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Il Pd veneto arranca ed è come l’araba fenice che non risorge mai

Una gestione del partito che al massimo favorisce alcune singole carriere, a Roma o in Regione, ma non fa crescere una classe dirigente.

Una delle cause del dilagare del voto a Luca Zaia è certamente anche una condizione di marginalità politica in cui il Pd veneto, più o meno consapevolmente, ha scelto di collocarsi. Anche in queste elezioni regionali esso ha applicato quella regola di garanzia secondo la quale nelle competizioni elettorali, che risultano perse o estremamente difficili sulla carta, si preferisce non esporsi troppo, delegando a un volonteroso candidato esterno l’onere dello scontro, interessandosi invece, a livello di componenti interne, a eleggere propri rappresentanti.

Così lo scontro elettorale si trasforma prevalentemente in scontro interno al partito, nel quale vengono impiegate gran parte delle energie. In tal modo la competitività esterna diviene residuale e la possibilità di vincere si allontana sempre più. Una gestione complessiva del partito che al massimo favorisce alcune singole carriere, a Roma o in Regione, ma non fa crescere una classe dirigente.

In questa occasione, tramite la disponibilità e l’impegno del candidato presidente Arturo Lorenzoni, si è cercato di avviare una strategia alternativa alla effimera e contradittoria politica della destra, ma la sua sfortunata campagna elettorale, condizionata dal risultare positivo al Covid, e l’insufficiente mobilitazione del complesso del partito, hanno pesantemente condizionato i risultati.

Ciò ha consentito alla destra, tramite Zaia, anche risucchiando progressivamente quello che è rimasto del centro moderato, di raggiungere livelli di consenso bulgari. La conseguenza di tutto ciò è che, in Veneto, il Pd sta scivolando sempre più ai margini e fuori gioco, come l’attuale livello percentuale dei voti raccolti dalla sua lista, pari all’11,92%, testimonia con la forza dei numeri.

Eppure, nel Pd veneto esistono ancora forze e volontà di cambiamento, e capacità di mobilitazione e di iniziativa politica che possono svolgere un ruolo diverso di alternativa all’attuale politica della destra. Il problema e di consentire a queste forze di poter esprimere, in libertà e responsabilità, questa volontà di impegno e di innovazione politica.

Affinché ciò possa avvenire probabilmente c’è bisogno di una scossa forte, che rompa le attuali inadeguatezze, non escluso anche  il commissariamento del Pd regionale, accompagnato dalla nomina di un commissario di rilievo ed effettivamente disponibile, il quale potrebbe produrre quello choc positivo che determini un effettivo cambio di ruolo del partito, all’altezza della responsabilità politica che esso deve assumere anche nel Veneto.

Luigi Viviani

Luigi Viviani
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Luigi Viviani negli anni Ottanta è stato membro della segreteria generale della CISL, durante la segreteria di Pierre Carniti. Dopo aver fondato nel 1993 il movimento dei Cristiano Sociali insieme a Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti ed altri esponenti politici, diviene senatore della Repubblica per due legislature. Nel corso della legislatura 1996-2001 è stato sottosegretario al Lavoro con il ministro Cesare Salvi; nella successiva, vicepresidente del gruppo dei Democratici di Sinistra al Senato. viviani.luigi@gmail.com

1 Comment

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  1. Redazione2

    Redazione2

    24/09/2020 at 18:53

    Quanto espresso dal senatore Viviani lo misurano quotidianamente anche i cittadini, soprattutto quelli impegnati sul fronte sociale e culturale, il vivaio dove un partito che voglia crescere dovrebbe andare a pescare. Chi ogni giorno fatica – spesso rimboccandosi le maniche in silenzio – percepisce ormai un distacco siderale che difficilmente potrà essere colmato senza una rifondazione del partito. In certi quartieri popolari certi esponenti di sinistra ben si guardano dal farsi vedere, con una palese contraddizione tra le idee a cui si ispirano, la cosiddetta cultura di sinistra, e l’agire quotidiano. Mancano menti aperte, ma mancano soprattutto il coraggio e quel pizzico di onestà intellettuale che dovrebbero spingere a scegliere gli interessi del partito anziché quelli personali. Si chiama bene comune, parola troppo spesso abusata. g.m.

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