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Opinioni

Gli allevamenti intensivi creano problemi, mangiamo meno carne

In Veneto si trovano i maggiori gruppi industriali che allevano e macellano animali in condizioni non più accettabili, con qualche rischio.

In questa emergenza sanitaria le preoccupazioni maggiori di chi ci amministra sembrano rivolte al contenimento dei contagi mediante il distanziamento sociale, a mantenere in vita le attività produttive e alla corsa per riuscire a vaccinare il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile. In sostanza si punta ad eliminare gli effetti dell’infezione, senza una strategia per rimuovere le cause di una simile sciagura.

Sappiamo oramai da tempo che la maggior parte delle pandemie sono di tipo zoonotico, cioè legate in qualche modo al contatto con animali, come la Spagnola del 1918 con 50 milioni di morti, l’Asiatica del 1957 e l’Influenza di Hong Kong del 1968, solo per citare le ultime tre grandi del secolo scorso.

Già nel 2012 David Quammen nel suo celebre libro Spillover dimostrava, dopo anni di ricerca in tutto il mondo, che la maggior parte delle malattie infettive negli esseri umani sono legate al contatto con gli animali e che l’avvento di una grande pandemia sarebbe stato inevitabile.

Nelle aree tropicali si tagliano le ultime foreste a ritmi impressionanti, uccidendo e mangiando gli animali che le abitano, spesso insediando al loro posto allevamenti intensivi in condizioni disastrose sia dal lato sanitario che da quello etico, mentre nei paesi occidentali, compresa l’Italia, gli allevamenti intensivi fanno parte del nostro abituale modello di sviluppo e pur non diboscando più le foreste, importiamo milioni di tonnellate di mangimi e carni congelate provenienti da aree come Brasile e Indonesia contribuendo così indirettamente allo sfruttamento insostenibile dei territori di queste nazioni. Per rendersi conto della densità degli allevamenti nella Pianura padana basta guardare la carta pubblicata da ARPA Lombardia sulle emissioni di ammoniaca.

Proprio nel Veneto sono insediati tra i maggiori gruppi industriali che allevano e macellano animali da allevamenti intensivi. E non a caso è in queste strutture che si sono rilevati focolai di infezione di Covid-19, come lo scorso agosto nello stabilimento Aia di Vazzola, in provincia di Treviso dove si sono avuti ben 182 casi di positività al Coronavirus tra i circa 700 lavoratori. Mentre, ci ricorda Gabriele Bindi nel suo libro Il cibo ribelle, negli Stati Uniti sono stati oltre 180 gli impianti di macellazione della carne colpiti dal Coronavirus e casi simili si sono registrati in Irlanda, Spagna, Germania, Regno Unito, Canada, Brasile e Australia.

Ma gli allevamenti intensivi causano anche altri problemi. Ad esempio sono la seconda causa, dopo il riscaldamento degli edifici, di immissione in atmosfera del particolato, (le famigerate PM10 e PM2,5), con il 15,1% del totale. Per non parlare del problema dello smaltimento delle deiezioni piene di sostanze inquinanti e antibiotici che compromettono la qualità delle falde acquifere. Secondo la LAV i broiler, polli da carne selezionati geneticamente per anni perché sviluppassero esageratamente il petto, sono allevati in 10-15 per metro quadro, in grossi capannoni che contengono dai 20.000 ai 30.000 polli per ciclo produttivo. Gli spazi di detenzione dei suini variano sulla base del peso degli animali. Un maiale di 100 kg si può muovere in uno spazio di 0,65 mq, una scrofa in 1,64 mq, una fattrice in 2,25 mq.

Tutto questo è finalizzato ad ottenere carni a prezzi sempre più bassi, tralasciando che in queste condizioni diventa un circolo vizioso: pagare poco la carne vuol dire incentivarne il consumo e quindi aumentare i problemi ambientali e le sofferenze degli animali. Come dice Gabriele Bindi “crediamo di fare un affare comprando il pollo a 3 euro al kg, ma non consideriamo il prezzo che ci toccherà pagare in termini di inquinamento, riscaldamento globale e danni per la salute”.

Allevare animali in un modo diverso è possibile, sostiene Bindi, e lo dimostrano le aziende che hanno scelto come modello il rispetto degli animali, la rinuncia ai mangimi, l’uso di foraggi freschi e fieno come ad esempio il marchio Latte fieno” degli allevatori austriaci, o come la Società agricola biodinamica San Michele a Cortellazzo, vicino alla foce del Piave, oppure la Fattoria Poggio di Camporbiano nei pressi di San Gimignano (SI) dove da 150 ha di superficie agricola si ricava un reddito per 30 persone, mentre solitamente sarebbero sufficienti per una sola famiglia, a dimostrazione che allevare con metodi sostenibili crea anche reddito.

Mangiare meno carne e di migliore qualità diventa quindi un imperativo categorico. Sono urgenti politiche agricole che regolamentino meglio gli allevamenti togliendo le sovvenzioni a quelli che non rispettano il benessere degli animali e dei lavoratori. Dovranno essere invece valorizzate le esperienze rurali che permettono un equilibrio tra animale e ambiente. Ridurre il consumo di carne significa abbassare le emissioni di CO2 , diminuire drasticamente la deforestazione di intere porzioni del pianeta, sprecare meno acqua e lasciare più terre arabili per coltivazioni dirette al consumo umano, ma vuol dire anche dare un contributo concreto per rimuovere le cause delle pandemie.

Alberto Ballestriero
VeronaPolis

Alberto Ballestriero

Alberto Ballestriero. La campagna e il paesaggio sono una presenza costante nella sua vita. Ha lavorato come funzionario nella gestione di canali e opere agrarie presso uno dei più importanti Consorzi di Bonifica del Veneto. Dopo la qualifica nel settore del verde progetta parchi e giardini, alcuni dei quali pubblicati. È socio dell’AIAPP (Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio). Per diversi anni è stato responsabile del settore verde urbano della sezione veronese di Italia Nostra. Ha pubblicato il libro “Confini Connessioni Scenari – divagazioni di un giardiniere sul paesaggio”. È socio fondatore dell’Osservatorio territoriale VeronaPolis. ballestriero@gmail.com

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