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Diego Armando Maradona
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Diego Armando Maradona, il Pibe de oro mito del riscatto sociale

Ci ha fatto sognare dimostrando al mondo intero che il talento può appianare ogni ingiustizia sociale e conquistare il podio.

In questi cupi giorni di pandemia solo la scomparsa di un Idolo, Diego Armando Maradona, consegnatosi ora alla leggenda, poteva spostare l’attenzione dal Covid e focalizzare su di sé ogni attenzione.

La clamorosa e funesta notizia è rimbalzata infatti occupando tutti gli spazi mediatici e, ancora a distanza di giorni, domina la scena. Tuttora si parla di questo Pibe de Oro di umile estrazione sociale, arrivato come Papa Francesco dai confini del mondo, che sapeva ogni volta in campo trasformarsi per velocità e destrezza in Ermete, il Dio dai piedi alati, e segnare goal nel tripudio degli stadi.

In lutto tutto il mondo del calcio accorso ad omaggiare il suo campione, in lutto la città di Napoli che venerava Maradona come San Gennaro, in un pianto dirotto la folla dei suoi fans. Da tempo la narrazione della sua straordinaria esistenza si era caricata delle valenze del mito. Pur nelle innegabili contraddizioni, nell’essere genio e sregolatezza, maledetto alla stregua dei poeti maledetti, era diventato simbolo di riscatto di un Paese povero, il segno che il talento poteva appianare ogni ingiustizia sociale e conquistare il podio.

E il valore del suo mito aveva presto catturato, sedotto, l’immaginario collettivo. Perché in Diego ognuno/a poteva identificarsi, proiettare le proprie aspirazioni, nutrire la speranza di farcela. Maradona ci ha fatto sognare. Magicamente, con i suoi trofei, trasfigurava aspettative, alimentava energie, faceva correre le nostre ambizioni. Si poteva essere, diventare come lui, occorreva credere in noi, coltivare, spingere sui talenti. Ci rappresentava bene anche nei chiaroscuri della sua personalità, nelle fragilità e debolezze mostrate.

In quel corpo deformato, più volte offeso, avvelenato, ma che ogni volta sapeva sorprendentemente risorgere, scorgevamo le nostre cadute e ricadute. Umano/troppo umano, condensava il coacervo delle nostre imperfezioni.

In una società senza padre, in cui ogni riferimento normativo, etico, valoriale è evaporato, abbiamo quanto mai bisogno di miti in cui configurarci, in cui ritrovare risorse per rinnovarci ed affrontare così la complessità della vita. Catturati oggi in una dimensione di esistenza troppo pratica, afflitti da problemi, incalzati ora anche da un virus che sembra non darci tregua, abbiamo bisogno di abitare in un altrove. E il mito assolve a questa istanza. Oltre a conferire infatti un senso all’esistenza, proiettandola eternamente nella trama narrativa della storia dell’umanità, riesce anche a metterci le ali, a farci sognare. E questo ci consola, almeno un po’.

Corinna Albolino

Corinna Albolino
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Originaria di Mantova, vive e lavora a Verona. Laureata in Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è poi specializzata in scrittura autobiografica con un corso triennale presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo). In continuità con questa formazione conduce da tempo laboratori di scrittura di sé, gruppi di lettura e conversazioni filosofiche nella città. Dal 2009 collabora con il giornale Verona In. corinna.paolo@tin.it

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