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Opinioni

Caro Caleffi, il suolo è un bene collettivo come l’aria e l’acqua

«Anche a Verona gli interessi economici, assieme a quelli politici, hanno influenzato le scelte d’uso del territorio a danno dei cittadini». Urbanistica e criminalità organizzata.

«La pianificazione territoriale avrebbe dovuto essere preservata dagli eccessivi appetiti economici e da quelli politico-elettorali, ma non è quasi mai stato così. Anche a Verona gli interessi di pochi hanno influenzato le scelte d’uso del territorio a danno dei cittadini». Urbanistica e criminalità organizzata.

L’architetto Gian Arnaldo Caleffi mi invita ad esporre il mio pensiero sulla pianificazione del territorio e i motivi per cui, a volte, associo lo sviluppo edilizio con il malaffare. Mi riferisco all’articolo “Metri cubi e malaffare? La realtà è un’altra caro Massignan” pubblicato in evidenza da questo giornale. Ma prima vorrei ricordare che, se è vero che siamo entrambi architetti, che abbiamo rivestito la carica di Presidente dell’Ordine degli Architetti e di assessore all’Urbanistica, molte altre cose ci dividono.

Gian Caleffi è sempre stato un libero professionista, come si è definito, “con le mani in pasta”. Io invece non ho quasi mai professato, tranne un breve periodo, subito dopo la laurea. Chiudere lo studio di urbanistica, per me, è stata una scelta sofferta, perché ho sempre amato il lavoro di pianificatore territoriale. Ma, in quel periodo fui eletto, prima presidente provinciale di Italia Nostra, poi segretario regionale, e non intendevo assolutamente avere dei conflitti d’interesse. Avevo rapporti continui con le Pubbliche Amministrazioni ed Enti vari e volevo godere della massima libertà e trasparenza. È noto che, certi incarichi di progettazione urbanistica, venivano e sono dati a tecnici di “fiducia”, ruolo a cui non ho mai voluto appartenere. Quindi, ho preferito occuparmi solo culturalmente di urbanistica, intervenendo, con proposte e critiche, a nome di Italia Nostra. Il mio lavoro è stato la gestione, sino alla pensione, dell’azienda di famiglia.

L’urbanistica contrattata. Da qualche tempo, le nostre Pubbliche Amministrazioni hanno adottato un sistema di pianificare il territorio che definisco urbanistica contrattata, il contrario della partecipata.

Da sempre, le scelte sull’uso del territorio non vengono definite da canoni puramente tecnico-scientifici, ma rappresentano il prodotto tra il fattore economico o degli affari, con quello politico-amministrativo. Ricordo come, nel passato, diverse varianti parziali al Piano Regolatore, abbiano mutato gli indici di edificazione o addirittura le destinazioni d’uso, in relazione alla forza economico-politica del proprietario che ne faceva richiesta. Ma, non era mai successo che fossero addirittura gli operatori privati a decidere le scelte d’uso del territorio, estromettendo la Pubblica Amministrazione da un suo diritto-dovere.

Questo metodo di fare urbanistica fu influenzato dalla graduale diminuzione dei trasferimenti dallo Stato agli Enti locali, che provocò una grave mancanza di liquidità ai Comuni. Per ammortizzare i minori trasferimenti, veniva abrogata la Legge Bucalossi, che obbligava l’utilizzo delle entrate dagli oneri di urbanizzazione solo per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, principio assolutamente comprensibile, per permetterne l’uso, sino al 75 %, per la spesa corrente.

In realtà, anche se l’intento era quello di dare maggiore autonomia ai Comuni, di fatto ha dato la stura a troppe deroghe ai Piani Regolatori, a nuove espansioni edilizie e ad autorizzazioni di eccessive colate di cemento, senza preoccuparsi delle conseguenze sul territorio. Da quel momento, la pianificazione pubblica iniziò a perdere di vista il suo vero scopo, quello di equilibrare e regolamentare l’uso del territorio, per seguire l’obiettivo di recuperare denaro. Gli oneri di urbanizzazione persero la loro specificità, per assumere la forma di una qualunque tassa, ammenda o tributo.

