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Il caso AstraZeneca visto da un inglese, un tedesco e un italiano

La scienza non gode dappertutto della stessa considerazione e seguendo la carta geografica da Nord a Sud si svelano sensibilità diverse

Comunque la si pensi, la perplessità di fronte alla rapidità della sequenza blocco-sblocco del vaccino AstraZeneca da parte della agenzia europea per la sicurezza del farmaco EMA (European Medicines Agency) è stata molta, non condivisa dalla equivalente agenzia del Regno Unito e degli Stati Uniti che hanno proseguito la campagna di vaccinazione in avanzato corso di completamento.

Le ragioni di questo diverso comportamento non sono scientifiche, nel senso che questa differenza non sussiste all’interno della comunità scientifica internazionale che parla il medesimo linguaggio. A parte le grossolane strumentalità partitiche, è più propriamente culturale, riconducibile alle connotazioni della cultura anglosassone maggiormente caratterizzata non solo dal suo storico pragmatismo, ma da una più diffusa confidenza con il metodo scientifico che si manifesta anche a livello di senso comune. Anzi, procedendo dal nord verso il sud Europa questa differenza diventa complessivamente maggiore.

Il nostro senso comune mostra una certa diffidenza verso i numeri visti sempre come qualcosa di manipolabile e quindi poco affidabile. Un po’ come il gioco delle 3 carte o la banale statistica di Trilussa (secondo la quale se qualcuno mangia due polli e qualcun altro nessuno, in media hanno mangiato un pollo a testa). Meglio allora la percezione del nostro “Io psichico”, sempre più confinato in uno spazio angusto dominato da una elementare concezione deterministica delle leggi della biologia, per cui basta che una sola osservazione sfugga, o sembri solo sfuggire dalla regola, per indebolire se non per negare la legge stessa. Alcuni esempi: “Mio nonno fumava un pacchetto di sigarette al giorno ed è campato cent’anni” (quindi non è detto che il fumo faccia male); “Un mio giovane amico aveva il Covid ed è morto” (quindi non è detto che siano gli anziani a maggior rischio di morire) e via dicendo…

I social, ma non solo, riportano gli esempi più sensazionali e contro-corrente seminando sconcerto, soprattutto nei meno acculturati. Chi ascoltare? “Meglio sentire tutte le campane”, si dice, senza però possedere cognizioni sufficienti per capire quale sia il suono giusto. Ma come si fa allora ad orientarsi per decidere cosa fare se non si è “scienziati” in tutte le discipline? E poi anche gli stessi “scienziati” dicono cose diverse. E allora meglio affidarsi al proprio “sesto senso”: “Mi de quell’AstraSenika lì me fido poco, meio quelo de Putin che, come dise Salvini, l’è meio”.

Allora diciamo intanto che la certezza nella scienza non esiste, al punto tale che se esistesse non sarebbe più scienza. La certezza appartiene solo alla metafisica e alla fede. È ormai un consolidato che, parafrasando il filosofo della scienza Karl Popper, “la verità scientifica è l’accordo temporaneo della maggior parte dei ricercatori”.

Ma niente da fare: “ci dica Conte o Draghi (a seconda di come la si pensi perché il coordinatore scientifico del CTS Locatelli non mi basta proprio) se vaccinandosi con questo e quel vaccino abbiano la ma-te-ma-ti-ca cer-tez-za che non ci può assolutamente accadere nulla, altrimenti quelli lì io non li voto più. Ci devono mettere la faccia, stare sul pezzo e lavorare pancia a terra”.

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E allora? Allora bisogna sapere che c’è fonte e fonte informativa e che il parere della maggior parte dei ricercatori, cioè il meglio cui io posso aspirare, è sistematicamente raccolto ed aggiornato dalle Istituzioni scientifiche internazionali . Non è quindi certamente il risultato dell’ultimo studio a sostituirsi automaticamente ai precedenti, come si trattasse di un abito andato giù di moda, ma la revisione, e quando possibile la messa in comune (metanalisi), di tutti gli studi pubblicati su riviste autorevoli, cioè rispondenti a determinati requisiti (peer review). O mi affido a queste istituzioni così operanti, oppure al mio sesto senso, alternative non ce ne sono.

Ma alla luce di quanto è accaduto a proposito di AstraZeneca, possiamo fidarci? Ci basta sapere che i morti per trombosi profonda vaccinati con AstraZeneca sono 1 ogni milione? E che i vantaggi di questo vaccino sono maggiori degli svantaggi? A questa seconda domanda si può legittimamente rispondere “ci mancherebbe altro”, per la prima il ragionamento è un po’ più complesso.

