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Palazzo Barbieri
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Editoriale

Identità è la parola magica che nel 2022 farà vincere le elezioni

Chi siamo, qual è la nostra storia e soprattutto dove vogliamo andare. I veronesi hanno bisogno di una guida con un sogno da condividere.

Il 2022 sarà per Verona l’anno delle amministrative. Va dato atto alla Giunta Sboarina di aver cercato in questi anni di affrontare alcuni nodi cruciali per la città in un periodo difficile, ma ciò non è stato fatto in modo soddisfacente. È mancata una visione di insieme in grado di orientare verso un unico traguardo i vari ambiti che interessano la comunità: culturale, sociale, economico, urbanistico, ecologico. Questo pone in primo piano il tema dell’identità cittadina, che non è solo il retaggio del passato ma anche l’espressione di cosa siamo e di cosa vogliamo diventare. La mancanza di una rielaborazione critica della nostra identità è probabilmente la motivazione della recente bocciatura di Verona Capitale italiana della cultura.

Dove le identità sono deboli si inseriscono mafie e frange estremiste, entrambe particolarmente attive negli ultimi tempi anche a Verona. Una vergogna è stata la manifestazione in piazza Erbe e Piazza dei Signori (ottobre 2020), dove si è lasciato a un gruppo di facinorosi rappresentare lo scontento delle categorie economiche colpite dai vari DPCM seguiti alla pandemia. Più indietro nel tempo (marzo 2019), il Congresso mondiale delle famiglie ha portato in città integralismo e intolleranza. Altri episodi sono stati il saluto romano in Consiglio comunale (luglio 2018), la via intitolata a Giorgio Almirante (gennaio 2020), il vessillo della Repubblica sociale italiana issata nel quartiere Stadio (aprile 2020), la revoca della cittadinanza onoraria a Roberto Saviano (dicembre 2020).

C’è una relazione anche tra identità e gestione degli spazi che si evidenzia nei limiti di alcune scelte fatte da questa e dalle passate amministrazioni. Che senso ha recuperare edifici e luoghi abbandonati se ciò non è funzionale a un’idea di città? A cosa serve fare un parco se non c’è un Piano del Verde? Per quale motivo creare piste ciclabili se manca una visione di insieme sulla mobilità cittadina? I megastore, i grandi alberghi, la continua apertura di ristoranti a che logica rispondono? Quanto ci costa in termini culturali, identitari e sociali la vendita dei palazzi storici del Comune (Palazzo del Capitanio, Castel San Pietro, Palazzo Forti, Palazzo Pompei, Palazzo Gobetti, il convento di San Domenico, il palazzetto del Bar Borsa)? Sono queste le domande che ci poniamo a un anno dalle elezioni.

Sul piano economico l’ultimo grande tentativo di rafforzare l’identità cittadina, saldando tra loro passato, presente e futuro, è rappresentato dal Parco scientifico e tecnologico di Verona in ZAI, progetto definitivamente abortito nel 2010. Come era successo nel dopoguerra, quando tutte le energie furono messe in campo per trasformare un’economia prevalentemente agricola in agricola-industriale, questa volta la scommessa era sul passaggio da un’economia di trasformazione ad una di terziario avanzato. Anche in questo caso la visione forniva il collante necessario a tenere insieme vari soggetti istituzionali, che per il progetto Parco scientifico erano Comune di Verona, Provincia, Camera di Commercio, Veneto Innovazione, Consorzio ZAI e Università di Verona. Realizzare il Parco significava trattenere sul territorio alcune grosse aziende (come Glaxo), rafforzare la Fiera, proiettarci in una dimensione europea e offrire opportunità di lavoro ai laureati del nostro ateneo.

L’altra grande assente nella politica cittadina è l’idea di una Verona policentrica, concetto che è stato applicato per lo Stadio, posto in un quartiere, ma non per teatri, auditorium, biblioteche e in generale per i luoghi di cultura. Ogni zona di Verona dovrebbe esprimere un’eccellenza cittadina, un luogo significativo e qualificante non solo per il quartiere ma per l’intera città. Poteva esserlo per Verona Sud l’area dei Magazzini generali destinata a diventare cittadella della cultura, poi furbescamente trasformata in zona commerciale e direzionale. Luoghi collegati con il centro e tra loro da mezzi di trasporto pubblico di piccole dimensioni, elettrici e frequenti, piste ciclabili efficienti e sicure. 

Nelle redazioni dei giornali iniziano ad arrivare le prime deludenti dichiarazioni programmatiche in vista delle elezioni, povere di contenuti e prive di entusiasmo. Per il bene della città non parliamoci addosso e soprattutto troviamo un candidato sindaco che sappia coltivare un sogno per ricollocare Verona dove merita e restituirci il piacere di essere protagonisti del nostro futuro.

Giorgio Montolli

Redazione2
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6 Comments

6 Comments

  1. Avatar

    ODC

    27/01/2021 at 11:23

    Cronache da un futuro prossimo venturo.
    Qui nell’isola che non c’è , a Peter Pan è cresciuta la pancia . Talvolta tenta di volare , ma non ha più pensieri felici e mesto dorme da anni alle radici del pino.
    Capitan Uncino continua a depredare ogni cosa , senza un perchè .
    Spugna , annoiato , pare insidi Trilli campanellino.