Giorgio Massignan

Giorgio Massignan

La mancata pianificazione del territorio. La non pianificazione tosiana, probabilmente è il prodotto di una cattiva cultura urbanistica e di una mancata attenzione all’equilibrio ed alla salute del territorio. Ma sorge spontanea la domanda: perché investire milioni di euro in centri commerciali e direzionali? Non siamo più negli anni ’50, non abbiamo bisogno di ricostruire la nazione. Chi ha ancora convenienza ad investire cifre così alte nel settore edilizio? E per quali motivi gli strumenti urbanistici attuali, non hanno previsto e favorito gli investimenti nel recupero del patrimonio edilizio esistente e nella riqualificazione e messa in sicurezza del territorio?

Dal secondo dopoguerra, l’uso del suolo ha rappresentato il settore più redditizio per gli investimenti economici, e nel nostro Paese manca da sempre una legge adeguata sul regime dei suoli. Così, l’urbanistica è sempre stata usata per giustificare scelte improprie, prodotte dal rapporto tra gli interessi degli affaristi e quelli dei politici. Si è costruito dove, se non il buonsenso, leggi e controlli adeguati avrebbero dovuto impedirlo.

L’edilizia e la conseguente cementificazione dei terreni è stata per decenni la locomotiva dell’economia italiana. A scala nazionale si è costruito tantissimo, il suolo è stato impermeabilizzato per una percentuale che si avvicina all’8%, con la Lombardia, il Veneto e la Campania che variano dall’11% al 13%; l’equilibrio idrogeologico del territorio è stato pesantemente danneggiato da interventi sbagliati e non idonei, che hanno violentato le caratteristiche naturali dei luoghi interessati. L’assenza di un rapporto oggettivo tra le reali necessità di volumi edilizi e la quantità realizzata, ha provocato l’accumulo di un numero eccessivo di edifici vecchi e nuovi inutilizzati, che occupano suolo prezioso.

Nonostante tutto ciò, si continua a programmare la realizzazione di nuove costruzioni, non per necessità oggettive, ma per soddisfare gli interessi dei due gruppi sociali che detengono e gestiscono il potere: quello dei politici e quello degli affaristi. Ma, a questi due, se n’è aggiunto un terzo, il più pericoloso, quello della malavita organizzata. È risaputo che il mondo del mattone è il canale principale per il riciclo del denaro sporco; ed è indispensabile che, nelle operazioni di riciclaggio, operino imprenditori compiacenti e insospettabili.

In Italia, decenni di abuso del suolo, considerato solo come fonte di reddito e sottoposto alla più incosciente e criminale speculazione, ha tolto al nostro territorio, che per circa il 10% è dichiarato ad elevata criticità idrogeologica e dove si verifica il 68% delle frane europee, le possibilità di sopportare le dure reazioni della natura.

A fronte di questi problemi, a Verona come si è pianificato? Nonostante siano state edificate aree per una città di oltre 400.000 abitanti e nella provincia di Verona siano stimati oltre 50.000 appartamenti non utilizzati (dei quali, oltre 10.000 solo nel comune di Verona), e malgrado la crisi economica abbia notevolmente ridotto la domanda di edifici ad uso commerciale, terziario e produttivo, nel PAT delle giunte Tosi ne erano stati previsti altri 750.000 mq. e programmati 10.900 nuovi alloggi. Inoltre, nelle aree agricole collinari, come Avesa e Quinzano, paesaggisticamente più preziose e ambientalmente più fragili, erano stati previsti 25.000 mq di residenziale. Al Nassar di Parona, in una zona a pochi metri dall’Adige e di possibile esondazione, è stata prevista la costruzione di un complesso abitativo, direzionale e commerciale su un’ area d’intervento di 72.399 mq. Oltre al grave danno paesaggistico e al dissesto idrogeologico, la maggior velocità dell’acqua, causa l’impermeabilizzazione di quell’ampio tratto di riva, provocherebbe a valle nuove e drammatiche inondazioni.

Borgo degli Ulivi, Quinzano, Verona

Borgo degli Ulivi, Quinzano, Verona

Progetto Preliminare di Piano o Piano di Salvaguardia. Nel 1992-93, durante il mio incarico quale assessore all’Urbanistica, ho potuto promuovere la Variante di Salvaguardia che, secondo Caleffi, “ha congelato lo sviluppo della città”. Per me, invece, avrebbe potuto permettere a Verona di godere di un piano urbanistico che avrebbe tutelato il territorio, migliorato la qualità della vita urbana e accorciato le unghie agli speculatori. In breve:

