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Editoriale

Siamo tutti giornalisti, non è vero e non lo sarà mai

Non basta aprire un giornale online, contano onestà intellettuale, professionalità e giusta retribuzione. Mettere insieme le forze per tornare ad essere autorevoli.

Giornali

Non basta aprire un giornale online, contano onestà intellettuale, professionalità e giusta retribuzione. Mettere insieme le forze per tornare ad essere autorevoli.

Giorgio Montolli

Giorgio Montolli

Non passa quasi giorno che scorrendo il web non si veda nascere una nuova testata giornalistica. Ci sono giornali che si presentano come blog, spesso per l’assenza di un direttore o per limitare le responsabilità (non questo giornale che se le assume tutte); altri il direttore iscritto all’Albo dei giornalisti ce l’hanno, anche se a volte non ha mai lavorato in un giornale. Alcuni hanno redazioni, altri si avvalgono unicamente di collaboratori esterni più o meno occasionali perché non ci sono i soldi per posti fissi. Poi ci sono i giornali paravento, quelli che utilizzano le loro piattaforme per veicolare la pubblicità non sempre palese, come richiede il mercato, tanto da confondere il ruolo del giornalista con quello del copy. È significativo che all’aumento delle testate non corrisponda un aumento della trasparenza nella democrazia. Anzi, pare l’opposto.

L’editoria giornalistica è arrivata ad un punto tale di frammentazione da mettere in discussione l’idea stessa di giornalismo, non parliamo poi del giornalismo indipendente, da sempre considerato difficile da praticare e finito definitivamente in terapia intensiva sul finire del secolo scorso, anche per l’ingresso dei social, di Google e dell’intelligenza artificiale nella catena della comunicazione. Non a caso si moltiplicano le iniziative a salvaguardia della libera informazione, con finanziamenti a cui però non è facile accedere e che finiscono per essere solo la spia di un sistema che non funziona.

Le riforme passano dalla politica, che di norma porta avanti le istanze delle varie categorie inserendole in un quadro di progressiva modernizzazione. Per i giornalisti è più difficile: rendere efficiente un giornale significa infatti la non remota possibilità un domani di trovarselo contro, e così le leggi rimangono ferme in Parlamento, con l’Ordine professionale che fatica ad imporsi. Una di queste leggi dal parto difficile è quella sulla querela temeraria, che tiene in ostaggio tanti operatori dell’informazione terrorizzati dal reato di diffamazione, per il quale è ancora previsto il carcere. La querela temeraria altro non è che una verità maldigerita vomitata nelle aule dei tribunali, sostanzialmente un abuso di potere. Infine, gli editori puri sono quasi scomparsi mentre gli altri, in assenza di leggi severe sul conflitto di interessi, sarebbe meglio abbandonassero questo mestiere

Ci sono poi i mali della categoria, con aspiranti giornalisti non sempre all’altezza disposti a fare carte false per entrare in un giornale importante. Non conta che sia poco libero, basta che paghi e che disponga dei 3 giornalisti necessari a garantire il praticantato (fino a qualche anno fa era questa l’unica via di accesso al professionismo). Il panorama contempla anche i figli di papà interessati più alla firma che al senso del loro mestiere e che scippano il posto ad altri più bravi ma meno fortunati. E questo è vero soprattutto in tempi di crisi, quando il sistema fa quadrato e premia i fedelissimi. I giornali indipendenti oggi sono come stretti in una morsa: da una parte c’è la politica, troppo occupata ad ottenere il consenso per occuparsi di probabili potenziali rompiballe, dall’altra i lettori che possono anche apprezzarne i contenuti ma non sino al punto di riconoscerli con un gesto importante che potrebbe farli crescere e avviare una vera rivoluzione: l’abbonamento.

La mancanza di autorevolezza dei giornali si misura quotidianamente con gli Uffici stampa, che quasi sempre concepiscono un rapporto a senso unico dimenticandosi, nel caso delle istituzioni pubbliche, di essere il tramite tra l’istituzione e il cittadino. Ruolo ben diverso dal Portavoce che tutela gli interessi dell’ente e di chi lo rappresenta. Una distinzione che ci si guarda bene da far rispettare, rendendo ad esempio incompatibili de facto le due cariche, come tra l’altro è previsto.

Torniamo all’incipit di questo scritto, alla miriade di iniziative editoriali isolate e con scarse probabilità di sopravvivenza, se la scommessa è quella di un percorso dove far coesistere onestà intellettuale, professionalità e giusta retribuzione. Forse c’è, tra le tante testate nate in questi ultimi anni/mesi, qualcuna disposta ad iniziare un percorso comune per rafforzare un’identità compromessa ma non perduta in vista di un progetto ambizioso.

A partire dai ruoli, che potrebbero differenziarsi in vista di un obiettivo comune: chi fa nascere un giornale al solo fine di inserirvi la pubblicità, probabilmente ha tutte le capacità per occuparsi di marketing, lasciando ad altri i contenuti; chi ha passione per l’editoria potrebbe concentrarsi su quella libraria o sulle edizioni speciali, dove approfondire i grandi temi trattati dal giornale; chi fonda una testata perché gli piace relazionarsi con il pubblico potrebbe essere utile per curare gli eventi o seguire gli abbonati. Non è un paradosso che in una società multitasking ognuna delle risorse vada per conto suo, quando invece si potrebbe collaborare a un progetto condiviso?

Infine, ci sono persone ormai vecchie e senza energia con ruoli e privilegi che frenano ogni evoluzione, e giovani con risorse che non riescono a spendere perché privati delle opportunità. Realisticamente questo è il quadro, ma farlo diventare uno stereotipo significa precludersi la possibilità di riattivare il meccanismo della cessione dei saperi e del ricambio su cui anche l’impresa giornalistica si regge. Non bastano intelligenza e voglia di fare, in ogni attività imprenditoriale ci vogliono anche coraggio e apertura mentale, a prescindere dall’età anagrafica.

Giorgio Montolli

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