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Massimo Recalcati
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Cultura

Massimo Recalcati in Arena parla di un sogno chiamato desiderio

L’amore è ciò che rende l’amato impareggiabile, unico, insostituibile. Amare qualcuno equivale a vivere la gioia dell’esistenza dell’altro.

“Un sogno chiamato desiderio” è il titolo della conferenza tenuta da Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista e accademico, all’Arena di Verona per il Festival della Bellezza 2020.

Attraverso un linguaggio puntuale e pulito, l’intervento giunge alla tematica centrale del desiderio solo alla fine: invece sonda prima una serie di aspetti chiave del tema dell’amore, soprattutto di coppia, dall’incontro all’innamoramento allo sviluppo successivo del vero sentimento condiviso, in bilico tra psicoanalisi, scienza, poesia e letteratura.

La luce come principio della bellezza è il punto di partenza di Recalcati: rappresenta nel cammino dell’esistenza dell’umano uno spartiacque tra un “prima” tetro e insipido e un “dopo” pieno di colori. Quando gli amanti si incontrano per la prima volta, fanno riferimento spesso alla luce che hanno incontrato nello sguardo dell’altro: come quando nasce un figlio o si ascolta la lezione di un maestro davvero capace e appassionato, il nostro universo viene investito di un nuovo bagliore, attraverso il quale siamo possiamo osservarlo con occhi diversi, migliori.

L’amore è ciò che rende l’amato impareggiabile, unico, insostituibile. Amare qualcuno equivale a vivere la gioia dell’esistenza dell’altro. Ciò non vale soltanto per l’amore di coppia ma per qualsiasi forma di affetto profondo. Recalcati utilizza come esempio l’amicizia tra due degli intellettuali più importanti del Novecento, Albert Camus e Jean-Paul Sartre. In vita infatti, quest’ultimo aveva raccontato di essere solito passeggiare a tarda sera nella via di Parigi in cui sapeva abitare Camus, per vedere se la luce della stanza nell’edificio di casa sua era accesa: quando la vedeva illuminata, Sartre diceva di sentirsi ricolmo di felicità proprio per consapevolezza dell’esistenza del suo caro amico. Così come poi scrisse di sentirsi perso quando, dopo la morte di Camus, cominciò a trovare la luce di quella stanza sempre spenta.

Quando l’amicizia e l’amore vengono meno, indipendentemente dalle cause per cui ciò avviene, la luce si spegne. La dimensione depressiva che accompagna il lutto dell’amore è un passaggio molto importante da affrontare poiché ci permette di elaborare il peso della mancanza dell’altro: non c’è più nessuno a cui io manco, nessuno a cui la mia esistenza manca; l’amato può vivere bene senza sentire la mia mancanza. «Nessuno più aspetta col fiato in gola il mio ritorno» spiega Recalcati, citando ancora una volta l’infinita attesa di Penelope e del cane Argo dell’eroe omerico Odisseo.

L’amore non ripara dalla mancanza, anzi. Recalcati fa un excursus su questo punto spiegando come alla base di una certa concezione romantico/idealistica della relazione di coppia vi sia una visione erronea proprio riguardo al tema della mancanza, basata sull’idolo dell’unificazione, sull’idea dell’amore come ritrovamento della “metà perduta”, come se l’amato non fosse per noi lo strumento necessario a permetterci di riottenere la nostra originaria forma perfetta.

Tutto questo deriva nientemeno che da Platone, il quale, nel suo Simposio, attraverso la figura di Aristofane esplicita tale punto di vista sull’amore con il celeberrimo “mito della mela”. Recalcati contrappone a tale narrazione l’opinione di Philip Roth, potente scrittore statunitense del Novecento che in tutta la sua produzione, ma in particolare ne L’animale morente (2001), si schiera apertamente contro Platone: l’amore non crea l’intero, ma spacca in due, frattura. L’amore non risolve la mancanza, ma la fa sentire ancora di più. L’amore vero è un’incognita: presuppone il rischio continuo di perdere l’amato, perché si può amare davvero solo se si ama e se si rispetta la libertà assoluta dell’altro.

In chiusura finalmente il tema del desiderio: Recalcati cita Roland Barthes e la “differenza tra il bruciare e il durare” in amore, proveniente dalla psicoanalisi freudiana secondo cui nella coppia di amanti o esiste il fuoco della passione, tendenzialmente caratteristico dei primi stadi del sentimento amoroso, o la tenerezza affettuosa, più tipica di un legame familiare già consolidato. Esiste una via alternativa a questo bivio desolante e anacronistico?

Sì, se si considerano le parole del poeta Giuseppe Ungaretti: “l’amore che dura assomiglia ad una quiete che brucia”. Il Tempo non logora l’origine, ma rinnova l’origine, il primo sguardo tra gli amanti. «Prendo ad esempio il mio rapporto col testo di Jacques Lacan – conclude Recalcati, facendo riferimento ad uno degli psicanalisti e autori da lui già in precedenza analizzato –. Conosco quel testo come conosco il corpo di mia moglie dopo vent’anni, nelle sue pieghe, nei suoi difetti… Ogni volta che lo apro trovo qualcosa di nuovo, rinnovo il rapporto con l’origine: il primo sguardo si rinnova nella constatazione dell’inesauribile che c’è in quel testo, nell’inesauribile che c’è in quel corpo».

Serena Ferraro

Serena Ferraro
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Serena Ferraro, veronese, studentessa di Lettere presso l'Università degli Studi di Verona. Ho sempre amato scrivere, viaggiare, studiare e approfondire. Ogni aspetto della nostra società mi incuriosisce e mi appassiona: conoscerla nella complessità dei suoi elementi significa potersi muovere con consapevolezza e maturità nel mondo che ci circonda. Per questo ritengo che il buon giornalista abbia come primo diritto e dovere quello di fornire un'informazione completa, precisa e trasparente. ferraro.serena99@gmail.com

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