Era bloccata ogni nuova lottizzazione e favorito la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente; erano definiti i limiti urbani della città da non superare con nuove aree di espansione; venivano protette le aree ambientalmente più fragili e preziose; erano individuate le nuove centralità; veniva recuperata la qualità dello spazio pubblico: piazze, corsi, viali; era consolidato il sistema insediativo agricolo in funzione della sua salvaguardia produttiva e ambientale; veniva stabilito quali zone potevano essere considerate ARU (Aree di Riqualificazione Urbanistica) con precisi vincoli per l’operatore privato; erano dettati i criteri per tutelare i centri storici; era inserito il parco dell’Adige redatto dal professor Sandro Ruffo con i suoi collaboratori; venivano collegati i quattro sistemi di programmazione territoriale: quello residenziale, quello produttivo, quello viabilistico e quello ambientale; nel sistema della mobilità era prevista una linea di tramvia elettrica su sede fissa ed esclusiva.

Probabilmente, quel piano non sarebbe mai stato approvato in un periodo diverso da quello di Tangentopoli, quando la Procura vigilava sulle attività amministrative. Infatti, durò poco. Dopo tre anni fu fatto scadere dalla Giunta guidata dal sindaco Michela Sironi e non più rinnovato. In tal modo, chi operava nello sfruttamento del territorio ha potuto esaurire e cementificare gran parte delle aree ancora verdi che, nella Variante Generale del 1975, erano previste edificabili per una città di 410.000 abitanti. La speculazione edilizia aveva vinto ancora una volta. Tutto questo a scapito della qualità urbana e del sistema del verde.

Variante 23 Giunta Tosi. Ed ora vorrei, brevemente, analizzare la Variante 23, promossa dall’architetto Caleffi.
Alcune aree  in cui la variante prevedeva la possibilità di intervenire: zone di riuso in collina: ex tiro a volo e ampliamento del complesso Regina Pacis; raddoppio del supermercato Rossetto: nuovi 11.000 mq di commerciale; ex Tiberghien, un intervento commerciale di 15.000 mq (nuova sede di Esselunga, negozi e residenziale); Verona Sud (viale del Commercio e ex Autogerma) per ospitare 12.000 mq di commerciale in aggiunta a nuovi edifici, 5 nuovi centri commerciali, 3 grandi strutture di vendita, per circa 10.000 addetti, residenziale per 2.500 nuovi residenti; Parco della Spianà, raddoppio dei permessi edificatori: dagli originari 3.500 mq a 8.200, l’area resta destinata ad impianti sportivi; Chievo, aggiunti 7.000 mq di residenziale a quelli previsti alle ex Officine Cardi; tra Montorio e Quinto si prevedono altri 13.000 mq di case; terreni agricoli diventano edificabili alla sacra Famiglia e a San Michele; centro commerciale alla Cercola; lottizzazioni a Santa Maria in Stelle, San Rocchetto, Tigli e Quinto.

Ecco, questo, per Gian Caleffi, significa “premessa per nuove occasioni di sviluppo”.

Esselunga, Verona Sud (foto Verona In)

Esselunga, Verona Sud (foto Verona In)

La criminalità organizzata e l’uso del territorio. Il procuratore di Catanzaro, Nicola Grattieri, sostiene che per ripulire il denaro sporco, la mafia, si è procurata, con le buone o con le cattive, le cosiddette attività lavatrici: night club, hotel, ristoranti, bar, sale giochi, centri commerciali, negozi e quant’altro utilizzi denaro contante. Ma, soprattutto, che le organizzazioni criminali agiscono sulla pianificazione del territorio.

A differenza del passato, anziché intervenire con opere abusive, che in seguito sarebbero state sanate, spesso le organizzazioni criminali riescono a “suggerire” le “loro” destinazioni d’uso alle Pubbliche Amministrazioni, durante la stesura dei Piani Regolatori, rendendo di fatto legali le scelte urbanistiche e edilizie a loro più redditizie. In questo caso, gli strumenti urbanistici si riducono a mere piattaforme tecniche che giustificano e notificano la speculazione edilizia. Così, la pianificazione del territorio, anziché essere attenta alla tutela delle risorse comuni ed a preservare il suolo, viene adattata alle esigenze di coloro che, grazie alla correità con politici e amministratori pubblici, hanno interessi diversi e alternativi a quelli della collettività.

