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Urbanistica, cosa lascia ai veronesi l’Amministrazione Sboarina

Se in alcuni casi era difficile modificare l’eredità lasciata dalle Giunte Tosi in altri si sarebbe potuto intervenire in modo diverso.

Manca poco più di un anno alle prossime elezioni amministrative e il sindaco di Verona Federico Sboarina, con alcuni assessori, ha iniziato un tour nei diversi quartieri della città per illustrare come diventerà la città che stanno pianificando.

Le mancate correzione alla pianificazione tosiana
Dopo aver tentato di correggere alcune scelte della precedente giunta Tosi, intervenendo sulle Varianti 22 e soprattutto 23, è con la 29, la prima totalmente elaborata dall’attuale Giunta, che emerge l’idea di città dell’attuale amministrazione. Va considerato che, se per riparare alcuni guasti della precedente gestione esistevano ed esistono grosse difficoltà, in altri e vari casi si sarebbe dovuto intervenire in modo diverso. Ecco alcuni esempi.

Un primo esempio è il progetto del filobus. La nuova Giunta Sboarina fece proprio il progetto del filobus, approvato dalla precedente Amministrazione, giustificando la scelta con i finanziamenti già stanziati e con le eventuali penali, nel caso che il contratto non fosse rispettato. Così, nonostante non fossero ancora terminati gli studi e le relative conclusioni del PUMS (Piano urbano della mobilità sostenibile), si sono iniziati i lavori di un sistema che, da più parti, era ritenuto poco adatto a risolvere i problemi della mobilità a Verona. Si sapeva che i filobus in programma, considerate le loro dimensioni e le infrastrutture tecniche di cui necessitano, avrebbero causato una serie di pesanti inconvenienti alle strutture urbane esistenti, come il taglio di centinaia di alberi e la cantierizzazione della città. Per questi motivi, sarebbe stato più saggio e conveniente studiare altre soluzioni e tentare di dirottare, su un progetto diverso, i finanziamenti già stanziati.

Un secondo esempio è la proroga concessa alla lottizzazione Borgo degli Ulivi, in località Monsel di Quinzano. Si tratta di una sessantina di abitazioni per un totale di 19.000 mc, dal 2011 bloccate al grezzo, di proprietà della Banca Popolare Alto Adige. La non concessione della proroga, avrebbe consentito alla nostra Amministrazione di trattare, da una posizione di forza, con la banca. I costi relativi agli interventi per realizzare, se possibile, un tipo di viabilità adeguata a sostenere l’impatto di un tale insediamento residenziale, si sarebbero potuti addebitare totalmente alla Banca, così come altre eventuali operazioni, finalizzate a mitigare il notevole impatto ambientale.

Un terzo, è quello relativo agli edifici ed alle aree degli ex Magazzini Generali, che sarebbero dovute diventare una cittadella della cultura. La proprietà comunale fu alienata, nel 2003, alla Fondazione Cariverona, che ha avviato un progetto di recupero e valorizzazione dell’intera superficie. Dal 1999, tutta l’area venne sottoposta a vincolo, come patrimonio di archeologia industriale. Ma, il vero obiettivo della proprietà, era quello di superare i diversi vincoli e di parcellizzare i vari edifici per attuare scelte d’uso differenziate, che privilegiassero le funzioni più redditizie, come quelle commerciali, terziarie e direzionali.

Per ottenere questa possibilità, era necessaria la sdemanializzazione dell’area pubblica, operazione favorita anche da proposte di riqualificazione della stessa, con ipotesi di un polo culturale e di un auditorium in una zona, la ZAI, che ne avrebbe avuto e ne ha, un oggettivo bisogno. Infatti, la Fondazione Cariverona, appena acquisita l’area, sostenne il recupero della zona come: “Sede museale della fondazione acquirente, nonché altre attività istituzionali nei settori dell’arte, della conservazione e valorizzazione dei beni e attività culturali”. Ma, una volta ottenuta dalla Stato la sdemanializzazione, anche grazie alle ipotesi di utilizzo culturale degli edifici, ridimensionò le aspettative limitandosi a: “Uno spazio polifunzionale da adibire ad auditorium per lo svolgimento di spettacoli e manifestazioni” ed un archivio da adibire a “polo archivistico regionale”. Tutto il resto uffici e commercio. Il restauro della Stazione frigorifera, fu affidato all’architetto Mario Botta, per ricavare, all’interno della Rotonda, un auditorium. Poi, fu invece deciso di realizzare un grande supermercato della catena Eataly di Oscar Farinetti. Ebbene, la Giunta Sboarina, avrebbe dovuto fermare il progetto dell’ennesimo centro commerciale, per riprendere l’originale destinazione culturale.

