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Matteo Renzi
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Editoriale

Il mistero del voto in seconda battuta di Italia Viva al Senato

Perché è consentito il privilegio di conoscere gli equilibri in gioco prima di esprimersi? Cosa aveva in mente Matteo Renzi?

Con 161 voti su un totale di 320 senatori il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta anche al Senato, dopo averla incassata alla Camera. Il pallottoliere di Palazzo Madama ha invece segnato 156 voti favorevoli al governo, 140 contrari e 16 astenuti, espressi in modo palese. Una maggioranza relativa sufficiente per passare lo scoglio dei numeri ma politicamente debole, perché di fatto impedisce al Governo in carica di operare con stabilità.

La pattuglia dei renziani è costituita di 18 senatori: 16 si sono astenuti, Riccardo Nencini ha votato , mentre Donatella Conzatti era assente. L’astensione è stata concordata per non spaccare il gruppo tra favorevoli e contrari al Governo, secondo la regia di Matteo Renzi. Una decisione presa con qualche mal di pancia all’interno di Italia Viva (se lasciati liberi tra i senatori qualcuno avrebbe votato , qualcun altro No).

Ha colpito però che i 16 astenuti non fossero presenti in aula durante la prima votazione, ma che si siano presentati per la seconda “chiama” esprimendosi per l’astensione quando nell’aula di Palazzo Madama era già noto il numero dei favorevoli e dei contrari.

La domanda a questo punto è la seguente: cosa sarebbe successo se alla prima “chiama” il numero dei contrari all’attuale esecutivo anziché 140 fosse risultato 148, pari a quello dei favorevoli? Cosa avrebbe fatto Renzi sapendo che sarebbe bastato aggiungere 1 solo voto per mettere in crisi il Governo, o 13 per avere la maggioranza assoluta dei contrari? Al di là dei conteggi che sono strumentali al ragionamento, c’è  da chiedersi quale fosse l’asso nella manica del senatore fiorentino (difficile pensare che fossero tutti alla toilette).

Le proiezioni statistiche l’indomani della crisi aperta da Italia Viva danno questo partito poco al di sopra del 2%, sotto la soglia del 3% nella quota proporzionale che la legge elettorale del 2017 (Rosatellum) stabilisce per entrare in Parlamento. Se si andasse a votare sarebbe anche applicata la nuova Legge costituzionale che prevede la riduzione dei parlamentari da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Quindi il ricorso alle urne pare non convenga proprio a nessuno.

E allora perché rispondere solo alla seconda “chiama”? Trattandosi di Renzi non è possibile dare una risposta esauriente a questa domanda, anche perché con l’ex capo del Governo è difficile capire dove sia il limite tra il calcolo politico e l’istinto del rottamatore. Vero è che c’è qualcosa che non convince nei regolamenti: perché è data questa opportunità di avvalersi del privilegio di conoscere gli equilibri in gioco prima di esprimere il voto? 

Giorgio Montolli

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1 Comment

1 Comment

  1. ODC

    25/01/2021 at 11:56

    Credo che nel caso di Renzi , non valgano le categorie della politica ma della psicanalisi.

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