Meccanismi di gestione del territorio. Da sempre, la pianificazione territoriale avrebbe avuto l’esigenza di essere preservata sia dagli eccessivi appetiti economici che da quelli politico-elettorali; ma non è quasi mai stato così e gli interessi economici, assieme a quelli politici, hanno influenzato le scelte d’uso del territorio. Infatti, lo strumento del Piano Regolatore è stato molto spesso utilizzato per onorare le promesse fatte in periodo di consultazioni elettorali e/o per consolidare i disegni della speculazione.

Nel secondo dopoguerra, a Verona fu creato una sorta di ombrello clientelare, garantito dal maggior partito cittadino, che consentiva a diversi operatori del settore edilizio di intervenire, senza permettere che si costituisse un centro monopolistico, lasciando libertà di iniziativa a differenti soggetti. Dal periodo della ricostruzione, per ottenere il cambio d’uso dei propri terreni, era indispensabile il collegamento tra il proprietario fondiario e il sistema politico-amministrativo che decideva la concessione del permesso. Tale collegamento, il più delle volte, era svolto dai professionisti legati alle segreterie dei partiti politici.

Gian Arnaldo Caleffi

Gian Arnaldo Caleffi

Meccanismo questo, che ha permesso al fattore politico di controllare l’intero settore edilizio e di evitare il formarsi di condizioni di monopolio e oligopolio, che avrebbero potuto determinare squilibri e scompensi nella gestione politico-economica della città. Le diverse giunte comunali che si sono alternate e la loro diversa composizione e colore, sono state accompagnate dall’ingresso ai meccanismi di gestione del territorio da professionisti con colori politici speculari a quelli dei partiti che amministravano la città. Dagli anni ’90 in poi, la crisi dei partiti e lo scioglimento della Democrazia Cristiana, che nel Veneto e a Verona aveva rappresentato il grande distributore e compensatore, hanno modificato tutto.

Nel nostro Paese, la rivoluzione del dopo tangentopoli ha lasciato inalterato il meccanismo che determinava e determina le destinazioni d’uso del territorio, ma ha modificato radicalmente la composizione dei due fattori che, rapportandosi, producono la pianificazione del territorio. In questi ultimi anni il fattore politico si è dimostrato, o meglio, ha voluto dimostrarsi incapace di controllare quello economico, perché succube dello stesso.

In questo totale cambiamento del rapporto tra politica ed economia, con la relativa disgregazione dell’istituto del partito politico, le organizzazioni criminali, strutturate come vere e proprie aziende, sono penetrate sia nel fattore politico, avvicinando a se e controllando parecchie personalità politiche, che in quello economico, intervenendo, attraverso professionisti incensurati e/o prestanome, che portano denaro liquido da investire in operazioni edilizie sul territorio.

Conclusione. Sono convinto che una buona Amministrazione abbia il diritto-dovere di pianificare il territorio e autorevolmente di indirizzare gli operatori privati ad investire, per realizzare una città a misura d’uomo. La pianificazione urbanistica non dovrebbe appartenere solo al settore economico, ma anche a quello sociale, della salute e dell’ambiente. Dovrebbe essere indirizzata a migliorarne la vivibilità e non solo, come purtroppo è accaduto in questi ultimi anni, per favorire i guadagni di pochi.

Proprio perché la città è un organismo vivo, in continuo mutamento, con esigenze che si devono adeguare alla trasformazione della società, non la si può abbandonare nelle mani di coloro che cercano solo di guadagnare soldi con operazioni molte volte inadeguate ed inutili.

Per questo, si rende necessario che la Pubblica Amministrazione riacquisti il vero ruolo per cui viene eletta, che programmi le destinazioni d’uso del territorio, ascoltando le necessità degli abitanti, e soprattutto che abbia un idea di città e non la consideri solo una piattaforma su cui permettere la speculazione.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Giorgio Massignan
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Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige racconta Verona". giorgio.massignan@massignan.com

