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Verona e la cultura, bisogna saper perdere per rinnovarsi

Tra il patrimonio storico-artistico di Verona e gli esiti della politica culturale del Comune negli ultimi anni c’è stata una inadeguatezza.

L’esclusione di Verona dalla competizione per la nomina a Capitale italiana della cultura nel 2022 è stata vissuta dal Comune e da una parte della città con la tradizionale reazione di una bocciatura ingiustamente subita per una errata valutazione della eccellenza storico-artistica del nostro territorio.

A parte la sciocchezza del complotto politico ordito dal Pd, sostenuta dal Sindaco Federico Sboarina, sulla scia di una supposizione di Vittorio Sgarbi, che poteva risparmiarsi per il rispetto del suo ruolo, resta una incapacità di valutare, con serenità e rigore, il significato di questa esclusione.

Se la nomina a capitale della cultura ha il significato, non di evidenziare le eccellenze acclarate, ma di valorizzare alcune realtà, portatrici di importanti singolarità culturali poco conosciute, quale era l’interesse sostanziale di Verona ad essere premiata, dal momento che la sua identità artistico-culturale è arcinota in Italia a all’estero e meta ininterrotta di notevoli flussi turistici?

Se scorriamo l’elenco delle dieci realtà inserite a partecipare alla scelta finale e quelle escluse, ci accorgiamo che i criteri di selezione si avvicinano a questi criteri. Infatti, che senso avrebbe posporre, ad esempio, Verona a Pieve di Soligo o altre due realtà toscane altrettanto escluse come Pisa e Arezzo a Volterra, se non per evidenziare realtà culturali significative, poco conosciute e meritevoli di poter usufruire dell’occasione di un palcoscenico nazionale?

Comprendere questo significa porsi su un terreno realistico di valutazione dei fatti e, nello stesso tempo, prendere atto che, tra il patrimonio storico-artistico di Verona e gli esiti della politica culturale del Comune negli ultimi anni c’è stata una inadeguatezza che ha creato di situazioni di abbandono, di uso distorto, di carenze di valorizzazione, di apertura e di dialogo interculturale, che hanno reso più incerta e grigia l’identità della città. Per questo il problema è ripensare la politica culturale per realizzare scelte meno contingenti e irrazionali di quelle degli ultimi anni.

Verona non ha bisogno della ricerca ossessiva di eventi fine a se stessi con l’unico effetto di aumentare genericamente il flusso turistico senza poi saperlo gestire. Se si vuole scegliere un obiettivo coerente con le potenzialità del nostro territorio, Verona dovrebbe candidarsi a Capitale europea della cultura in uno dei prossimi anni. Ma la nostra classe dirigente sarà all’altezza per preparare e realizzare tale obiettivo?

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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