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Valeria Nicolis, Claudia Adami, mons. Bruno Fasani, Ilaria Ferrari, Timoty Leonardi
Valeria Nicolis, Claudia Adami, mons. Bruno Fasani, Ilaria Ferrari, Timoty Leonardi

Interviste

Next generation, la Capitolare apre le porte della cultura

INTERVISTA – Un master plan che ha lo scopo di sviluppare attorno al patrimonio culturale una serie di azioni per condividere la conoscenza.

La Biblioteca Capitolare, dopo la chiusura per emergenza sanitaria, dall’8 febbraio 2021 ha riaperto le porte al pubblico con visite guidate su prenotazione nei giorni di lunedì, giovedì e venerdì per raccontare la sua storia millenaria. Il silenzio e l’austerità del luogo non intimoriscono, anzi, i codici esposti con eleganza, sembrano quasi strizzare l’occhio al visitatore che, stuzzicato dalla loro eterna bellezza, avverte l’istinto di osservare e conoscere meglio una realtà rimasta, forse per troppo tempo, conoscenza di nicchia. A condurci lungo questo percorso sono: Ilaria Ferrari e Valeria Nicolis, responsabili delle attività di valorizzazione, Claudia Adami, studiosa e storica collaboratrice, mons. Bruno Fasani, prefetto dal 2010 e Timoty Leonardi, project manager.

– Quali sono gli eventi che portano alla nascita di questa biblioteca?

Ilaria Ferrari. «Prima di parlare di biblioteca si deve parlare di scriptorium. Per capire le origini della nascita della Biblioteca Capitolare dobbiamo tornare alla fine del IV secolo d.C. quando, dopo l’ufficializzazione del cristianesimo, le grandi figure della cristianità, come Zeno di Verona, Ambrogio di Milano, Agostino D’Ippona, Eusebio di Vercelli colmano il gap culturale lasciato dall’imbarbarimento dell’Impero Romano. La chiesa inizia a monopolizzare tutte le forme di cultura in quanto rappresenta l’unica istituzione in cui si trovano persone in grado di leggere e scrivere latino. Come in molte altre città, anche a Verona, vicino alla cattedrale, nasce lo scriptorium, dove l’attività principale è quella di copiatura dei codici, una vera e propria officina libraria. Si dovrà arrivare all’epoca scaligera, perché lo scrittoio diventi una biblioteca, come la intendiamo noi oggi».

– Qual è la prima testimonianza dell’attività dello scrittoio veronese?

Valeria Nicolis. «La testimonianza più antica che attesta l’esistenza dello scrittoio veronese è conservata nel Codice XXXVIII, detto anche “Codice di Ursicino”. Un chierico di nome Ursicino, durante la copiatura della vita di san Martino redatta da Sulpicio Severo e della vita di san Paolo di Tebe, scritta da Girolamo di Stridone, al termine del suo lavoro aggiunge in calce alcuni dati decisamente inusuali per l’epoca: il proprio nome, il luogo (Verona) e la data secondo il Calendario Romano, ossia le calende di agosto dell’anno di consolato di Agapito. Era il 517 d.C. Grazie quindi all’amanuense poco convenzionale, sappiamo che nel 517 non solo lo scriptorium era in piena attività, ma che doveva anche esserci una struttura che presentava già una forma di organizzazione gerarchica, come testimonia il fatto che Ursicino si presenta come lector».

– Oltre ad essere la più antica, la Biblioteca Capitolare conserva anche esemplari unici al mondo, quali?
Ilaria Ferrari. «Sicuramente il Codex XV, che contiene le Institutiones di Gaio: la sola opera della giurisprudenza classica romana, redatta nel II secolo, arrivata a noi dall’antichità priva di manipolazioni di epoca bizantina, avvenute durante la riforma di Giustiniano: si tratta di un palinsesto, cioè un manoscritto in cui la scrittura del testo giuridico, avvenuta probabilmente nel V secolo, venne poi coperta da una seconda scrittura nel VII secolo da parte dei monaci di San Colombano. La scrittura contiene le epistole di San Girolamo e altri testi cristiani. La “scoperta” è tradizionalmente attribuita al filologo danese Barthlod Georg Niebuhr nel 1816, anche se in realtà sembra che già il Maffei, avesse rilevato ottant’anni prima l’importanza di questo codex rescriptus, e che le sue considerazioni, circolassero negli ambienti accademici di tutta Europa già prima della scoperta dello studioso danese. Sorvolando sulla paternità del “ritrovamento”, la cosa più interessante sulla vicenda è il fatto che la Biblioteca nel XIX secolo rappresentasse un fulcro di interesse culturale, non solo in Italia, ma in tutta Europa».

Il Codice LXXXVII, Sacramentario di san Wolfgango

Il Codice LXXXVII, Sacramentario di san Wolfgango

– I codici esposti raccontano anche la storia della città di Verona, in che modo?
Valeria Nicolis. «Il Codice LXXXVII, il Sacramentario di san Wolfgango, è testimone per esempio dei rapporti della città con le regioni tedesche sul finire del decimo secolo. La collocazione strategica di Verona, infatti, ha sempre rappresentato un luogo di accesso e raccordo con le regioni tedesche, tanto che l’imperatore Ottone nel 952, assegna la Marca Veronese al duca di Baviera, favorendo gli scambi tra lo scrittoio veronese e i centri di produzione libraria tedeschi. Il prezioso libro liturgico, probabilmente esemplato a Ratisbona e donato al vescovo di Verona Otberto (992 -1008), presenta carte con grafia carolina in oro e argento e fogli color porpora con scrittura e ornamenti in oro e colori».