8 Comments

8 Comments

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    Manuela Calderara

    09/06/2020 at 22:40

    Ritengo questo articolo molto manipolatorio, sia nel senso che espone la realtà in modo fuorviante, sia perché manipola la comprensione del lettore, ad esempio dove alterna più volte, in modo apparentemente innocente e casuale, argomenti legati all’urbanistica ad altri di cronaca mafiosa e di malaffare.
    L’autore da un lato afferma di aver ricoperto cariche di rilievo, amministrative e politiche a vario livello, successivamente insinua genericamente come amministratori e politici siano “ovviamente” invischiati in ogni sorta di malaffare, al servizio dei mafiosi. E per quale ragione egli stesso pare invece ritenersi del tutto estraneo al malaffare ed alla corruzione, se tutti i politici ne sono investiti?
    Perché ritiene di poter giudicare senza essere egli stesso giudicato?
    Perché forse ha avuto il privilegio di non doversi sporcare le mani con il lavoro ? Se mi è permesso, non tutti hanno la fortuna di poter gestire l’azienda di famiglia, i più devono sporcarsi le mani con il lavoro, nel senso più nobile del termine (non nel senso peggiore che l’autore pare sottintendere).
    Il fatto che la mafia utilizzi le attività lavatrici per riciclare denaro, come bar, ristoranti, attività commerciali, significa forse che tutti i commercianti ed i ristoratori sono al soldo dei mafiosi? Non ha detto questo? E allora perché tutti i politici dovrebbero esserlo, come l’autore sottintende ? (Tutti tranne lui stesso, ovviamente).
    Forse perché è un intellettuale ?
    O forse perché è di sinistra ? Per la mia esperienza, le persone di sinistra difendono anch’esse, con le unghie e con i denti, i propri privilegi, se li hanno.
    Oppure, forse, perché è affetto da complottismo e vede nemici ovunque, tutti sono cattivi tranne lui. Il mondo è ostile, i vaccini fanno male, le scie chimiche distruggeranno il mondo.

    • Redazione2

      Redazione2

      11/06/2020 at 12:06

      GIORGIO MASSIGNAN

      Giugno 10, 2020
      Gentile signora Manuela, nel mio articolo ho espresso la mia idea di realtà, così come l’architetto Caleffi ha espresso la sua, senza per questo essere accusato di manipolare i lettori. Mi pare, che in un sistema democratico, il dibattito con posizioni diverse, sia doveroso. Non sarebbe corretto che tutti dovessimo inchinarci di fronte al totem dello sviluppo economico basato sulle costruzioni edilizie.
      Per quanto riguarda il mio impegno politico e di amministratore, non ho alcun problema ad essere giudicato, lo faccia anche lei e conduca tutte le ricerche che vuole sulla mia vita, già altri lo hanno fatto, senza trovare nulla. Ma non si limiti a lanciare ipotetiche chiamate in correo, la storia della mia vita testimonia che le mie esperienze e le mie azioni, sono sempre state dettate dalla più totale correttezza e trasparenza e mai influenzate da interessi personali o di partito. Mi porti le prove del contrario o non si limiti a calunniare.
      Per quanto riguarda i meccanismi che hanno portato alla gestione urbanistica della nostra città, ho scritto libri in cui dimostro chiaramente il solido rapporto tra il potere economico e quello politico-amministrativo. Mi pare che il suo nervo scoperto siano le eventuali infiltrazioni della mafia nel settore edilizio ed urbanistico, ebbene, legga i giornali, segua le conferenze o gli allarmi che, da molto tempo, vengono lanciati da magistrati, politici, giornalisti ed altri ancora e si renderà conto che il rischio esiste ed è molto pericoloso. Oppure preferisce seguire le vecchie e tranquillanti assicurazioni di alcuni politici e mafiosi di una volta, che sostenevano che la mafia non esiste.
      Lei sostiene il vero il vero quando dice che ho avuto il privilegio di poter scegliere se “sporcarmi le mani” per lavorare come urbanista, oppure limitarmi a studiare l’urbanistica e lavorare nell’azienda di famiglia. Ma lei, cara signora, non può sapere quanto possa essere doloroso, per un giovane urbanista, rinunciare a realizzare concretamente le proprie idee che aveva maturato durante gli anni di studio e di sogni. Non sa quanta delusione abbia provato quando, alle mie proposte per un modo diverso di fare urbanistica, mi sentivo chiedere chi mi mandava, quale padrino politico avevo. E tutto questo perché? Per il motivo che i partiti politici non assegnavano la pianificazione urbanistica a tecnici che non fossero fedeli ed iscritti al loro partito. Si vada a vedere quanti architetti hanno realizzato piani regolatori senza avere una tessera di partito in tasca.
      Sono convinto che la mafia non si sarebbe mai infiltrata nel nord in modo così penetrante, se non avesse trovato politici, imprenditori e professionisti che, per un loro interesse personale, si sono sporcati le mani, mantenendo comunque il colletto candido. Ovviamente, non tutte le attività e non tutti i professionisti si sono “venduti” al malaffare, anzi, chi non lo ha fatto è la grande maggioranza, ma è sufficiente che i pochi corrotti siano insediati in alcuni posti chiave del potere, per permettere alla mafia di prosperare.
      Lei sostiene che io sia di sinistra, mi fa piacere che sull’argomento ne sappia più di me, perché sulla mia posizione politica riguardo ai quattro punti cardinali ho sempre avuto molti dubbi. Quando militavo nell’associazione dei Verdi, si diceva che non eravamo né di destra né di sinistra ma “sopra”, ora non so più. Certamente osservo, analizzo e giudico i fatti, le cose, non le appartenenze.
      Stia tranquilla, non soffro di complottismo, mi sono vaccinato, non credo alle scie chimiche e neppure che la terra sia piatta; ma ho occhi per vedere e mi rendo conto che la città realizzata da coloro che si sono “sporcati le mani” non mi piace e credo che non piaccia neppure a tanti veronesi che la devono subire. Ma per carità, non si deve criticare il dogma dello sviluppo ad ogni costo e dell’edilizia quale motore dell’economia, anche se tutto questo porta inquinamento, ambienti insalubri, spreco di suolo, edifici non utilizzati, carenza di verde, mobilità lenta e disagevole, territori minacciati da frane e alluvioni e una qualità della vita molto bassa.

