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Pasquale Marchetto.

Interviste

Forze di polizia e cittadini, le dinamiche in mutamento

INTERVISTA – Pasquale Marchetto è esperto delle tematiche riguardanti le forze dell’ordine ed il contrasto alla criminalità, e lavora nell’ambito di un progetto della Queen’s University Belfast.

INTERVISTA – Pasquale Marchetto ha all’attivo due anni nell’Arma dei carabinieri, esperto delle tematiche riguardanti le forze dell’ordine ed il contrasto alla criminalità, collaboratore per la sicurezza sul territorio del comune di San Bellino, e lavora nell’ambito di un progetto della Queen’s University Belfast, sui rapporti tra cittadini e forze di polizia nell’Irlanda del Nord, in Italia ed in Spagna.

Nel 2016 si trovava all’Institut de Seguretat Pública de Catalunya, ospite della directora Annabel Marcos, seduto a pranzo accanto a Josep Lluis Trapero Alvarez, il comandante del Mossos d’Esquadra di Barcellona sollevato dall’incarico il 28 ottobre 2017 a seguito dei disordini occorsi in occasione del referendum sull’indipendenza della Catalogna del precedente 1° ottobre; lo scorso 14 febbraio, invece, era a Palazzo Scaligero, insieme a due militari del Comando provinciale della Guardia di finanza, per parlare a trenta studenti del Liceo Carlo Montanari di contraffazioni e di sicurezza alimentare all’interno del protocollo Nuovi cantieri dell’educazione civica, il ciclo di incontri (ne erano stati previsti dieci) poi sospeso a causa del Corona Virus.

È dunque uno studioso attento Pasquale Marchetto, nato il 26 agosto 1958 a Lendinara, in provincia di Rovigo. Due anni nell’Arma dei carabinieri, esperto delle tematiche riguardanti le forze dell’ordine ed il contrasto alla criminalità, collaboratore per la sicurezza sul territorio del comune di San Bellino, Marchetto sta attualmente lavorando a una ricerca, nell’ambito di un progetto della Queen’s University Belfast, sui rapporti tra cittadini e forze di polizia nell’Irlanda del Nord, in Italia ed in Spagna.

– Come sono questi rapporti, ora? Dopo la morte di George Perry Floyd avvenuta il 25 maggio a Minneapolis, l’opinione pubblica di diversi Paesi ha iniziato ad avere un atteggiamento estremamente critico nei confronti di chi indossa una divisa.

«La ricerca che sto conducendo ora concerne proprio questi due soggetti: gli utilizzatori primari del bene sicurezza, i cittadini, ed i fornitori del bene stesso, gli operatori di polizia. L’obbiettivo è quello di individuare e proporre percorsi e soluzioni innovative capaci di migliorare il rapporto talvolta conflittuale tra pubblica opinione e forze dell’ordine. Ora, nel caso americano,  l’attivista e scrittrice Angela Davis, in una recente intervista,  ha affermato che il razzismo è endemico nell’attuale struttura delle forze dell’ordine, ricordando come le pattuglie che sorvegliavano gli schiavi abbiano giocato un ruolo importante nel modo in cui la polizia statunitense si è formata».

– Affermazione condivisibile?

«Posso solo ricordare che ogni Nazione ha sviluppato un proprio percorso storico-culturale che ha portato al consolidamento degli attuali assetti sociali e politico-amministrativi, con inevitabili ricadute nella elaborazione delle politiche per la sicurezza e dei corrispondenti modelli operativi responsabili della loro attuazione. Voglio inoltre ricordare che Martin S. Flaherty, condirettore del Leitner Center for International Law and Justice presso la Fordham School di New York ha scritto che ai tempi del Ruc, il Royal Ulster Constabulary, la polizia dell’Irlanda del Nord dal 1 giugno 1922 al 4 novembre 2001, gli Americani andavano regolarmente in quello Stato per consigliare progetti di riforma dell’apparato di sicurezza. Alla fine del 2001 il Ruc è stato riconfigurato nel Police Service of Northern Ireland, dove, a seguito degli accordi di pace del Venerdì Santo del 10 aprile 1998, per ogni nuovo assunto protestante-unionista deve esserci un nuovo assunto cattolico-irlandese. Flaherty ha concluso che le lezioni di riforma delle forze dell’ordine adesso vanno nella direzione opposta, dall’Irlanda del Nord agli Usa».

