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Felice Sena
Felice Sena

Cultura

I giusti della questura che “non videro” gli ebrei ricercati

Olinto Domenichini scrive la storia dei poliziotti veronesi che nel 1943-’45 boicottarono la macchina dello sterminio. 

L’inferno degli italiani. Ricordate la vecchia barzelletta? Il girone degli italiani – spiega Caronte al visitatore – è sempre un disastro: una volta mancano i forconi, un’altra il fuoco si è spento, non si trovano mai le fruste…. Ecco, era un po’ così anche alla Questura di Verona durante la Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione militare nazista. Infernali davvero, quegli anni 1943-1945. Ma quando i questurini dovevano preparare le carte per gli ebrei destinati al Lager, una volta “le ricerche hanno dato esito negativo”, un’altra il ricercato “non è di razza ebraica”, oppure “sconoscensi” e quelle rare volte che lo trovano “è ragazzo!” oppure “è anziano”, quindi non arrestabile…

Questurini fascisti, ma capaci di trasformare l’ordinaria ottusità burocratica in virtù. “I giusti della questura veronese”, come li chiama Olinto Domenichini nel suo libro che esce nella Giornata della memoria, e che ha per titolo proprio la formula con cui si chiudevano i rapporti di polizia compiacenti: Le ricerche hanno dato esito negativo (Cierre edizioni-Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, 144 pagine, 14 euro).

Nella prefazione, Stefano Biguzzi ricorda dal Moby Dick la misteriosa forza che spinse Ismaele a prendere il mare sul “Pequod”, «the invisible police officer of the Fates», l’invisibile questurino dei Fati, nella traduzione di Cesare Pavese; ecco, scrive Biguzzi, presidente dell’Istituto veronese in cui milita l’autore Domenichini, ecco “un’immagine perfetta per sintetizzare la vicenda di quei questurini invisibili che a Verona, nelle tenebre della guerra civile e dell’occupazione tedesca, vollero e seppero alimentare una fiamma di umanità segnando con un gesto salvifico il destino di tante vittime innocenti”.

Gesti di salvezza. Infatti gli ebrei di Verona e provincia deportati e uccisi nei campi di sterminio furono 34: tanti, ma appena un decimo di quanti schedati dalla questura nel 1942. E nessuno dei 34 uccisi – nessuno! – fu segnalato da quella questura che avrebbe dovuto tenerli d’occhio e consegnarli agli aguzzini. Provvidero invece o i tedeschi direttamente (a Verona, nel palazzo Ina di corso Porta Nuova, le SS avevano il comando speciale per lo sterminio degli ebrei) o le tante polizie dei loro fiancheggiatori fascisti. C’erano Brigate nere, Guardia nazionale repubblicana, SS italiane… E i volonterosi del male. Purtroppo, non c’erano solo veronesi coraggiosi come il ferroviere Alberico Melotti, che nascondeva l’ebrea Rosanna Forti nel suo appartamento di via Duomo. Se la questura non vedeva, erano occhiuti i delatori: 5.000 lire di taglia per ogni ebreo fatto catturare aprivano gli occhi di tante spie.

Già prima di questo libro si sapeva che in questura, nel 1943-45, qualche funzionario aiutava i partigiani: i commissari Guido Masiero e Antonio Gagliani e il commissario Giuseppe Costantino. Lo aveva scritto il partigiano Vittore Bocchetta, che a 102 anni è l’ultimo testimone vivente; il fatto era stato poi confermato nell’immediato dopoguerra, nelle aule di tribunale (processo per il ferimento dell’evaso Roveda al carcere degli Scalzi) e dal prefetto della Liberazione, Giovanni Uberti (“ora a capo della polizia c’è Masiero, un galantuomo e un antifascista”). Ma guai ad accontentarsi del già detto. Funzionari della polizia fascista che aiutano la Resistenza…“Appariva un fatto di rilevanza tale da giustificare il persistere di qualche stupore e perplessità”, ammette Domenichini, da storico onesto.”Insomma, era davvero successo?”.

Ad aiutare una risposta finalmente documentata, “in tempi recenti è però divenuto consultabile, presso l’Archivio di Stato di Verona, il fondo Questura, Ebrei”, rivela Domenichini, “che raccoglie i fascicoli personali dei cittadini ebrei residenti nella provincia di Verona negli anni 1939- 1945 “. Ed ecco emergere dagli incartamenti le prove degli insabbiamenti virtuosi, della burocrazia che inceppa la macchina dello sterminio. Oltre ai funzionari di polizia già citati, brilla la figura del vicebrigadiere Felice Sena: “Su 95 ebrei da arrestare e su 39 da ricercare ai fini della vigilanza”, riassume Domenichini, “Sena non ne rintracciò neppure uno”. Imbranatissimo? “È più probabile che Sena conoscesse bene il proprio mestiere e che i suoi centocinquanta rapporti di ricerca negativi, buona parte dei quali riportavano già prestampata la scritta «esito negativo», fossero il risultato di una cosciente disobbedienza morale contro una criminale e insensata persecuzione”.

Sena e gli altri giusti della questura non lasciarono memoriali. “Sono grato”, conclude Domenichini, “alle figlie del vicebrigadiere Felice Sena, Paola e Graziella, e ai suoi nipoti, Matteo e Martino Ravazzin, per avermi fornito con immediata disponibilità le informazioni che hanno permesso di meglio delineare la figura del sottufficiale. Felice Sena non parlò mai in famiglia del suo generoso operare e questa discrezione induce a pensare che non si considerasse un angelo o un eroe ma solo un uomo di buon senso. In realtà, il vicebrigadiere e i suoi compagni furono molto di più: furono davvero «anime belle»”.

Giuseppe Anti

Giuseppe Anti
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Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti "Volti veronesi" e le pagine culturali del giornale L'Arena. giuseppe.anti@libero.it

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