– Dott.ssa Adami, facciamo un balzo in avanti, parliamo della Biblioteca Capitolare degli ultimi cinquant’anni, lei ne rappresenta la memoria storica, quando è arrivata qui e chi la frequentava?
Claudia Adami. «Sono arrivata negli anni Sessanta, quando mi stavo laureando in paleografia diplomatica presso l’Università di Padova. Erano gli ultimi anni di mons. Giuseppe Turrini, direttore dal 1922 al 1969. A quei tempi la Biblioteca era frequentata solo da studiosi».

– Cos’è cambiato in questi ultimi cinquant’anni?

Claudia Adami. «Moltissimo, c’è stata una riorganizzazione interna ed è stata eseguita una serie di restauri per migliorare e rendere più funzionale la struttura. Le priorità in quel momento erano sostanzialmente due: portare avanti l’attività di mons. Turrini con la catalogazione del patrimonio conservato e la sua valorizzazione. Sono stati anni di grande fermento, grazie a figure come mons. Perobelli, a cui si deve negli anni Settanta la creazione della prima sede museale posizionata all’ultimo piano dell’edificio, primo embrione di quello che diventerà, alla fine degli anni Ottanta, il Museo Canonicale sotto la direzione di mons. Alberto Piazzi, che ha ottenuto dalla Regione Veneto il riconoscimento “dell’interesse locale” e di conseguenza l’accesso ai finanziamenti pubblici per la ristrutturazione e l’allargamento della Biblioteca. Sempre sotto la sua direzione è nata la collaborazione con il Comune di Verona, per creare percorsi didattici dedicati ai ragazzi delle scuole».

– Monsignor Fasani, biblioteca storica e project manager, sembrerebbe quasi un ossimoro… invece?

Bruno Fasani. «Per secoli la Biblioteca ha goduto della cura del Capitolo dei Canonici di Verona ma le mutate esigenze di protezione e di valorizzazione dei beni hanno imposto un’evoluzione dell’organizzazione che ha portato all’inizio del 2020 alla nascita della Fondazione. Abbiamo pianificato due orizzonti da sviluppare: il primo inerente la consultazione e la ricerca, nell’ambito tipicamente accademico, per far fiorire nuove ricerche e pubblicazioni; il secondo obiettivo è aprire questo patrimonio al grande pubblico, perché possa diventare un luogo di sapere per tutti. Per questo avevamo la necessità di una nuova figura, come quella del project manager, che sappia coniugare l’altissimo valore della cultura con le poliedriche forme di sviluppo della nostra società».

– Sotto la sua direzione sono cambiate molte cose, merito di una visione più democratica della cultura?

Bruno Fasani. «Quando sono stato chiamato alla direzione della Biblioteca pensavo si fossero sbagliati… invece poi ho capito che c’era la necessità di un comunicatore, perché la cultura potesse tornare a parlare con il linguaggio della modernità. Noi viviamo in una società del “vedere”, che non per forza deve avere un’accezione negativa; anche la cultura si può vedere, si può coglierne il bello, non solo in senso prettamente estetico, ma come momento di risveglio e di stimolazione culturale ed emotiva. Da qui l’importanza di allestire spazi museali in cui esporre alcuni dei tesori qui custoditi, affinché il pubblico ne venga a conoscenza, arricchendosi del messaggio che in essi è contenuto e che sanno trasmettere».

– Dunque il linguaggio d’impresa e il linguaggio della cultura possono pacificamente convivere?

Timoty Leonardi. «Certo, l’importante è mantenere un equilibrio che garantisca sempre alto il valore del patrimonio culturale evitando il rischio di appiattimento e omologazione. L’obiettivo è quello di creare un centro di eccellenza da più punti di vista: ricerca, valorizzazione e innovazione digitale. Il covid ha insegnato molte cose e ha segnato una strada dalla quale non si può più tornare indietro. Quello da cui partire è il patrimonio, il core business dell’istituzione, per sviluppare attorno ad esso una serie di azioni mirate sul medio-lungo periodo funzionali allo sviluppo culturale che si è prefissata la Fondazione nel proprio master plan. Tra le diverse azioni vi è quella di voler diventare una tappa fissa del turismo veronese e ampliare le collaborazioni con le scuole e gli enti culturali del territorio e gli istituti di ricerca internazionali. Prosegue inoltre la sinergia con l’Università di Verona per la digitalizzazione del patrimonio librario manoscritto. Obiettivi ambiziosi ma raggiungibili».

Marta Morbioli

Marta Morbioli
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Marta Morbioli, veronese, laureata in Filologia Italiana presso la Facoltà di Lettere di Verona, specializzata in libri antichi con un Master in Storia e tecnica dell’editoria antica. Da sempre vive vite parallele tra la passione per la storia e le sue fonti e il lavoro come knowledge management. Il suo obiettivo è sfidare le leggi della matematica e far incontrare le due strade.

2 Comments

2 Comments

  1. Avatar

    ODC

    19/02/2021 at 18:46

    Che bella notizia .
    Apre il cuore .
    Fa pensare che cosa è stata Verona.
    Poi è arrivata l’Amministrazione Sboarina.

  2. Avatar

    MI

    19/02/2021 at 22:10

    E’ la biblioteca tra le più antiche e belle del mondo. Tutti i più grandi studiosi sono smaniosi di venire a scoprire i suoi tesori, molti veronesi invece non ne conoscono addirittura l’esistenza. Purtroppo viene alla luce solo per le cattive cronache (come quelle che hanno coinvolto l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e Marino Massimo De Caro). Molti manoscritti sono stati sottratti al bene supremo dell’umanità.

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