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Interviste

Verona Pride, uguali agli altri ma con una diversa identità

INTERVISTA – Giovanni Zardini, presidente del Circolo Pink: «A Verona continue aggressioni, anche se molte non vengono denunciate». Il 18 luglio in piazza Bra

2019-03-30, Verona, Stradone San Fermo (© foto Giorgio Montolli)
2019-03-30, Verona, Stradone San Fermo (© foto Giorgio Montolli)

INTERVISTA – Anche quest’anno il Comitato Verona Pride, con Arcigay Pianeta Milk, Circolo Pink, Sat Verona e Padova promuove una manifestazione Pride contro l’omofobia, che si terrà sabato 18 luglio, a partire dalle 17. Non un corteo, a causa dell’emergenza Coronavirus, ma un Piazza Pride davanti a Palazzo Barbieri per ricordare tutte le vittime di omo-lesbo-bi-trasfobia, ultima forse in ordine di tempo l’attivista egiziana Sarah Hegazi suicidatasi poche settimane fa in Canada.

La manifestazione esprimerà il suo sostegno alla legge per l’introduzione del reato di omofobia e misoginia, discussa in questi giorni in Parlamento. Ne abbiamo parlato con Giovanni Zardini, presidente del Circolo Pink di Verona.

– Zardini, quali ideali animano il Circolo?

Zardini. «Nel corso degli anni il Circolo si è trasformato: non è solo un’associazione di gay, lesbiche e trans. Nell’ultima modifica di statuto abbiamo aggiunto la lettera “E”, che sta per “Eterosessuali”; questo perché le persone eterosessuali, presenti nel nostro direttivo, portano avanti insieme a noi alcune battaglie. Il Circolo si è infatti occupato anche di Rom, lavoratori, donne… di un “diritto di cittadinanza a tutto tondo”. Attualmente la principale attività che facciamo è con i richiedenti asilo e i rifugiati».

– Quali iniziative propone?

Zardini. «La principale attività è sul fronte dei migranti e richiedenti asilo che assistiamo nell’iter legale, ma anche per la ricerca di una casa, del lavoro. Questo gruppo del Circolo è nato nel 2017 affinché i richiedenti asilo, i rifugiati gay e lesbiche che venivano dall’Africa e dal Pakistan, avessero uno spazio dove socializzare.

Giovanni Zardini

– Quali le difficoltà?

Zardini. «Lottiamo continuamente contro un’amministrazione fascista, razzista e omofoba. L’ultima iniziativa, paradigmatica dello spirito fascio-cattolico delle amministrazioni veronesi, è la mozione 1527, primo firmatario Andrea Bacciga. La mozione vuole opporsi alla Proposta di legge Zan/Scalfarotto contro l’omofobia. Già nel luglio del 1995, l’allora consiglio comunale di Verona, (giunta Sironi), approvò 3 mozioni omofobe, la più grave delle quali, la 336, impegnava l’amministrazione veronese a non parificare i diritti fra coppie omosessuali e coppie eterosessuali.

Le mozioni passarono a larga maggioranza. Subito dopo l’approvazione, 7 militanti LGBT occuparono per pochi minuti una strada adiacente il municipio: vennero denunciati per manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblico servizio e blocco del traffico. Nacque così il Comitato alziamo la testa che organizzò la prima grande manifestazione LGBT di Verona, il 30 settembre 1995. Dopo 25 anni, il 18 luglio saremo ancora in piazza».

– In che misura il Circolo ha visto tutelati i diritti LGBTQ a Verona in questi anni e in che misura li vede tutelati ora?

Zardini. «A Verona ci sono state continue aggressioni e per quello che sappiamo continuano ad esserci, anche se purtroppo molte non vengono denunciate. Il dato di fatto è che se altre città, ad esempio Torino, hanno uno sportello specifico per i diritti delle persone LGBTQI+, a Verona questo servizio non esiste.

Nel 2016 è stata approvata la legge sulle unioni civili, ma la situazione veronese non è migliorata e nessuna delle amministrazioni che si sono succedute ha preso le distanze dalla mozione del 1995. Le persone come noi sono da sempre e ancora colpite in vari ambiti: lavorativi, sociali, culturali. Sicuramente una legge aiuta, ma deve cambiare la cultura e la percezione delle persone».

– Quali comportamenti sono per lei veicolo di rispetto, a livello linguistico, politico…

Zardini. «Credo che per mettere in atto dei comportamenti rispettosi sia necessario innanzitutto eliminare la patina discriminatoria che si è legata, nel corso del tempo, ad alcuni termini, ad esempio al vocabolo “frocio”. Un piccolo esempio: la scuola ha una grande responsabilità, alle giovani persone gay, lesbiche e trans deve essere garantito il diritto allo studio indipendentemente dalla loro diversità e se questa si manifesta deve essere un valore.

