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Verona nell’Ottocento, preda e fortezza in una nuova Europa

ASSOGUIDE propone un percorso urbano ottocentesco con partenza da Castelvecchio, dove il 1 giugno 1796 sfilava l’Armata condotta da Bonaparte, in arrivo da Milano.

ASSOGUIDE propone un percorso urbano ottocentesco con partenza da Castelvecchio, perché è proprio sotto le sue mura che il 1 giugno 1796 sfilava l’Armata condotta dal giovane Bonaparte, in arrivo da Milano.

L’Ottocento è il secolo in cui Verona ha visto la più grande e repentina successione di mutamenti della sua storia contemporanea: occupazione napoleonica, dominio asburgico, Risorgimento e unificazione italiana hanno infatti rappresentato per la nostra città un’imprevista e inaudita ribalta internazionale, sul piano militare, diplomatico, culturale e urbanistico. Non è facile dunque abbracciare in un’unica passeggiata luoghi ed episodi legati a questo complesso periodo, tanto più che trattandosi anche di una storia di battaglie, dovremmo spostare l’attenzione anche verso la provincia: pensiamo solo ad Arcole, Rivoli, Custoza, o alla costellazione di manufatti militari costruiti tra Verona, Val d’Adige e Lago di Garda… un altro capitolo da aprire in separata sede.

Napoleone Bonaparte

Napoleone Bonaparte

Si potrebbe tuttavia iniziare un percorso urbano “ottocentesco” da Castelvecchio, perché è proprio sotto le sue mura che il 1 giugno 1796 sfilava l’Armata condotta dal giovane Bonaparte, in arrivo da Milano. Napoleone non entrava in città con la forza, ma in virtù di un accordo: Venezia aveva infatti violato la neutralità nei confronti dei francesi, permettendo agli austriaci manovre sui propri territori; per ricucire, consente dunque alle truppe francesi di fare lo stesso. Quel giorno Napoleone è dunque diretto in Piazza dei Signori, per farsi ricevere dai Rettori Veneti e formalizzare l’accordo.

Ci piace immaginare che il passaggio sotto al romanissimo Arco dei Gavi abbia suscitato ammirazione in colui che inventerà una grandeur imperiale di stampo chiaramente classico. Ed è quindi un pò paradossale che si racconti che “Napoleone fece abbattere l’arco…”: esso venne in realtà smontato dalla strada nel 1805 per ragioni di viabilità, essendo il suo fornice, inglobato nelle mura, ormai poco pratico per il transito dei carriaggi. Le pietre furono numerate e una somma venne stanziata affinché venisse restaurato e ricomposto altrove (cosa che avverrà però solo nel 1935).

Scagionato Napoleone da questa “accusa”, resta invece arduo non imputargli la responsabilità delle spoliazioni che quasi ogni sito ecclesiastico della nostra città subì in quel periodo, per non parlare delle provocazioni verso la popolazione: la città, pur ancora veneta, con truppe venete, doveva di fatto accettare la copresenza di quelle francesi, con conseguenze ben immaginabili: la Piazzetta Pasque Veronesi, di fronte all’Arco, commemora proprio le ribellioni scoppiate a Pasqua del 1797.

Il 25 aprile, a ribellioni sedate, i Rettori Veneti fuggivano da Verona (il giorno di San Marco!) e il 12 maggio la Serenissima capitolava. A ottobre, col trattato di Campoformio, la Francia costituì la Repubblica Cisalpina fino al Mincio, mentre il Veneto venne ceduto all’Austria. Prima del passaggio di consegne, Napoleone “disarmò” Verona abbattendo i bastioni e i castelli di San Pietro e San Felice. Nel 1799 la destra Adige (col centro storico) fu annessa alla Cisalpina – poi Repubblica Italiana –, mentre la sinistra (Veronetta) restò all’Austria. Dal 1805 tutto il Veneto venne riunito sotto il Regno – non più Repubblica – d’Italia, sovrano lo stesso Napoleone, fino alla sua caduta nel 1814.

Cosa lasciò, a Verona, quel breve e convulso dominio? Sul piano sociale, indiscutibilmente, dei grandi rinnovamenti, frutto delle idee illuministe: una maggiore mobilità fra le classi, la libertà di culto, l’abolizione della separazione degli ebrei, l’introduzione del sistema metrico decimale e delle 24 ore, l’illuminazione pubblica ad olio, l’apertura delle prime scuole pubbliche, la promozione di indagini socio-culturali ed economiche, la razionalizzazione degli istituti caritativi e ospedalieri.

Pasque Veronesi

Pasque Veronesi

Sul piano urbanistico i segni sono forse meno evidenti (a parte quelli delle pallottole, sparsi qua e là  (famosi quelli ancora visibili sulla canonica di San Giorgio), perché molti dei progetti urbanistici napoleonici, atti a modernizzare e razionalizzare la viabilità della città e a valorizzarne il ruolo militare, furono realizzati più tardi dagli austriaci, ai quali tendiamo spesso ad attribuire anche il merito della concezione.

Certamente la grande intuizione che cambierà l’aspetto del centro storico fu quella di spostare verso Piazza Bra il fulcro della nuova Verona: la conclusione della Gran Guardia, la costruzione di Palazzo Barbieri e del Cimitero Monumentale, l’allargamento di Corso Porta Nuova come nuovo asse viario al posto del Corso di Porta Palio… solo per citare i progetti più evidenti e ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Riflesso della grandeur napoleonica, iniziava quindi anche per Verona la fase di monumentalizzazione neoclassica, per assurgere e adeguarsi ad un destino militare, politico e diplomatico di livello ormai internazionale.