Un quarto esempio è quello relativo alla mancata richiesta alla Regione Veneto di modificare le destinazioni d’uso e le volumetrie del PAQE (Piano di area quadrante Europa). Infatti, anche nella Variante 29, ritroviamo parecchie proposte, già presentate, tra cui la rischiosa e assurda lottizzazione al Nassar di Parona, in una delle ultime aree agricole a ridosso dell’Adige, in una zona di esondazione. La richiesta prevede la costruzione di edifici alti 18 metri, per contenere 54.000 mq di residenziale, 9.000 di direzionale e 9.000 di commerciale. Questa riproposta risulta molto grave, perché andrebbe ad intaccare un prezioso contesto ambientale, costruendo altre inutile e dannose volumetrie edilizie in un’area fragile e paesaggisticamente importante. Inoltre, non capisco come si possa conciliare il consumo di altro suolo, con i principi introdotti dalla Legge Regionale 14/2017, che ne prevede il contenimento.

Ed ecco un elenco delle richieste che sarebbe auspicabile non fossero accettate nella Variante 29: 1. Una mega struttura, con 12 mila mq di residenziale, 5.500 mq di uffici e 2 mila mq di commerciale, a Montorio, nell’area dell’ex Sapel. 2. La realizzazione di 10.000 mq di produttivo, di 5.000 mq di commerciale e di 5.000 mq di direzionale ai confini con il comune di San Martino, nell’area della Campagnetta, nota per le vicende giudiziarie degli anni ’90. 3. I Magazzini della Cultura nell’area del Forte Santa Caterina al Pestrino, su un’area di 126.000 mq.

L’idea di costruire una struttura, dove poter esporre, a rotazione, il patrimonio artistico, chiuso nei depositi dei musei cittadini e le imponenti scenografie di Fondazione Arena, ora conservate in altri magazzini, è molto buona ma lo è molto meno la zona scelta per realizzarla. Il progetto, prevede una serie di edifici a forma di L, proprio di fronte al forte, di cui uno alto 9 metri, su una superficie di 16.000 mq, recuperati dalle demolizione delle palazzine militari dismesse e fatiscenti. La struttura avrà un grosso impatto su un’area naturalisticamente e storicamente molto importante. I Magazzini della Cultura, possono trovare gli spazi adeguati in zone urbanisticamente e paesaggisticamente più idonee, come, per esempio, all’Arsenale. Costituirebbero la naturale prosecuzione del Museo di Castelvecchio e l’inizio o la fine, di un percorso museale che, partendo dal Museo degli affreschi presso la tomba di Giulietta, toccherebbe la Gran Guardia, poi il Museo Maffeiano, quindi quello di Castelvecchio, per concludersi all’Arsenale.

Il Piano Folin
Ritorno sull’argomento perché, ancora una volta viene delegato ad altri, in questo caso alla Fondazione Cariverona, un ente privato che non può sostituirsi a quelli che sono i diritti e i doveri della Pubblica Amministrazione democraticamente eletta, le scelte d’uso del territorio. Cedere ad altri la programmazione per l’utilizzo di parti importanti della nostra città è sbagliato e pericoloso.

Il Piano Folin propone: nelle ex sedi di Banca Unicredit, in via Garibaldi 1 e 2, e di Palazzo Franco-Cattarinetti, in via Rosa, la realizzazione di un nucleo polifunzionale con un hotel di lusso, un grande centro congressi e uno spazio eno-gastronomico; al palazzo del Capitanio, in piazza Dante e a Castel San Pietro la creazione di un museo laboratorio della città; a Palazzo Forti una serie di attività culturali e di alta formazione; infine, nell’edificio del Monte di Pietà, spazi per attività di ricerca e innovazione. Proporre musei, spazi espositivi e laboratori culturali e di ricerca, in modo vago e non inseriti organicamente in un piano urbanistico globale potrebbe essere un vecchio metodo per non definire specificatamente nulla e quindi, non vincolarsi ad operazioni solo culturali ed in probabile perdita. Infatti, le sole ipotesi che stanno ottenendo i finanziamenti, sono quelle a reddito in via Garibaldi.

Un piano che propone di modificare in maniera radicale l’assetto del centro storico non può prescindere da una valutazione urbanistica complessiva. Questo masterplan, dovrebbe rappresentare una tessera di un mosaico organico dell’intero territorio. Permettere di pianificare solo i grandi complessi edilizi di proprietà della Fondazione Cariverona e tralasciare tutti gli altri elementi urbani, tra cui quelli architettonici di proprietà pubblica, come per esempio le caserme, i forti, le mura ed i palazzi storici, rischia di compromettere il ruolo stesso delle aree centrali della città. Se, come si evince dalla relazione dell’architetto Folin, in 80 anni il centro storico ha perso circa 142.000 abitanti, sarebbe il caso di trovare delle soluzioni idonee per riportare in quella zona nuove coppie giovani.