– Il sociologo cecoslovacco Egon Bittner, nel suo The Functions of the Police in the Modern Society, pubblicato nel 1970, arrivò a teorizzare che probabilmente saremmo approdati a una organizzazione politica della società che non avrebbe avuto più bisogno di disporre di un’istituzione dotata del monopolio legittimo del ricorso all’uso della violenza. A Minneapolis si sta pensando allo smantellamento del dipartimento di polizia per sostituirlo con un altro modello di sicurezza pubblica. Veramente è possibile pensare ad uno Stato dove il sistema penale sia composto solo della magistratura?

«No. Uno Stato è sovrano solo se ha la possibilità di tutelare la sua sovranità esterna, con le forze armate, ed interna, con la polizia. Perché, alla fine, sovranità significa questo: capacità di difendersi, anche solo simbolicamente (si pensi, ad esempio, alle Guardie Svizzere della Città del Vaticano). Analogo discorso deve farsi per il carcere, che però dovrebbe essere l’extrema ratio per evitare sovraffollamenti e condizioni di vita incompatibili con il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, con inevitabili ripercussioni negative sull’ordine pubblico».

– Il 3 gennaio, accanto alla Tour Eiffel, un fattorino di 42 anni è morto durante un controllo stradale operato da quattro agenti della Police Nationale; il 4 giugno, in un centro di accoglienza della provincia di Agrigento, un poliziotto ha costretto, per punirli di una tentata fuga, due tunisini a prendersi a schiaffi: le polizie di tutto il mondo hanno nel loro dna una certa dose di violenza di valenza non istituzionale?

«Da sempre sono stati registrati abusi nelle forze dell’ordine, ma non si tratta di una patologia della struttura, bensì di comportamenti di singoli appartenenti ai diversi corpi. Inoltre, non si deve dimenticare che, come ogni altro apparato pubblico, la polizia riflette in qualche modo la società in cui nasce ed opera, e questa è una società dove l’autorità è sempre meno rispettata e la violenza, nelle sue più diverse forme, sempre più presente. Attenzione, però: non si tratta di constatare un aumento della criminalità che, come dimostrato nel 2013 da Steven Arthur Pinker, docente di psicologia alla Harvard University, ne Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia, è in lento regresso, quanto piuttosto segnalare l’aumento di una volontà di rivalsa aggressiva che, anche per l’uso incontrollato dei social, ha sdoganato gli umori più malsani di gran parte della popolazione, indipendentemente dal sesso, dal censo, dal titolo di studio, dall’età. Cito solo, a questo proposito, quanto avvenuto nella serata di domenica 21 giugno nella stazione di Peschiera del Garda, dove un branco di ragazzi in attesa del treno ha aggredito il personale della Polfer in servizio di vigilanza. Nei primi cinque mesi di quest’anno, le violenze nei confronti degli operatori di polizia sono state 2.268, ma altrettanto preoccupanti sono gli attacchi al personale medico (nel 2018 i casi denunciati sono stati 1.200, di cui 456 nei pronto soccorso) ed ai docenti (113 aggressioni fisiche, da parte degli studenti e dei genitori) nell’anno scolastico 2018/2019».

– Amnesty International ha da poco pubblicato un report sulla violazione dei diritti umani nell’applicazione delle misure anti Covid-19. In questo rapporto, dove fra i Paesi presi in esame c’è pure l’Italia, sono state evidenziate “preoccupazioni sistemiche in materia di diritti umani” da parte delle forze dell’ordine.

«Nei mesi della pandemia gli appartenenti ai corpi di polizia hanno operato in una situazione estremamente difficile, permettendo ai propri Paesi di affrontare nel miglior modo possibile l’insicurezza e la paura legate al Covid-19. Qualche eccesso può esserci stato, ma si tratta di episodi isolati. In ogni caso, al di là dell’apparato, quello che è centrale è il fattore umano, inteso come aspetto determinante di ogni organizzazione sociale e come elemento caratterizzante la fondamentale rete relazionale tra le diverse componenti nella società. L’individuazione di valide modalità operative e di nuove strategie comunicative, che consentano di migliorare il rapporto tra i protagonisti del bene sicurezza è, a mio parere, l’elemento che può assicurare un positivo incremento della qualità di vita nelle società esaminate».

Antonio Mazzei

Antonio Mazzei
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Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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