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Le isole galleggianti Uros sul Lago Titicaca, Perù
Le isole galleggianti Uros sul Lago Titicaca, Perù

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Sogni di un giovane cronista, in Perù ai tempi di Sendero Luminoso

Presidente del Perù era Alberto Fujimori ed erano i tempi dei Tupac Amaru e del colera. Da Verona a Lima, Puno e Cuzco inseguendo un sogno.

1991. Avevo problemi sul lavoro e cercavo nuovi sbocchi professionali. Scrissi una cronaca per Famiglia Cristiana che riguardava l’incontro di Beati i costruttori di pace all’Arena di Verona. Era una “prova”, in accordo con Franca Zambonini, la vicedirettrice del settimanale dei Paolini che allora contava 5 milioni di lettori. Avevo conosciuto Franca qui a Verona, dove veniva a riposarsi dopo le interviste ai grandi del pianeta; coltivava l’orto del fratello sulle colline di Negrar. Il pezzo uscì sul numero del 31 luglio e inaspettato arrivò per posta pure un assegno: 400 mila lire per una pagina, quasi la metà del mio stipendio.

Avevo 30 anni e decisi di giocarmela tutta nella speranza di continuare quella collaborazione che per me rappresentava quel treno che nella vita, come si dice, “passa una volta sola”. Così preparai lo zaino, mi imbarcai alla Malpensa e andai a Lima per fare un reportage che poi avrei inviato alla redazione di Roma, dove Franca lavorava. Lei non sapeva nulla, le scrissi per email che ero in Perù e che avevo delle cose interessanti da raccontare. Mi rispose di essere prudente ed io mi misi subito al lavoro.

Presidente del Perù era Alberto Fujimori ed erano i tempi di Sendero Luminoso, dei Tupac Amaru e del colera. Il clima nella capitale era di guerra civile: ricordo i boati durante la notte, i ministeri sventrati dalle bombe, gli accoltellamenti per strada, le cronache sui giornali e questo Abimael Guzmán, professore di filosofia, maoista, ma soprattutto terrorista, che la polizia cercava dappertutto mentre la sua villa si trovava proprio a Lima, circondata da fedeli guardie del corpo. Cose da scrivere ce n’erano davvero parecchie.

Intervistai l’ambasciatore italiano Bernardino Osio, amico dei Giusti di Verona, il nunzio apostolico, incontrai funzionari e personalità di vario livello. Visitai tante favelas. Ricordo il Cerro Morro Solar, confinante con il Club Regata dove gli europei passavano il loro tempo protetti da torrette e reticolati: luoghi dove si tocca con mano come la vita si declini in modi diversi a distanza di pochi metri. Ricordo una bambina seminuda, lunghi e incolti capelli neri, sporca, dolcissima, che stringeva una bambola di plastica senza testa in una baracca fatiscente e colma di rifiuti. È l’immagine iconica che mi accompagnerà per tutta la vita e con cui mi confronto quando qualcosa va storto.

Presi l’aereo e da Lima, sorvolando i misteriosi geoglifi di Nazsca, mi spostai ad Arequipa evitando di percorrere in bus la Panamericana che collega il Nord al Sud del Paese, per via delle frequenti imboscate e uccisioni lungo il percorso. Ricordo il trenino che nella notte, unico forestiero insieme a Indio, pastori e alpaca, da Arequipa mi portò a Puno, sul lago Titicaca (3812) attraversando la Sierra illuminata dalla luna. Lì avevo appuntamento per un’intervista con Luis Zambrano, leader dei diritti umani in Perù. All’alba vennero improvvisamente a prendermi per mettermi di nascosto sul trenino diretto a Cuzco: c’erano due europei in quella zona di Puno, uno ero io e l’altro era stato assassinato durante la notte.

Fu un viaggio avventuroso che durò tre settimane, che però non realizzò il mio sogno di avviare una collaborazione con Famiglia Cristiana. Mandai a Roma il mio pezzo ma non ebbi mai una risposta. Il reportage fu poi pubblicato da Avvenire martedì 14 gennaio 1992, grazie al direttore Dino Boffo che avevo conosciuto a Treviso ai tempi in cui era alla guida del settimanale La vita del popolo. L’articolo uscì con il titolo “Pianto sulla Sierra”. Non ho invece più sentito Franca Zambonini.

Giorgio Montolli

Redazione2
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