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Lettere

La DAD e il Natale gramo. Niente di nuovo, è già successo

 

Caro Direttore,
imperversano in tv, sui giornali e sui social le discussioni su due problemi generati dal coronavirus e che sembrano preoccupare più del Covid stesso.
Genitori, politici, studenti e addetti ai lavori si accapigliano ferocemente su convenienza e valore della didattica a distanza. Secondo me non si tiene conto del fatto inconfutabile che il contagio si diffonde tra le persone e non via Zoom; è un mio discutibilissimo parere ma apprezzerei di più se invece di litigare ci si adoperasse per mettere tutti nelle stesse condizioni: molte famiglie non sono in grado di procurarsi gli strumenti necessari.
Il secondo problema riguarda il Natale: con toni diversi – dall’implorazione alla minaccia – se ne chiede il salvataggio. Stando a quanto si legge si vede e si ascolta risulta evidente che non si vuole tanto salvare il nascituro salvatore quanto il cenone tradizionale e tutto il consumismo che ci sta dietro. Si invocano tavolate, strenne e pacchi sotto l’albero la cui negazione rappresenterebbe una privazione delle libertà fondamentali. I più accesi sembra siano tra coloro che fino a un anno fa inveivano contro presepi e babbinatale.
Credo che ci sarebbe bisogno di toni meno accesi e attenzioni maggiori ai pericoli reali per le libertà e le vite di tutti.
In tale spirito e con un filo di ironia mi piace condividere il ricordo di una didattica a distanza ante litteram e di un Natale a stomaco vuoto.

Quell’inverno del ‘44
Il primo giorno ci riunirono tutti sul viale, mescolati con le madri e le zie, e il direttore – un signore grasso vestito di nero – ci spiegò che una parte della scuola, crollata a causa dei bombardamenti, era ancora interessata dai lavori di ricostruzione e quindi saremmo andati un giorno di mattina e l’altro di pomeriggio, così la stessa aula avrebbe ospitato due classi.
Per un po’ si andò avanti così ma a novembre, con i primi freddi e le stufe che non funzionavano perché il carbone non bastava per tutti, il direttore venne in classe a dirci che le prime e le seconde sarebbero restate a casa fino a primavera.
Stavo tutto il giorno con la nonna a fare aste e vocali tra le guide tracciate sul quaderno di prima, poi la sera la mamma controllava quello che avevo fatto.
C’era sempre qualche asta indecisa e una i senza il puntino.
Dopo qualche settimana le cose cambiarono: la maestra D’Alessandro andò casa per casa per informare i genitori che sarebbe passata tutti i giorni – lei o la bidella Esterina – a dare i compiti da fare e a ritirare quelli eseguiti.
Puntuali, l’una o l’altra passavano tutti i pomeriggi portando l’assegno (così si chiamavano i compiti da fare) per il giorno dopo e gli esempi. Le fotocopie non esistevano ancora e così il da farsi veniva dettato; a inizio dicembre eravamo già passati alle maiuscole e scrivere la O mi dava un piacere immenso manco fossi Giotto.
La scala dei voti dipendeva non tanto dall’esecuzione ma dal numero e dall’estensione delle macchie d’inchiostro generate da gocce che immancabilmente scivolavano dal pennino intinto troppo nel calamaio. Eh, sì, la biro non c’era ancora e la stilografica ce l’aveva solo la figlia dell’ingegnere; si usava un bastoncino di legno sul quale era innestato un pennino – il Cavallotti –  da intingere nel calamaio. E se si commettevano errori non si poteva fare ctrl+z, ma al massimo asciugare con la carta assorbente e cancellare con la gomma Pelikan, ma spesso si bucava la carta e restava la prova inconfutabile dell’errore.
Grazie a questo andirivieni di quaderni arrivammo sotto Natale alle prese con le consonanti.

L’eruzione del Vesuvio a marzo aveva superato il valico di Monteforte e lasciato sotto i marciapiedi mucchi di cenere che si erano mescolati con i calcinacci della lenta ricostruzione e la neve impastava tutto in una melma grigia. Dalle finestre, con i vetri ancora in parte coperti dalla carta azzurra dei maccheroni per impedire a Pippo, l’aereo ricognitore alleato, di vedere le case illuminate da lampadine stanche, guardavamo i fiocchi agitati dal vento e pensavamo al Natale che stava per venire. Non è che avessimo bei ricordi da far rivivere, venivamo da anni di guerra e miseria, ma la suggestione della festa delle feste era viva, pensavamo alla letterina per i genitori (Babbo Natale non era ancora nato) da leggere in piedi sulla sedia: ci avevano raccontato di doni, di pace, di miracoli.
E finalmente la vigilia arrivò.
Il comando alleato aveva disposto, dopo qualche disordine in città, che nelle case ci fossero solo i familiari e gli emmepì (non era la sigla di un file musicale ma i gendarmi della Military Police) battevano i palazzi per controllare.
A tavola per il cenone (si fa per dire…) non c’era granché, i tedeschi in fuga avevano divelto con una fune attaccata a un carro armato la saracinesca della piccola macelleria di famiglia e portato via tutto quello che potevano caricare; con le tessere annonarie si raccattava un po’ di farina, il sale, lo zucchero e una manciata di ziti. La nonna aveva fritto delle pizzelle farcite con i cavolfiori e qualche acciuga, il dolce (i panettoni di Motta e Alemagna sarebbero arrivati più tardi) erano tre o quattro mostaccioli presi a credito alla salumeria sotto casa.
Avevamo appena iniziato che gli MP arrivarono; in tre armati fino ai denti, girarono per le stanze, aprirono qualche cassetto del comò, controllarono che il fagotto che la nonna teneva in braccio contenesse  veramente del pane e non un malloppo di sigarette di contrabbando e poi si misero in piedi dietro di noi.
Quello che sembrava il più alto in grado parlava un po’ di italiano, disse che i suoi erano di origini italiane e che anche a casa loro si passava a tavola la vigilia.

Quasi piangeva e accettò con entusiasmo il vino e il mostacciolo che, un po’ per lo spirito natalizio e un po’ per onorare la riconquistata democrazia, mio padre offrì anche agli altri due.
Andarono via in silenzio come erano arrivati, lasciandosi dietro il filo di fumo di una Chesterfield e nemmeno un mostacciolo.
Dopo sarebbero arrivati giorni migliori.
Molto dopo.

Gianni Falcone
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Irpino di nascita, risiede a Verona. Ha lavorato sia nel settore pubblico che in quello privato; dal 1991 si è occupato di editoria elettronica. Attualmente collabora al giornale online Verona In curando la satira. Gestisce il blog giannifalcone.it di satira politica e sociale ma si occupa anche di disabilità alla quale sono dedicate alcune sezioni. In collaborazione con Verona In ha pubblicato Verona – (p)assaggi pedonali, una documentazione fotografica sugli attraversamenti pedonali incompleti o pericolosi, e Muffart Verona – in collaborazione con Giorgio Massignan – una raccolta di rielaborazioni grafiche dei danni subiti dai muri di alcuni edifici storici in conseguenza di incuria o mancata manutenzione. Con Smart Edizioni di Verona ha pubblicato il libro Stazionario sarà lei, una storia familiare di disabilità. Ha inoltre illustrato i libri Burnt by the Tuscan Sun di Francesca Maggi, 50 anos de Teatro di Ivo Domingues e Raízes & Reflexões di Fonseca Ribeiro. href="mailto:giannifalcone.vr@gmail.com">giannifalcone.vr@gmail.com

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