Quali analisi urbanistiche giustificano i mq di alberghiero e di direzionale?
Sarebbe interessante capire su quale analisi urbanistiche si è convenuto che l’attuale assetto territoriale e viabilistico dell’area compresa tra la ZAI e viale Piave è in condizione di sopportare le migliaia di mq di alberghiero e di direzionale previste:

a) nell’ex Safem, dove sono stati deliberati 6.000 mq di amministrativo-terziario e 8.500 mq di alberghiero; all’ex Macello, con 7.300 mq di alberghiero; e all’ex Manifattura Tabacchi, con altri 17.000 mq di alberghiero. Oltre a quelle succitate sono state presentate, e probabilmente verranno accettate, le richieste di trasformare in hotel: l’ex sede della Banca Cattolica in Corte Farina; Palazzo Bottagisio in via Leoni; forse, anche parte della sede dell’ex Centrale del Latte; e, come già scritto, gli immobili di proprietà di Cariverona, in zona Cadrega (Piano Folin). La domanda che è ovvio porsi: di quanti hotel ha bisogno la nostra città?

La Variante 29
Sul metodo e sui contenuti della Variante 29 rilevo non poche sintonie con quelli della precedente Giunta. La critica alla pianificazione delle amministrazioni tosiane era relativa, soprattutto, all’eccesiva libertà concessa agli investitori privati di definire le destinazioni d’uso delle aree e/o degli immobili dismessi di loro proprietà.

Con la nuova Amministrazione Sboarina all’inizio ci si era illusi che il meccanismo di gestione del territorio fosse cambiato e che la nuova Giunta intendesse pianificare in modo trasparente, partecipato e, soprattutto, seguendo una chiara idea di città. Invece, non si è ancora capito che tipo di città intendano progettare con la nuova Variante. Nelle 145 manifestazioni pervenute, si leggono richieste di commerciale, di alberghiero, direzionale e residenziale, senza alcuna analisi e conseguente spiegazione sui bisogni della città nelle varie zone e complessivamente. Con oltre 10.000 appartamenti sfitti, c’è bisogno di altri mq di residenziale? Con tutti gli spazi destinati al direzionale, attualmente sfitti, è necessario costruirne altri? Perché ancora spazi per il commerciale? Come già detto, da quali analisi si evince il bisogno di così tanti nuovi alberghi?

Non si è neppure capito se nel bando erano stati posti dei limiti dimensionali ed alle destinazioni d’uso, che gli operatori privati avrebbero dovuto seguire per poter intervenire nelle loro aree. Dalla lettura della Variante 29 si desume che le 145 manifestazioni di interesse presentate contengono le seguenti richieste di SUL (Superficie utile lorda): circa 95.000 mq di residenziale; circa 75.000 mq di commerciale; circa 62.000 mq di direzionale; circa 42.000 mq di turistico ricettivo; circa 25.000 mq di produttivo. Per un totale di circa 300.000 mq.

Lo sblocca Italia
Inoltre, sarebbe il caso di evitare l’applicazione di uno strumento come lo Sblocca Italia per le ex officine Safem in viale Piave, per l’Adige Sport Village a San Pancrazio, per l’ex Albi in Borgo Venezia e per il Piano Folin nel centro storico. La pianificazione urbanistica non può essere continuamente soggetta alle trasformazioni che favoriscono gli interessi degli investitori privati a scapito dell’equilibrio territoriale.

Il Parco Urbano nello Scalo Ferroviario
Da decenni i veronesi attendono che i circa 450.000 mq dell’area dello Scalo Merci della Ferrovia, siano liberati, bonificati e trasformati in un grande parco urbano alberato che contribuisca a mitigare la bolla termica della città. Una grande area verde in quella zona servirebbe, anche, come ricucitura urbanistica tra i quartieri a sud e quelli ad ovest di Verona. Inoltre, sarebbe il fulcro di un sistema del verde cittadino. Va rilevato che il nostro territorio ha 2 milioni di mq di verde in meno rispetto alle norme urbanistiche, dei quali 800.000 mq solo a Verona sud. Il verde nello Scalo Merci ferroviario, ne ridurrebbe parzialmente la carenza.

Ma, dai dati di presentazione, si ricava che verranno destinati per il commerciale, l’alberghiero, il direzionale, i parcheggi, il residenziale e per servizi vari e aree sportive, un rotale di circa 100.000 mq, oltre a quelli destinati per la nuova stazione. Nel rendering, si notano tante strutture sportive e non, ma poche zone alberate, che servirebbero per la qualità dell’aria e per il clima.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Giorgio Massignan
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Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

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