      Giorgio Massignan

  2. Redazione2

    Redazione2

    11/06/2020 at 12:07

    Gent.le Manuela,
    L’operazione condotta dal nostro giornale, alternando le posizioni di Caleffi e Massignan e dando ad ognuno lo stesso spazio per lo stesso arco di tempo, è un’esercizio di democrazia che mette in luce il diverso approccio ad un tema importante come l’Urbanistica a Verona. L’operazione è riuscita, e ritengo nel migliore dei modi, grazie all’intelligenza dei due interlocutori. Riguardo l’intervento di Massignan, da lei ritenuto “manipolatorio”, ridimensionerei l’aggettivo, perché è ovvio che ciascuno cerchi di convincere l’altro e i lettori delle proprie ragioni.
    È anche discutibile quando si dice, sempre con riferimento a Massignan, che “non tutti hanno la fortuna di poter gestire l’azienda di famiglia”. Non c’entra nulla, visto che dovremmo piuttosto concentrarci sulla qualità del pensiero espresso senza tirare in ballo lo status. Cos’è meglio per la democrazia: una persona libera da vincoli in grado da poter esprimere in modo disinteressato i propri pensieri o un’altra che, per quanto onesta, non riesce a farlo perché questi vincoli li ha? g.mont.

  3. Redazione2

    Redazione2

    11/06/2020 at 12:08

    GIOVANNI GRIGOLO

    Risp “caro caleffi il suolo è un bene pubblico come l’aria e l’acqua”
    mi capita di leggere ora (10920) dell’articolo di cui in oggetto……..
    ebbene non mi importa granchè di mille parole/righe su politiche gestionali spese male di destra o sinistra né tantomeno sulla solita demagogia del malaffare di mafia o corruzione del solito paventato interesse esercitato dai poteri forti……non me ne frega un cazzo di tutte le solite filastrocche.
    Io dico solo che:
    la vecchia Italia Nostra (patrimonio UNESCO e via dicendo…), che difendiamo ora con forza e garantismo normativo è solo il risultato di secoli di avvicendamento sociopolitico totalmente privo di qualsiasi regola democratica di organizzazione e pianificazione del territorio. Aggiungo che nessun borgo storico oggetto di tutela in Italia è stato pianificato secondo i parametri igenico-sanitari assegnati oggi né tantomeno con i criteri di diritto di proprietà e superficie applicati ora…… eppure, fatalità, nessuno di noi disdegna e sogna la residenza in Ponte Pietra anziché l’attico in Piazza Erbe……..e nessuno di noi protesta se l’altezza interna non rispetta le norme igenico-sanitarie e la finestra del vicino è a meno di 10mt in proiezione radiale o lineare!!!!….. non c’è tanto da aggiungere se ci pensate: siamo tutti invischiati in un corrente-pensiero che va verso il “non fare” nulla dove è già fatto oppure solo verso il “fare perfetto” dove non c’è nulla da fare….ma cosa ci sarebbe di più giusto e produttivo e meno dannoso ora della riqualificazione/sostituzione edilizia di vecchi quartieri come Borgo Trento, Ponte Crencano, Pindemonte, via Marsala, Borgo Venezia, Borgo Roma con moderne torri a sviluppo verticale??? forse la perdita dei famosi coni ottici con cui la soprintendenza ai beni ambientali nega interventi molto minori anche in zto agricola perchè oscurano al viandante la vista del vigneto soprastante???.
    boh…. io non so quale sia questa logica immobilista che in virtù della tutela della vecchia pietra romanica e di mille altre cazzate blocca la nostra naturale crescita modernista ma una cosa è certa: rispetto a quelli che hanno creato il nostro bel paese siamo in molti di più e anche più democratici ma sicuramente ci sono anche molti più idioti che ci mangiano sotto finchè tutto non ci crollerà addosso….
    GG