Deve essere insegnato a tutti che la diversità non è un male ma un bene. Omofobia significa “paura di chi è gay”, per cui molto spesso comportamenti non rispettosi vengono assunti da persone che non sanno rapportarsi alle persone gay e reagiscono con una violenza più o meno visibile. Ecco perché sostengo che una legge serva, ma che sia necessario soprattutto un cambiamento di opinione, di rotta nella percezione verso le persone LGBTQI+ e, purtroppo, anche nella percezione che queste persone hanno di se stesse: esiste ed è diffusa l’omofobia interiorizzata, il “ce lo meritiamo”, che giustifica atti e comportamenti discriminatori ingiustificabili».

– Quali ripercussioni ha sulla propria vita la mancata tutela di questi diritti?

Zardini. «Le ripercussioni sono tante e anche non palpabili. L’idea è che le persone omosessuali siano costantemente in lotta per affermare un diritto alla normalità. Io, diversamente da altri del movimento, rifiuto il termine “normale”. A mio parere noi non possiamo essere uguali ad altri che hanno fatto scelte diverse, e si tratta di scelte fondamentali. Le ripercussioni sono tantissime: dal suicidio ai rapimenti, dalle fughe alla depressione, al mancato supporto della famiglia, per cui molte persone LGBTQI+ si trovano senza una casa. Per quanto riguarda Sarah Hegazi, tante persone LGBTQI+ nel mondo fanno questa fine senza che se ne venga a conoscenza. Quasi tutti ragazzi africani gay, che frequentano il nostro gruppo, hanno rischiato di passare 14 anni in carcere perché trovati ad amoreggiare nei loro paesi di origine. L’omosessualità è pesantemente colpita in molti paesi africani».

– Cosa ne pensa del mese del pride?

Zardini. «Giugno è il mese del Pride in tutto mondo. In molte città nel mondo il Pride è diventato solo business. Basti pensare a tante manifestazioni internazionali. Io non condivido un approccio dove il commerciale rischia di sovrastare il fattore politico. Per partecipare al Pride di San Francisco bisogna pagare, è diventato un grande business ma l’America è anche questo.

Questa è una delle grandi fratture del movimento LGBTQI+. Quando si fanno le parate, tra i partecipanti ci sono soggetti molto più legati al business che alla questioni dei diritti. Le persone LGBTQI+ sono diventate nel mondo un target economico, se hai soldi i diritti te li compri, se non li hai non li avrai mai».

– Sulla base della sua militanza nel Circolo, ci sono degli episodi significativi, in positivo o negativo, che vorrebbe raccontarci?

Zardini. «Positiva è la rete creata con tutte le associazioni antirazziste e antifasciste veronesi perché ci ha permesso di uscire dal ghetto. Significativo anche l’aver dato vita, nel 2001, al Sat, l’associazione che accompagna le persone transessuali nell’iter di transizione gay; e poi il Gruppo migranti nato nel 2017. Inoltre, quando è stato revisionato il Trattato di Maastricht – anche grazie ad una campagna partita da Verona – siamo riusciti a fare entrare nel Trattato il termine “orientamento sessuale”.

Il Circolo ora ha sede in via Cantarane, prima era in via Scriminari, luogo vivo di lotte anche per la presenza della biblioteca anarchica, di gruppi studenteschi e di persone di tutti i tipi… . C’è stato un periodo storico molto teso a Verona in cui noi del Pink eravamo costretti a uscire ed entrare insieme dalla sede. Il Circolo ha affrontato e affronta anche difficoltà economiche, tuttavia ultimamente abbiamo ricevuto un finanziamento della Chiesa Valdese, nello specifico per il Gruppo migranti».

– Quali sono le speranze e le paure?

Zardini. «La speranza è che non ci sia più bisogno di ribadire che siamo uguali agli altri. La paura è che non sarà così, che dovremo continuare a giustificare, spiegare, lottare, sia a livello locale che nazionale, per rivendicare un’eccentricità. Mi spaventa molto il fatto che per avere diritti sia necessario omologarsi, diventare uguali agli altri. Sarebbe bello essere considerati per quello che siamo, non per quello che altri vorrebbero imporci di essere solo per il fatto di non sentirsi a disagio».

Marika Andreoli

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In piazza per difendere la libertà di espressione contro l’omosessualità

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Marika Andreoli, lombarda, laureata in Filosofia presso l'Università di Torino. Studentessa in Editoria e Giornalismo all'Università di Verona. Con una grande passione per libertà e verità ha la valigia sempre pronta per studi e viaggi. Il suo obiettivo: scrivere di luoghi, storie e persone per tutta la vita. marikaandreoli@gmail.com

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