La caduta di Napoleone con la campagna di Russia e, successivamente, Waterloo, diede all’Austria mano libera nel nord Italia: già nel 1814 ne occupava i territori che nei successivi 50 anni prenderanno il nome di Regno Lombardo-Veneto. Verona, che già si era dimostrata snodo di manovre militari durante le guerre napoleoniche, in questo nuovo contesto geopolitico doveva inesorabilmente divenire la piazzaforte asburgica in Italia, il perno del celebre “Quadrilatero”.

Per la nostra città questo ruolo segnò la ribalta internazionale: nel 1822 essa fu scelta infatti come sede del Congresso internazionale, erede di quello di Vienna, evento che vi condurrà teste coronate e diplomatici da tutta Europa, e che obbligherà il nuovo governo a dare lustro ad un centro storico assopito e malconcio. Vennero realizzati i progetti monumentali di “marca” francese, e per la prima volta venne estesa l’illuminazione pubblica anche ai monumenti, ciò che rese Piazza Bra il salotto cittadino per eccellenza; venne anche allestita la prima opera in Arena, musicata da Rossini, e in generale iniziò a diffondersi una fama romantica di Verona, veicolata da nobili ed intellettuali che la frequentarono in quell’occasione: Verona diventa una tappa fondamentale del Grand Tour.

Josef Radetzky

Josef Radetzky

Come vissero i veronesi il governo asburgico? La risposta non è semplice, perché a seconda delle classi sociali si trovano posizioni differenti. Tolto il popolino, che restava escluso dalle questioni di governo della città, vi era certamente un’antica nobiltà di origine feudale, memore dei tempi d’oro degli Scaligeri fedeli vicari imperiali, che accolse gli Asburgo come liberatori mandati da Dio, e che similmente al clero conservatore, vi vedeva la salvezza dopo gli strapazzi dell’anticlericalismo francese; vi era però anche una nobiltà illuminata, di origini mercantili, vicina alla borghesia, che aveva ben accettato la nuova mobilità sociale e il rinnovamento culturale favoriti dall’illuminismo, e che non intendeva rinunciarvi, nutrendo ormai sentimenti di unità nazionale. Vienna si mostrò tanto liberale sul piano economico e delle numerosissime e sagge riforme urbanistiche, quanto spietata e conservatrice per ciò che riguardava libertà e autonomie politiche.

E Venezia? Pochi nutrivano nostalgia di una Serenissima decadente e politicamente disinteressata verso la sua provincia: anche per questo i moti del ’48 restarono confinati in Laguna, e rare furono le eccezioni in terraferma (i nostri martiri di Belfiore). Verona in generale restò sempre cauta durante le guerre risorgimentali: le battaglie di Custoza (1848 e 1866), San Martino e Solferino (1859) e le varie sortite piemontesi alle porte della città, avranno forse dato segreto entusiasmo ai patrioti, ma con in casa le migliaia di soldati austriaci di Radetzky, non ci si poteva esporre. Verona visse queste vicende, così vicine geograficamente, in modo distaccato e forse anche un pò opportunistico, perché la “fabbrica” militare austriaca garantiva certamente anche parecchio lavoro.

L’arrivo dei Bersaglieri in piazza Bra per i 150 anni dall’annessione di Verona all’Italia

Mano a mano che il cerchio si stringe intorno agli austriaci, aumenta lo sforzo d’edilizia militare: innumerevoli sarebbero gli interventi da menzionare, basti pensare alla ricostruzione dei bastioni, all’edificazione di decine di forti tra periferia e provincia, caserme (una su tutte Castel San Pietro), l’ospedale militare, l’Arsenale, fabbriche (splendido il complesso della Provianda di Santa Marta), la ferrovia, e restauri di porte urbane (Porta Nuova, Porta della Vittoria, Porta Vescovo…).

Ed è proprio a Porta Vescovo che si conclude idealmente il nostro itinerario nella Verona Ottocentesca: con la terza guerra d’indipendenza (1866), l’Austria cede il Veneto, che secondo gli accordi diplomatici e l’indizione di plebisciti, ottiene l’annessione al Regno d’Italia. Nel pomeriggio del 16 ottobre 1866 i bersaglieri italiani entrano in città proprio da Porta Vescovo, sfilando tra due ali di folla, con le campane a festa, in una Verona piena di tricolori e ritratti del re e di Garibaldi.

Daniele Bressan

Per iscriversi alla visita guidata “Verona nell’Ottocento” a cura di Assoguide Verona visitare la pagina FaceBook dell’evento.

Redazione2
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1 Comment

1 Comment

  1. Giorgio Massignan

    Giorgio Massignan

    12/06/2020 at 18:06

    Sugli interventi francesi in quel periodo, sul nostro patrimonio storico, non sono così ottimista. Oltre alla demolizione dell’arco dei Gavi, che impediva il passaggio dei carriaggi militari e non per necessità di traffico civile; reputo un grave danno alla città la distruzione dei due Castelli viscontei di colle San Pietro e colle San Felice; gli abbattimenti della torre scaligera, sulla testata di sinistra del ponte di Castelvecchio e di quasi tutta la cinta di mura magistrali realizzata dal Sanmicheli, fra San Zeno e la Trinità. Furono invece interventi positivi, il restauro dell’Arena, i regolamenti di igiene urbana, l’apertura di nuove strade, il controllo dello scolo delle acque e l’illuminazione notturna, fino ad allora a carico dei cittadini, che fu assunta dal Municipio.

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