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Le Regioni e la sanità, tra autonomia e interesse nazionale

Necessario un confronto per realizzare un’autonomia differenziata che consenta di passare dalla contrapposizione alla cooperazione.

Il dibattito politico di questi giorni di gestione della seconda ondata del Covid-19 è stato in buona parte incentrato sul rapporto tra le Regioni e lo Stato caratterizzato dall’atteggiamento ondulatorio delle prima tra rivendicazioni alterne di distinzioni e uniformità nella regolazione delle chiusure, tra conflitti e affermazione della propria indipendenza.

La sanità è la funzione più rilevante delle Regioni ed è comprensibile una forte rivendicazione di autonomia, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta di gestire un Servizio Sanitario Nazionale assieme allo Stato. In particolare, nel contesto di emergenza provocato dalla pandemia nel quale la funzione dello Stato diventa essenziale. Perché invece questo rapporto per tanti versi anomalo?

A parte i limiti e le incertezze di questo governo, che non favoriscono un rapporto di stabile cooperazione, è indubbio che gran parte della responsabilità della qualità di questo rapporto attiene alle Regioni. A parte una malintesa concezione dell’autonomia in senso di netta distinzione se non di contrapposizione nei confronti del governo, le Regioni soffrono di non aver raggiunto un ruolo sufficientemente definito nel contesto istituzionale italiano, e di rappresentare spesso un punto di squilibrio se non di rottura che genera disfunzioni e conflitti.

La Costituzione ha delineato le Regioni come soggetti legislativi intermedi che delegano le funzioni amministrative ai Comuni e alle Province, ma questo processo è in gran parte incompiuto con non poche confusioni. In tal modo si è accentuata la differenza economica e sociale tra le diverse Regioni con l’accentuazione del divario tra Nord e Sud del Paese.

La stessa classe dirigente che ha assunto il nome improprio di “governatore”, proprio di un sistema elettorale presidenzialista, utilizza troppo spesso in termini di contrapposizione radicale il rapporto centro-periferia come conflitto tra bene e male, per giustificare un certo separatismo che contraddistingue tante loro posizioni. Salvo sollecitare l’intervento dello Stato in caso di decisioni impopolari. Nella gestione della sanità nella fase del Covid-19 si sono evidenziati impreparazioni e ritardi nell’adeguare le strutture e i servizi sanitari alla fase di emergenza, peraltro dovuti anche agli insufficienti investimenti statali.

Il permanere di un livello eccessivo di conflittualità  manifesta essenzialmente una debolezza politica di questa classe dirigente che ricerca nel conflitto una sorta di giustificazione di un ruolo insufficiente, come dimostra il modo di funzionare della Conferenza Stato-Regioni, enfaticamente considerata come terza Camera che dovrebbe realizzare un rapporto di leale collaborazione tra i due livelli, ma che spesso è diventata cassa di risonanza di uno scontro prevalente. 

Per il futuro tali problemi irrisolti dovrebbero costituire la base di discussione per realizzare un processo di autonomia differenziata che consenta di passare dalla tendenziale contrapposizione a una convinta cooperazione, che rimane l’unico modo di dar vita a un federalismo effettivo.

Luigi Viviani

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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

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