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Questo è il paese dove le donne restano ancora nell’invisibilità

Le donne ci sono, sono state al fronte in tutto questo lungo periodo. Hanno mandato avanti il Paese, anche se malpagate, non riconosciute, lavorando strenuamente nei luoghi di cura.

Le donne ci sono, sono state al fronte in tutto questo lungo periodo. Hanno mandato avanti il Paese, anche se malpagate, non riconosciute, lavorando strenuamente nei luoghi di cura come medici, infermiere, assistenti sanitarie, ricercatrici, personale di laboratorio, volontarie nei servizi di pronto intervento.

A proposito di noi donne, le cenerentole della pandemia, vittime di una delle profonde disuguaglianze sociali che il virus ha saputo così bene smascherare: l’insanabile divaricazione tra poveri e ricchi, tra arrampicatori sociali ed uomini di buona volontà, privilegiati e poveri Cristi.

Ed in primis tra queste, la grave disuguaglianza di genere che ancora dilaga nel mondo e che non risparmia il nostro Paese. Una disparità che si traduce nell’invisibilità, nell’assenza delle donne sullo scenario politico. Magra consolazione dunque che, solo dopo 60 giorni di epidemia e di impegno indefesso di noi tutte a diversi livelli, il Governo Conte, quasi con un sussulto, si sia accorto di noi e ci abbia di fretta inserite, per le nostre competenze, nella task force della fase 2 della pandemia.

Fino ad ora infatti poche le tracce della nostra presenza dove si decide. Nella overdose di “comitatoni”, nella sfilata di esperti, scienziati, intellettuali trasversali ad ogni disciplina e coinvolti nella consulenza al Governo, pressoché nulla la partecipazione delle donne.

Tutte brave, capaci, indispensabili, ma invisibili, accontentandoci di stare all’ombra di Ilaria Capua, la rinomata virologa, a suo tempo bistrattata nel nostro Paese, che con molto sforzo e per bontà del conduttore della trasmissione ha cercato di rappresentarci nei nostri talenti, strappando un po’ di spazio, togliendo un po’ di luce alla pomposità delle nuove star, tutti maschi, del palinsesto mediatico.

Mai come in questa drammatica vicenda che stiamo attraversando, il refrain che le donne non ci sono, non si espongono, è risultato ridicolo, ipocrita, un insulto alla nostra dignità. Le donne competenti in tutte le professionalità ci sono, basta coinvolgerle, invitarle, lasciarle parlare, dibattere così come fa ogni sera Lilli Gruber che non si stanca di intervistare, tra i suoi ospiti, ricercatrici, ministre, giornaliste, rimarcando sempre la loro assenza nei posti guida.

Le donne ci sono, sono state al fronte in tutto questo lungo periodo. Hanno mandato avanti il Paese, anche se malpagate, non riconosciute. Lavorando strenuamente nei luoghi di cura come medici, infermiere, assistenti sanitarie, ricercatrici, personale di laboratorio, volontarie nei servizi di pronto intervento.

E poi ancora sul territorio come folla di cassiere, addette al rifornimento di generi alimentari, come esercito di badanti a domicilio. Sempre presenti sul posto di lavoro, lì per vocazione, responsabilità, necessità lavorativa. Consapevoli del rischio di contagio per sé e le proprie famiglie e delle disparità di retribuzione e di diritti rispetto agli uomini, asimmetrie che ancora sussistono a parità di ruolo, titoli, professione.

Testimoni che il principio dell’uguaglianza esiste solo come scrittura giuridica. Donne robuste che, sacrificando la propria vita privata, si sono dedicate in toto al loro lavoro e all’inizio, seppur stremate, hanno retto nell’ambito sanitario ammalandosi meno degli uomini, ma poi sono crollate, travolte dall’epidemia perché nel comparto socio-assistenziale, dove si è sviluppato principalmente il contagio, loro sono in prevalenza.

Operatrici sulle prime osannate come eroine, verso le quali, solo in questa emergenza, si sono sperticate lodi, profusi ringraziamenti, ma che già ora, a sipario abbassato, stentano ad ottenere perfino il piccolo riconoscimento economico promesso.

Donne forti, laboriose, nonostante la fatica sempre belle, dai capelli incolti, a strisce, come rinnovate figlie dei fiori, l’unico vezzo una mascherina sgargiante, ma generose, con il cuore in mano. Persone divise tra lavoro domestico e professionale, tra cura dei figli e accudimento a distanza dei genitori quando fabbriche, uffici, scuole e servizi di sostegno hanno chiuso i battenti e il Restate a casa è diventato un’ ordinanza.

Costrette a muoversi, arrabattarsi in situazioni complicate, là dove lo spazio della casa per tutti i componenti della famiglia è diventato subito stretto, non tecnologicamente abbastanza attrezzato per lo smart working e le concomitanti esigenze scolastiche dei figli.

Là dove spesso cresceva l’angoscia per la precarietà del lavoro, per il ritardo di una cassa integrazione, per l’assillo delle rate del mutuo da pagare e delle bollette in sospeso. Cuori pesanti, solitudini non comunicate, celate dietro il mantra “andrà tutto bene”. Godere la casa e i figli, dedicarsi alla lettura in tempo di pandemia, forse per molte di loro è suonato come vuota retorica di chi è privilegiato.

Per non tralasciare poi le situazioni familiari già critiche precedentemente l’esplosione del virus. Qui il resoconto è di convivenze diventate impossibili, spesso infernali. Donne costrette dal virus a rimanere lì, a subire come sempre soprusi, violenze devastanti davanti ai figli perché non potevano scappare o denunciare.

Undici sono i femminicidi dichiarati in epoca di lockdown. Corre allora l’obbligo morale di aggiungere anche i nomi di queste donne nella lunga lista delle vittime della pandemia. Per non dimenticare le nostre sorelle.

Corinna Albolino

Corinna Albolino
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Originaria di Mantova, vive e lavora a Verona. Laureata in Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è poi specializzata in scrittura autobiografica con un corso triennale presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo). In continuità con questa formazione conduce da tempo laboratori di scrittura di sé, gruppi di lettura e conversazioni filosofiche nella città. Dal 2009 collabora con il giornale Verona In. corinna.paolo@tin.it

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