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Pronto soccorso
Pronto soccorso, Borgo Trento (Verona)

Lettere

Due notti al pronto soccorso, da rivedere i protocolli di diagnosi e accesso

Diagnosi con il punto di domanda e il balletto dei codici per fare cassa con la scusa di evitare il ricorso al PS per futili motivi.

Vorrei raccontare la mia esperienza al Pronto soccorso di Borgo Trento (Verona), dove ho accompagnato una persona con forti dolori alla schiena e alle gambe.

Tutto fa pensare ad una sciatalgia, ma visti i gravi pregressi clinici l’attenzione e l’allarme sono alti. I dolori sono lancinanti, anche se intervallati a momenti di relativa quiete, tanto da obbligare a rimanere supini a terra per ore in preda a spasmi e tremolii.

Tra una crisi e l’altra si decide (sono le 23) di rivolgersi al Pronto soccorso di Borgo Trento dove viene assegnato un codice bianco, poi trasformato in codice verde perché il paziente in sala d’attesa dà segni di peggioramento. Dopo due ore e mezza finalmente la visita. La diagnosi si riferisce ad una verosimile sciatalgia e il paziente, dopo un eco-doppler venoso, viene dimesso con formula dubitativa alle 8 di mattina. Si pagano 75 euro perché il codice, al momento delle dimissioni, ridiventa codice bianco.

La sera del giorno successivo ancora attacchi violenti e così la notte si ritorna al Pronto soccorso di Borgo Trento dove si spiega la situazione e di nuovo viene assegnato un codice bianco. Il medico che visita consiglia una RM alla colonna vertebrale, che però non viene fatta al momento. La diagnosi ora però è precisa: sciatalgia lombare. E questa volta non si paga perché il medico, senza che gli sia stato richiesto, riconosce che il paziente ha pregressi tali da applicare l’esenzione.

Due cose non mi sono piaciute. La prima è che la struttura non preveda di effettuare subito tutti gli esami necessari per consentire al medico di formulare una diagnosi precisa (primo caso), o di approfondire con altri specifici esami (secondo caso) rimandando al medico di base l’eventuale prescrizione degli accertamenti e allungando notevolmente i tempi (il tempo è una variabile importante in medicina). La seconda è che la gestione dei codici risponde con evidenza a logiche di cassa e non solo sanitarie.

Posso entrare al Pronto soccorso piegato in due dal dolore e spaventato, quindi con tutte le ragioni possibili per ricorrere ad una prestazione urgente. Mi viene quindi assegnato un codice che non prevede il pagamento, ma se poi il medico formula una diagnosi non grave, il codice diventa bianco e devo passare alla cassa. Ancora più discutibile quando la diagnosi è dubitativa: visto che il ragionamento viene portato su un piano economico, perché dovrei pagare se dopo una notte all’ospedale ne so quanto prima del mio stato di salute, tanto da dover ritornare il giorno dopo?

È come se la struttura sanitaria ammettesse la gravità al momento dell’accettazione al Pronto soccorso, dimostrando così di condividere l’allarme del paziente, per poi ripensarci a seguito della diagnosi. Cosa ha a che fare questa procedura con la necessità di tutelarsi da un utilizzo improprio del Pronto Soccorso? Niente, se non si vuole compromettere la qualità del servizio sanitario. È appunto solo una questione di cassa motivata con argomentazioni non sostenibili e con ripercussioni negative sul piano della prevenzione.

Giorgio Montolli

Redazione2
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