenza della Corte costituzionale 120/2018, i cui toni sfumati consentono interpretazioni molto elastiche dei contorni entro i quali devono essere assicurate forme di rappresentanza sindacale nelle amministrazioni militari, il testo che è in discussione, se non verrà radicalmente rivisitato, non solo non aprirà alcuno spazio di reale dialettica sindacale, ma pure finirà per rafforzare l’attuale assetto ispirato alla soppressione di qualsiasi rivendicazione proveniente dalla base. L’auspicio è che l’azione lobbistica dei vertici militari venga superata da uno scatto d’orgoglio dei componenti della commissione parlamentare».

– Quanto è stato importante il Siulp nella Polizia di Stato in generale?

«Il mio contributo partecipativo agli organismi direttivi nazionali, fino ad allora limitato alla segreteria provinciale scaligera, comincia verso la fine del secolo scorso, precisamente nel dicembre 1999. Quando cioè ci fu la dolorosa fuoriuscita dei quadri dirigenti che hanno dato vita a progetti alternativi rivelatisi velleitari. Pur avendo dunque vissuto una parte non marginale della mia esperienza professionale e sindacale lontano dai riflettori che illuminavano le politiche di più ampio respiro territoriale, ho da sempre beneficiato della notevole autorevolezza che veniva accreditata al Siulp in ambito istituzionale e abbiamo poi fatto valere ogni qualvolta erano in discussione temi riconducibili alle politiche della sicurezza. Tra le tante mi piace ricordare il ruolo svolto nel contrastare le estemporanee iniziative di sindaci sceriffi, che cavalcavano politiche securitarie a suon di stravaganti ordinanze, o la battaglia, non priva di contraccolpi subiti anche a livello personale, per arginare le devastanti intemerate di sedicenti volontari per la sicurezza che brandivano la spada di una discutibile legalità in escursioni di gruppo serali e notturne. Sono, quelle citate, solo una parte di un ben più ampio ventaglio di vicende politiche e sociali nelle quali il Siulp ha sempre offerto un apporto critico che, anche quando non ha impedito l’adozione di scelte scellerate – penso ad esempio alle pattuglie miste con personale delle Forze armate – ha comunque contenuto gli effetti di scelte demagogiche».

– Quanto è stato importante il Siulp nella Polizia di Stato di Verona?

«Posso dire, per esserne stato testimone sin dal 1990, che a Verona il Siulp non si è mai accomodato su posizioni di comodo. Non si è fatto molti amici, perché soprattutto quando si è confrontata con rappresentanti istituzionali, esponenti politici o anche con gli organi di stampa, la segreteria provinciale ha sempre tenuto fermo il timone sulla rotta dell’interesse generale, evitando di assumere posizioni corporative senza però esitare nel tutelare i colleghi ogni qualvolta venivano fatti oggetto di ingenerose, e sovente strumentali, aggressioni mediatiche. La constatazione che il Siulp scaligero risulta essere stato l’organizzazione sindacale maggiormente rappresentativa in provincia, è un evidente indicatore dell’apprezzamento che il personale della Polizia di Stato gli riconosce. Vorrei ricordare, ad esempio, come già nel corso dei primi anni Ottanta l’allora segretario provinciale, scontrandosi con l’incredulità mista ad irritazione dell’allora classe politica, denunciasse il pericolo di quelle infiltrazioni mafiose che, puntualmente e drammaticamente, hanno poi trovato dolorosi riscontri. Ma si potrebbe ricordare l’iniziativa grazie alla quale una delle poche delibere che il Consiglio comunale di Verona è riuscito a votare durante la fase in cui l’ostruzionismo delle opposizioni aveva paralizzato l’azione dell’amministrazione Zanotto riguardasse lo sblocco dei protocolli per l’assegnazione degli alloggi di Fondo Frugose, che poterono così essere destinati dopo un lungo stallo a circa 200 famiglie di operatori delle forze di Polizia. O, ancora, l’incessante pressione svolta sul sindaco Sironi che ha portato alla realizzazione dell’attuale sede della Questura dopo quasi un decennio di appelli, manifestazioni, documenti, incontri svolti ad ogni livello per riuscire a sciogliere i nodi gordiani di una disarmante burocrazia. Di certo, sono molti i dossier che, senza l’attivismo del Sindacato italiano unitario dei lavoratori di Polizia, sarebbero ancora oggi irrisolti».

Come vede lo stato della sicurezza nel nostro Paese?

«Non dispongo delle competenze per poter esprimere una valutazione che risulti esaustiva. Anche perché a mio avviso si continua a parlare di sicurezza al singolare quando, in realtà, mai come oggi sarebbe più corretto ragionare di sicurezze al plurale, a partire dal contrasto alla criminalità cybernetica, ed a tutte le insidie del cosiddetto far web, che rappresenta la frontiera più insidiosa per strutture investigative che faticano a tenere il passo dell’evoluzione tecnologica. A tale proposito, vorrei ricordare come una delle medaglie che il Siulp si può appuntare al petto è l’aver contribuito a scongiurare la soppressione della specialità della Polizia postale, che stava per essere sacrificata nel nome di una generalizzata razionalizzazione della spesa pubblica; e, con una inversione di tendenza netta, si è arrivati all’istituzione di una Direzione centrale per la sicurezza cybernetica che nell’ambito del ministero dell’Interno è destinata ad acquisire una importanza strategica. Restano inoltre tutti i ritardi nel contrasto alla criminalità tradizionale, che ha eletto il Veneto, e Verona in particolare, come area di espansione privilegiata. Per non parlare dell’indotto di cui si avvale la criminalità organizzata, composto da una pletora di dipendenti pubblici, professionisti e imprenditori che non solo non dimostrano alcuna forma di resistenza alle pervasive pratiche illegali, ma pure sono i primi a cercare di intrecciare rapporti con questo mondo di mezzo che si propone con approcci suadenti. Non stupisca il fatto che ho lasciato per ultima la cosiddetta criminalità diffusa. L’ho fatto con piena consapevolezza giacché non riesco a capacitarmi di come questo vortice mediatico travolga anche quanti disporrebbero, in linea di principio, degli strumenti intellettuali e culturali per poter impostare la discussione su più corrette coordinate, tali da far maturare nell’opinione pubblica una diversa sensibilità rispetto a profili che sfuggono, per convenienza ma anche per incapacità di coglierli, alla cronaca giornalistica ed ai talk show».

Antonio Mazzei

Written By

Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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