  4. Giorgio Massignan

    Giorgio Massignan

    11/06/2020 at 19:06

    Contesto una parte delle affermazioni di Giovanni Grigolo, quando dice che l’architettura e l’urbanistica del passato erano frutto di casualità e mancanza di norme. Non è vero: le città disegnate dai romani erano di una rigorosità addirittura matematica, la nostra Verona è stata sviluppata, urbanisticamente, dal grande architetto Sanmicheli, che certamente non si affidava al caso e gli austriaci, con la loro tipica pianificazione militare, hanno completato l’assetto, che è rimasto sino ai giorni nostri. Non mi soffermo sull’importanza della memoria storica e culturale dei nostri antichi manufatti, perché, per alcuni, sono solo vecchie pietre. La cattiva architettura e l’urbanistica, come prodotto degli interessi politico/economici, sono esplose nel secondo dopoguerra; quando si è costruito sulla base della speculazione edilizia, rispettando, non sempre, le normative, ma non certo l’equilibrio del territorio e dell’ambiente. Nell’eliminare quella brutta architettura, per sostituirla con una, qualitativamente migliore e più idonea alle necessità attuali, mi trovo d’accordo con Grigolo. Ma non cerchi di scimmiottare il Plan Voisin per il centro di Parigi, progettato Le Corbusier nel 1925, non mi pare sia proprio il caso.

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    giovanni grigolo

    12/06/2020 at 03:31

    gentile architetto siamo d’accordo ancora a metà nel senso che non nego la pianificazione fatta dai nostri antenati ma sicuramente non è rapportabile ai giorni nostri e tantomeno imitabile né in termini di uso del suolo né in termini di individui coinvolti: loro erano in pochi e decideva uno; noi siamo un sacco e alla fine non decide nessuno…………

    ci vogliono idee nuove e bisogna cambiare marcia!

    Oramai con il ping pong politico di destra e sinistra non si va più da nessuna parte e tantomeno con l’attuale statico manierismo di buona condotta o con l’accademica ricerca del bene universale!….. sono solo tutte balle che servono solo a farci perdere di vista l’obbligo creativo dell’essere architetto!

    Non mi importa più una sega oramai a 56 anni suonati saperne di deontologia professionale, aggiornamenti fiscali, obblighi di forma o altre tecnocratiche emergenze!.
    Parliamo di progettazione architettonica piuttosto:

    -Chi l’ha detto che costruire abitazioni con h interna 2.40 non è igenico e non le rende abitabili??? ma chi cazzo ha scritto sta norma che ci fa consumare 30 cm di muro in più e volume di aria da riscaldare o raffrescare???? ma quale stracazzo di scienza ha deciso che in Italia dobbiamo per forza progettare le case nuove a 270 ??

    -chi ha stabilito e deciso che nei locali seminterrati nel 2020 non si può abitare perchè non sono salubri??

    -perchè nel 2020 io non sono libero di costruirmi una bella villa ipogea in collina con il prato sopra??

    -dove sta scritto che nel 2020 che la camera singola deve essere da 9, la doppia da 14, il soggiorno da 28, il bagno da 6, e che tra bagno e soggiorno occorre l’antibagno???

    -per quale stracazzo di motivo non posso aumentare il numero di piani fuori terra abitabili esistenti se cosi facendo libero il territorio da altre vecchie case li intorno????

    -per quale motivo non posso costruire in confine del mio lotto senza vedute se non c’è nulla di già fatto vicino? Chi ha stabilito le distanze minime tra fabbricati? Perchè 10mt??..perchè non 8???

    -quale logica mi impedisce di estendere terrazzi o coperture oltre il metro e venti??? (ndr: ma che cazzo è il rapporto di copertura?…..perchè mai esiste e che male fa semmai eccederlo???)

