Connect with us

Hi, what are you looking for?

Scuola

Lettere

L’Autonomia differenziata delle regioni e quella della scuola

L’autonomia didattica compete a docenti e presidi mentre diritti-doveri del personale fanno capo al ministero dell’Istruzione.

Il disegno di legge sull’Autonomia differenziata, che il ministro Francesco Boccia ha promesso di portare alle Camere all’inizio d’ottobre, prevede l’attribuzione alle Regioni di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (Costituzione, art. 116, comma 3 ed art. 117).

A raccogliere questa esigenza, che finalmente potrebbe avvicinare i poteri delle Regioni ordinarie a quelli delle Regioni a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta), sono stati per primi il Veneto e la Lombardia, che sull’autonomia hanno indetto un Referendum consultivo (22/10/2017) e raccolto, a larghissima maggioranza, la richiesta d’autonomia nelle forme e nelle condizioni previste e consentite dallo Stato. Un intervento analogo era giunto il 3 ottobre 2017 anche dalla regione Emilia-Romagna, per delibera del suo Consiglio regionale.

Ma da allora però ben pochi sono stati i passi avanti sul tema, malgrado il consistente “residuo fiscale” (uscite – entrate), che le tre regioni del Nord vantano nei confronti dello Stato e delle altre regioni, e che vorrebbero tendenzialmente eliminare, in contrasto con l’opera di equità che il governo centrale ha in mente di fare, a tutela delle popolazioni delle regioni più povere e disarticolate in fatto d’infra-strutture e d’istruzione.

D’altra parte, come diceva il ministro Maurizio Martina ai governatori Luca Zaia e Roberto Maroni «le materie fiscali – e anche altre, come la sicurezza – non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna. Non lo dico io: lo dice la Costituzione».

Non credo che sui temi fiscali si possa escludere del tutto il ruolo delle Regioni ma è auspicabile che dopo 3 anni di tira e molla sull’Autonomia differenziata si arrivi ad un testo concordato tra lo Stato e la Conferenza delle Regioni, che consenta di risolvere i problemi aperti su molte materie ed integrare finalmente il desiderio costituzionale. Fra queste materie, ben 23, un posto speciale per l’interesse che suscita è l’Istruzione.

Un interesse che oggi s’impone, soprattutto a causa della bufera scatenata dal Covid-19, che è ancora in corso, e che oltre alle numerose vittime ha prodotto un aumento delle diseguaglianze tra le classi abbienti e le moltitudini più povere e meno istruite, non solo nel nostro Paese. Ha avuto buon gioco Zaia a dire, a ridosso dell’ultima tornata elettorale in cui la sua lista ha stravinto: «Questo non è un voto a Zaia o alla Lega, è un voto dei veneti per il Veneto, per l’autonomia». Vero però solo in parte.

Certamente, come commenta il politologo Paolo Feltrin, il 20% degli elettori (500 mila cittadini) avrebbe votato il 22 settembre per Zaia al di fuori delle specifiche appartenenze politiche, quasi per ringraziarlo per aver gestito l’emergenza Coronavirus meglio di altre regioni. Resta infatti da capire quanto i veneti siano stati seriamente informati nella recente campagna elettorale su meriti e demeriti del governatore uscente: si pensi soltanto al Mose, ai danni da Pfas, alla Sanità privatizzata, all’inquinamento delle nostre città o alle sue “sparate” sull’autonomia, che (nonostante un governo amico) non ha visto ancora significativi progressi.

Tornando alla scuola già ad ottobre del 2018 Zaia, dopo un’intesa con l’allora ministro all’Istruzione Marco Bussetti, si dichiarava pronto al «trasferimento su base volontaria del personale, maestre, prof e bidelli, alla Regione Veneto. Il tutto incentivato da stipendi più alti». Una proposta chiaramente inattuabile, che avrebbe visto l’immediata opposizione dei sindacati della scuola, che infatti così risposero al progetto di Zaia: «Il diritto all’istruzione deve restare nazionale per garantire l’universalità delle opportunità formative che non possono essere diversificate per appartenenze geografiche».

Cercare di ingolosire i docenti con una “mancetta” aggiuntiva e pretendere di risolvere in questo modo uno spinoso problema di “continuità didattica” dei professori, al di fuori dei Contratti nazionali e a fronte di un obbligo a restare sul posto per almeno cinque anni, poteva sembrare facilmente fattibile (almeno nelle regioni del Nord) anche se incostituzionale. Un’autentica “furbata”, in palese contrasto con il ruolo di un ministro, come da qualche giorno osservava Pino Turi (segretario della Uil Scuola) sulle mire autonomistiche di Veneto e Lombardia, perché «il diritto alla salute e quello all’istruzione sono diritti fondamentali, per loro natura talmente importanti e diffusi che vanno assicurati ad ognuno, in ogni condizione, di tempo e di luogo».

Diversa ed accettabile la critica alle linee-guida sulla Scuola che imporrebbero ai pediatri l’obbligo di disporre un tampone ad ogni alunno che accusasse sintomi riferibili al Covid-19: non sarebbe questione di scorte disponibili ma di lasciare al pediatra la facoltà di stabilire o meno il tampone, anche perché «un soggetto che fa in un inverno 5 raffreddori e 3 bronchiti non può essere sottoposto a 15 tamponi». A parte il fatto che in quel caso sarebbero stati eventualmente 8 (qui il “governatore” ha fatto la moltiplicazione al posto dell’addizione!), si comprende comunque il campanello d’allarme, dato che nelle scuole del Veneto non si può parlare di emergenza sanitaria: sarebbero solo 90 le scuole in cui c’è stato almeno un caso di Covid-19 tra gli alunni (sarebbe lo 0,02% sul totale) e 970 quelli in quarantena (lo 0,24%), e tra il personale sarebbero 120 le persone in quarantena (0,12% sul totale). Ma anche qui tra i veneti, come nel resto d’Italia, si sconta da decenni ormai l’assenza nei distretti scolastici di uno stabile riferimento medico, cui demandare la presenza o meno di occorrenze sanitarie o di sintomatologie epidemiche.

Insomma, l’Autonomia differenziata in campo scolastico, fatta salva l’istruzione e la formazione professionale, ha senso e può svilupparsi liberamente e diversamente, regione per regione, soprattutto in termini socio-culturali ed assistenziali, oltre che organizzativamente, ma certamente non in senso didattico-educativo, che compete a docenti e presidi, e nemmeno nell’esercizio dei diritti-doveri del personale coinvolto, che fanno capo al ministero dell’Istruzione e alle leggi dello Stato.

Marcello Toffalini

Marcello Toffalini
Written By

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement

Facebook

Altri articoli

Interviste

A. L., 15 anni, frequenta l’Alberghiero. «È un periodo più strano del solito però si va a scuola perché è fondamentale vederci in faccia».

Lettere

«Una mancanza estremamente grave non solo perché non se n'è garantito il funzionamento ma anche perché si sono ingannati gli utenti».

Territorio

270 positivi in città. Il sindaco Sboarina e il direttore dell’Ulss9 Girardi riferiscono sulla pandemia a Verona e sulle misure di contrasto.

Opinioni

Sia nel centro che in periferia la città ha registrato episodi di violenza, anche giovanile, e mancanza di rispetto per le regole anti Covid.

Advertisement