D’accordo, 1 ogni milione è proprio poco, ma quando sarebbe “il troppo”? 10 ogni milione, 100 ogni milione o che altro? I numeri assoluti ci informano solo dell’entità del fenomeno, cioè della platea dei soggetti interessati dall’effetto avverso, quindi dell’impatto negativo della vaccinazione, ma non del rischio “in più” di subirlo per i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Questo è il punto. Ma questo rischio in più come si calcola? Centrale a tutta la ricerca sperimentale ed epidemiologica è il concetto di “dato atteso”.

Al di là delle complessità epidemiologiche e statistiche, la domanda canonica da porsi è: “quanti sarebbero stati gli stessi eventi avversi se la popolazione vaccinata avesse sperimentato la stessa frequenza di evento avverso che si è manifestata nella popolazione non-vaccinata a parità di età e di sesso? Questo è il “dato atteso” che va confrontato con il “dato osservato” (1 evento ogni milione di vaccinati).

Se l’atteso è uguale o inferiore all’osservato non c’è un rischio attribuibile al vaccino, ovvio, perché gli eventi avversi che si manifestano nei vaccinati sono eventi morbosi che accadono allo stesso modo, con la stessa frequenza, nella popolazione generale non vaccinata.

Se viceversa, l’atteso fosse 0.5, cioè 1 caso non ogni milione di vaccinati, ma ogni due milioni di vaccinati, potremmo concludere che il vaccino comporta sì un rischio doppio nei vaccinati, ma per un evento molto raro. Allora si conclude: rischio doppio ma numero di casi attribuibili infinitesimale. E qui allora entra in gioco la valutazione costo/beneficio, cioè quante vite si salverebbero somministrando il vaccino oppure sospendendolo durante l’epidemia? E ogni giorno di sospensione quanti morti in più si aggiungerebbero?

Per un inglese (pragmatico) sarebbe sufficiente constatare che gli attesi sono uguali o addirittura inferiori agli osservati per dire “io mi vaccino”. Per un tedesco (razionale), meglio una rapida verifica e poi se negativa ripartiamo. Per un italiano (passionale) diventa una questione politica (immancabilmente con la “p” minuscola) per la quale, in quanto politica non c’è mai da fidarsi e stimola alle più fantasiose dietrologie (“prima LORO hanno inventato il vaccino e poi provocato l’epidemia che forse neppure esiste per fare gli affari, te lo dico io, così è andata”).

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E allora ciascuno sente “i propri consiglieri” che vanno dal vicino di casa, al compare del bar, all’amico del cuore o peggio al politico di riferimento. Se tanti italiani faranno così, da noi la pandemia non avrà fine. Sicuro.

Paolo Ricci

Written By

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è un medico epidemiologo già direttore dell’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia di Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona e già professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in materie di sanità pubblica. Suo interesse particolare lo studio dei rischi ambientali per la salute negli ambienti di vita e di lavoro, con specifico riferimento alle patologie oncologiche, croniche ed agli eventi avversi della riproduzione. E’ autore/coautore di numerose pubblicazioni scientifiche anche su autorevoli riviste internazionali. Attualmente continua a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per il Progetto pluriennale Sentieri che monitora lo stato di salute dei siti contaminati d’interesse nazionale (SIN) e, in qualità di consulente tecnico, con alcune Procure Generali della Repubblica in tema di amianto e tumori. corinna.paolo@gmail.com

2 Comments

2 Comments

  1. Cinzia Inguanta

    25/03/2021 at 11:47

    Grazie a Paolo Ricci per questo contributo che ci aiuta a fare chiarezza. Premetto che sono a favore dei vaccini e che intendo aderire a questa campagna vaccinale ma continuo ad avere forti dubbi riguardo al vaccino AstraZeneca. Ho una trombofilia congenita dovuta al fattore V di Leiden e preferirei essere vaccinata con un vaccino diverso in assenza di risposte alle domande rivolte alle autorità competenti.

  2. Marcello Toffalini

    22/03/2021 at 18:28

    Grazie prof. Ricci per la sua chiara esposizione. Certo, sui vaccini contro una Pandemia solo la “valutazione costo/beneficio” dovrebbe restare alla base dei nostri comportamenti. E’ davvero comodo, e stupido anche, fermarsi ai commenti da Bar-Sport o il ricorso alla “confusione” che regnerebbe tra gli esperti che si pronunciano, per giustificare una posizione generale d’inerzia sulla vaccinazione, se non d’opposizione.

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