    -che logica è quella che impone il rispetto delle tipologie di zona per l’utilizzo di materiali e forme nel 2020???

    ma ce ne sono altri mille di esempi che potrei fare!………….parliamo di questo se vogliamo essere concreti e costruttivi davvero! Passato e presente non interessano granchè ora.

    Ps: non so nulla del Plan Voisin e scimmiotto il meno possibile la storia perchè credo che alla fine essa ci insegna sì, ma non solo nelle vecchie pietre troverò l’ispirazione vincente da tramandare hai miei figli.

    GG

  6. Giorgio Massignan

    Giorgio Massignan

    12/06/2020 at 10:20

    Comprendo la sua idiosincrasia per limiti e vincoli normativi che possono sembrare inutili, assurdi e fonte di lungaggini burocratiche; ma lei dovrebbe capire che, in molti casi, sono necessari. Quando Friedrich Engels, nel 1872, pubblicò “La Questione delle Abitazioni”, mise in evidenza la totale mancanza di regolamenti edilizi e di normative, che permetteva ai proprietari di case di esigere affitti per stamberghe insalubri e malsane. Ovviamente parlo di due estremi: troppe norme e nessuna norma. Il problema che lei pone, a mio modesto avviso, non è risolvibile con una sorta di anarchia progettuale, ma in un diverso meccanismo di pianificazione del territorio. Se le scelte urbanistiche non fossero il prodotto tra il fattore degli affari e quello della politica, e si iniziasse un sistema di pianificazione partecipato e trasparente, è probabile che certi aspetti, che lei pone, sarebbero, almeno in parte, risolvibili.

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      grigolo giovanni

      14/06/2020 at 03:25

      innanzitutto mi voglio scusare per i toni accesi e scurrili con cui spesso uso esprimere la mia idiosincrasia verso limiti e vincoli normativi e che sicuramente fa apparire il mio pensiero come una sorta di delirio anarchico-progettuale.

      premesso ciò ribadisco che secondo me continuare a parlare di macrosistemi socio/politici non serve a nulla anzi semmai rallenta il cambiamento.

      Non a caso io parlo di progettare nel 2020 e sono certo che dagli esempi, sia del 1872 di Engels che del 1925 di Le Corbusier, che lei cita, almeno un secolo di errori e insegnamenti possa esser stato tratto in qualche modo anche dal più ignorante, emarginato e povero degli individui nati in questo nostro tempo.
      Il fatto è che semplicemente a me non frega nulla di chi avvantaggio o svantaggio se dico che sarebbe ora di rivedere/ridimensionare parametri igenico-sanitari pensati per un epoca che oramai non ci appartiene più!…..siamo nel 2020 appunto e tutti sappiamo benissimo che siamo molti di più ma anche che abbiamo raggiunto un livello di benessere tecnologico che ci permetterebbe tranquillamente di rivedere gli spazi abitativi e ridefinire gli standard generali di riorganizzazione del territorio!!!…. ma di più sostengo pure e ne sono fermamente convinto, che dobbiamo liberarci da certi dogmi formali e concettuali di rispetto ambientalista che, appunto perchè siamo in molti di più che un secolo fa, dobbiamo per forza abbandonare se vogliamo continuare a stare bene tutti quanti insieme!.
      Non parlo di abbattere l’Arena o Piazza Brà; parlo semmai di iniziare a verticalizzare e modernizzare quartieri in cui la gente vive ancora annidiata in vecchie e inopportune case anni ’40 prive di alcun interesse storico in virtù di uno status-quo che non rende nulla di onorevole, in memoria postuma, neanche alla microarea verde in cui sono convinti di aver cresciuto bene i loro figli!!!.
      E’ una città vecchia Verona/Italia oramai….una città di vecchi che non vogliono invecchiare e in cui l’opportunismo dei voti dati a questo o quello detta ancora regole oltre ogni logica….ma questo è un problema politico.
      Il mio problema è che di rivedere i parametri di progettazione non se ne parla ancora in questo paese e ancora rimandiamo tutto il dibattito ai “sistemi di pianificazione partecipati e trasparente”!???….
      io sinceramente dei “massimi sistemi di pianificazione” ne ho piene le tasche: piuttosto ne discuto con lei ora….secondo me dovremmo scendere un gradino entrambi e partire da altezza interna abitabile 240 per esempio…

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