  2. Dino POLI

    Dino POLI

    28/01/2021 at 16:56

    Caro Giorgio, è la maledizione di Verona questa della mancanza di identità. Come diceva Scipione Maffei a metà ‘700, i nobili (i ricchi di allora, gli unici con una identità definita) non avevano voglia di impegnarsi, pensavano all’Accademia della Gazzarra, i cui scopi erano chiari. Verona è una città troppo ricca, e troppi veronesi non pensano alla Cultura né all’Arte né alla Politica, con le iniziali maiuscole, come nobili impegni. Ci fosse almeno un’aspirazione, un sogno. Se si guarda alla storia di Verona, quali nomi importanti ci sono ? Qualche prete impegnato nel sociale, ma poi ?

  3. Avatar

    Francesco Premi

    29/01/2021 at 14:53

    Dal mio piccolo, sempre più inutile e ormai solo virtuale scranno di consigliere di circoscrizione, per giunta di minoranza in un Comune (Verona) governato da forze opposte alla mia (per obiettivi, sensibilità, priorità, visione del mondo), non ho mai voluto cedere alla “morte della politica” e di uno dei suoi fondamenti, il “programma”. Perché il programma è non solo la “promessa” che fai alla tua città – e quindi agli elettori – ma è anche tavolo di confronto, per costruire coalizioni stabili ed efficaci; e metro di misura della tua azione nel corso del mandato; e tanto altro….
    Ma essendo una persona abbastanza pragmatica, mi rendo anche conto che è sempre più esigua quella parte di elettorato che si orienta grazie ai programmi, e a Verona tanto meno.
    Soprattutto quando questi programmi rischiano di essere scritti all’ultimo, in termini così generici che potrebbero valere per qualsiasi città. Non tutti sono così, ma quali, quanti cittadini hanno la voglia e il tempo di analizzarli e confrontarli?
    Questo pensiero l’ho condiviso internamente alla nostra formazione civica, e anche con forze con cui abbiamo lavorato insieme in questi quasi quattro anni di mandato.
    Provo a semplificare al massimo il mio ragionamento, con qualche licenza che viene essenzialmente dalla mia esperienza professionale.
    Paragoniamo ipoteticamente una coalizione (nel nostro caso progressista, usando un termine vetusto) ad un’azienda, e il programma al suo prodotto. Per venderlo ai clienti (gli elettori) devi avere un buon prodotto, frutto del tuo know-how, e un bravo venditore (il candidato): il quale magari può avere un know-how diverso o più limitato di quello aziendale, ma una reputazione sul mercato, non di venditore di fumo ma di commerciale che accompagna il cliente in una relazione stabile, che deve essere proficua per entrambi. In una realtà come Verona e per una coalizione progressista, temo che sia il venditore a fare la grande differenza, perché i programmi in campagna elettorale ormai sono trattati alla stregua di commodities. E parlo di differenza per rischiare di vincere, non certo per sperare di arrivare al ballottaggio; perché certamente siamo realisti e pragmatici, ma una partita del genere la si inizia per vincerla, non per perdere bene.
    Ecco perché pur condividendo appieno il fatto che prima vengono le idee poi i candidati, personalmente credo che nel nostro caso sarà utilissimo che i due ragionamenti crescano insieme, e non troppo in ritardo. Ovviamente, alle spalle deve esserci un’azienda. Ovvero una coalizione.

  4. Marcello Toffalini

    Marcello Toffalini

    29/01/2021 at 20:40

    Giusto. Bravo Francesco. Prima le idee ma di questi tempi, a Verona occorre il coraggio di affidarle a uomini giusti, come l’altra volta poteva essere Trevisi, anche se non era uomo del PD. Voglio sperare che stavolta i “saoni” del partito siano più furbi e meno burocratici: Trevisi si ritirò per la scelta pidina di fare le “primarie”. In una città come Verona è stato un lusso che abbiamo pagato caro, essendo stati esclusi (per poco) dal ballottaggio. Va bene l’identità, che da troppi anni non vedo, ma anche l’umiltà di saper ascoltare i fermenti buoni della base popolare!

  5. Avatar

    ODC

    30/01/2021 at 12:10

    Carissimo Francesco , come ultimamente accade, ammessa la tara della buona volontà ,commetti un errore fatale .
    Stai vendendo il prodotto.
    Nessuno si confronta più con la società civile come si era usi fare un tempo quando esistevano le cinghie di trasmissione dei Sindacati , Associazioni Cattoliche e via dicendo.
    Vuoi una prova che stai, in buona fede, sbagliando?
    Come chiedeva Di Caprio in Wolf of Wall Street:
    VENDIMI UNA PENNA!

    • Avatar

      Francesco Premi

      30/01/2021 at 17:47

      Grazie ODC per aver citato un film che mi è sempre piaciuto. Premetto che non mi è chiaro se la cosa che accade ultimamente è l’ammissione della tara della buona volontà, o la mia commissione di errori fatali.
      Ironia a parte, due considerazioni.
      Al momento, mi sto solo (apertamente) chiedendo quale sia il “marketing mix” giusto. A meno che tu non intenda dire che la mia proposta stessa sia un prodotto che sto cercando di vendere, ma non sarebbe questo il caso.
      La seconda è che quando parlo di un bravo venditore (ma anche di una buona azienda) intendo che abbiano la competenza per trovare le migliori soluzioni per i clienti (i cittadini), ed è sottinteso (è vero, non l’ho esplicitato) che per farlo debbano capire i loro bisogni, e metterli quindi nel programma (il prodotto). Sui c.d. “corpi intermedi”, ne ho conosciuti pochi e forse nella loro fase discendente, e l’impressione che ne ho avuto è che essi stessi non trasmettano più tanto le istanze della società civile, ma le loro. Però è una visione troppo ridotta e parziale per generalizzare.
      Per concludere con il cinema, sei davvero sicuro che sia una penna quello che ti serve?
      😉

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