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Opinioni

Verona capitale della cultura: quando si fa da soli si perde da soli

Si percepisce come sia mancato un vero tavolo di lavoro, allestito con le principali istituzioni ed energie culturali cittadine.

“In questo Dossier si raccoglie la mia visione della Verona del futuro”. Nella boomerang- affermazione estiva del sindaco di Verona Federico Sboarina, pronunciata in occasione della consegna al MIBACT del progetto  con cui la città si candidava a Capitale della cultura per il 2022, c’era già, probabilmente, l’annuncio della sconfitta. “Ho fatto tutto io”. Eppure, si poteva pensare che la personalizzazione ne richiamasse una qualità importante: la compattezza. Ahinoi, proprio quella che invece è mancata.

Il Dossier  propone un lungo inventario di azioni, proponimenti, suggestioni, alcuni interessanti, altri meno, senza un principio ispiratore che lo animi. Ricorda i programmi elettorali dei governi Prodi: un lungo e noioso elenco di azioni virtuose. Uno leggeva e alla fine si chiedeva: “Bene, bravi. Ma cos’è che vogliono fare”?

In astratto, si possono raccontare tante cose. È come se il Dossier fosse nato da una letterina a questi e a quello – istituzioni, associazioni… –  con scritto: “cosa stai facendo di bello”? Poi qualcuno ha aggregato le risposte in quattro “Mondi”, per analogia. Eh, va beh, ma per fare così basta una segretaria. Qui occorreva una energica, nobile, azione “politica”: analizzare, gerarchizzare, scegliere. Possibilmente non da soli.

Nel bando, tra gli Obiettivi (art. 3) e i Criteri per il conferimento del titolo di Capitale italiana della cultura (art.5), accanto alle indicazioni ovvie, emergono tre parole chiave: innovazione, inclusione, sostenibilità. Sì, qualcosa nel Dossier c’è, ma messo assieme alla rinfusa. Come si accorda il “modello di volontariato culturale” Verona Minor Hierusalem con l’ improbabile conversione neofemminista delle letterine a Giulietta?

Altre sezioni ospitano progetti apprezzabili, sì, ma che non riguardano la cultura: vedi il progetto della ex Manifattura Tabacchi. Altri, nel loro gigantismo, come il Central Park su 500 mila mq, sembrano svolgere una funzione puramente retorica. Innovazione? Certo, lo so anch’io che il Dipartimento di informatica di Verona è tra i primi tre d’Italia e gestisce progetti alla Silicon Valley; ma Ice Lab, per fare un esempio, gli scienziati veronesi lo hanno fatto e finanziato da soli: citarli è un gentile omaggio, nulla più. È vero, in relazione alla accessibilità dei patrimoni artistici, librari, archivistici, architettonici si prefigura il ricorso a strumenti tecnologici: ma quali e per fare che? Uno scontatissimo video che magnifichi la visione delle sale di Castelvecchio? O, ad esempio, soluzioni di realtà aumentata che ne de-banalizzino la fruizione? Non è la stessa cosa.

L’impressione è quella di un Dossier improvvisato; non è che dica sciocchezze (sorvolando su Napoleone che entra a Verona a 17 anni nel 1786, e, peggio, dopo “un periodo di splendore” sotto i veneziani: Verona decadde, sotto la Serenissima!); dice troppo e quindi, alla fine, non dice nulla. Si percepisce come sia mancato un vero tavolo di lavoro, allestito con le principali istituzioni ed energie culturali cittadine, che lo fornisse, grazie al confronto reciproco, di una spina dorsale, di una chiara identità, di una forma compiuta. Invece che piagnucolare sui complotti delle sinistre o la cattiveria dei criticoni, sindaco ed assessori dovrebbero riflettere sulla loro presunzione: quando si fa da soli, si perde da soli.

Alberto Battaggia
Presidente La città che sale

Redazione2
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2 Comments

2 Comments

  1. Avatar

    Maurizio Danzi

    03/12/2020 at 14:48

    Purtroppo non è così. Abbiamo perso tutti. Questa è la loro scelleratezza.

  2. Avatar

    Francesco Premi

    04/12/2020 at 09:45

    “L’impressione è quella di un Dossier improvvisato; non è che dica sciocchezze; dice troppo e quindi, alla fine, non dice nulla”. Una descrizione talmente azzeccata che se alla parola “Dossier” sostituiste “PUMS”, riuscireste profeticamente a trarre un bilancio anche di tale strumento: la cifra stilistica è infatti la medesima. E infatti anche la frase seguente sarebbe azzeccatissima in ambito Piano della Mobilità Sostenibile: “In astratto, si possono raccontare tante cose. È come se il [PUMS] fosse nato da una letterina. Qui occorreva una energica, nobile, azione “politica”: analizzare, gerarchizzare, scegliere”. Cosa che anche il PUMS, alla fine, non fa.

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